Cultura, Carandini propone il sistema Trust anche in Italia

Roma

«Il consumo non dà gioia duratura. Paesaggio, storia e arte danno invece una gioia che resta nella memoria», queste sono parole di Andrea Carandini, il presidente del Fai, che oggi sul Corriere della Sera firma un articolo in cui elogia l’efficacia del sistema del National Trust inglese nella gestione del patrimonio culturale britannico. Un sistema simile in Italia è stato introdotto proprio da Fai, ma ancora molto può essere fatto. Ad esempio, spiega Carandini, adottare decisioni che consentano al Fai di aumentare le sue proprietà e di incrementare i ricavi. Attualmente, infatti, il Fai, che gestisce molti beni del nostro patrimonio culturale, artistico e paesaggistico, si fa carico dei restauri, delle manutenzioni e, in molti casi, anche della promozione, copre solo l’81% delle spese delle propietà, mentre il National Trust inglese, diretto da Fiona Reynolds, ha un target del 120%, che permette di accumulare un guadagno del 20% riutilizzabile con investimenti per milgiorare e implementare il servizio. Ma cosa è un Trust? Nel diritto anglosassone, in sostanza, rappresenta uno dei principali strumenti attraverso i quali i privati compartecipano alla gestione della cosa pubblica. È un’istituzione privata a cui altri privati affidano la gestione di beni di loro proprietà (soldi, fondi, terreni, beni materiali o, nel nostro caso, collezioni o luoghi di interesse culturale, o, ancora, opere d’arte) con l’obiettivo di amministrarli e gestirli in maniera efficace e, possibilmente, lucrosa. Perseguendo l’interesse di privati, così, si intercetta anche una finalità pubblica. Quella, cioé, di rendere fruibile alla collettività un patrimonio culturale che diversamente sarebbe non sfruttato e improduttivo. Un sistema del genere in Italia ha bisogno di essere implementato. Scrive Carandini: «La crisi è un disastro, trasformiamola in opportunità (sono i consigli di Fiona)».