Le colpe dei padri (e dei figli)

Cosa ne sanno giovani nati negli anni ’70 delle lotte sindacali, dei picchetti davanti alle fabbriche, degli anni di piombo e delle P38? Cosa ne sanno delle colpe (o mancati meriti) dei padri? Più niente che poco, e quel poco immerso in un immaginario collettivo che sembra avere la stessa era ideologica delle guerre puniche. Con la differenza che quella roba lì, quel sangue e quel fumo è tanto distante quanto presenti e opprimenti, incarogniti dalla vita e dalla vittoria, gli stessi nemici di allora: l’arroganza padronale, il silenzio dei vinti, la trilaterale o le creature d’ombra che decidono i destini del mondo. Sarà per questo che Alessandro Perissinotto, docente di Scienze della scrittura e sociologia dello sport (due materie meno distanti di quanto appaia a prima vista, visto che il nostro milita pure nella nazionale scrittori) a Torino e autore di lungo corso – una decina i romanzi all’attivo, dai primi noir storici alle ultime prove letterarie – ha deciso di scrivere Le colpe dei padri (Piemme, 280 pagine, 17,50 euro). Quello che ne è emerso è una storia d’allora come cartina di tornasole dell’oggi, un romanzo corposo che va al di là dell’esercizio di belle lettere dove le parole s’incastrano al posto giusto e qualcuna va oltre. Oltre la memoria collettiva di un passato più recente di quanto appaia, a formare frasi che danno corpo ai ricordi, parole all’ansia di quei giorni. Pure per chi li ha vissuti con una qualche consapevolezza, avendo mezzo secolo sulle spalle o giù di lì, come lo scrittore nato a Torino il 20 dicembre 1964. Perissinotto vuole raccontare l’oltre dell’oggi che quel passato non ha digerito, ha rimosso prima di aver metabolizzato.

Ma cosa può insegnare all’oggi questa roba? La risposta arriva dal sottopalco dello Strega, dove lo scrittore torinese è arrivato secondo, dietro il concorrente-collega Walter Siti con cui non c’è mai stata partita, ma battendo sul filo di lana Paolo Di Paolo e la Feltrinelli, e nelle sue parole riecheggiano le Catilinarie di Cicerone: «La storia degli anni 70 insegna all’oggi quanto sia drammatico l’abuso del potere finanziario e industriale verso l’intera società. Quegli anni hanno dimostrato che la pazienza ha un termine, fino a quando riusciremo a essere ancora pazienti? Fino a quando abuseranno della nostra pazienza?». Ma c’è altro nelle ragioni che hanno portato alla stesura del romanzo. E sta tutta dentro Torino, la sua storia di polo industriale legato alla Fiat nel bene e nel male, nei quartieri industriali come la Falchera, oggi più che prima preda di un sottoproletariato che il posto in fabbrica non lo sogna neanche più. «Il fatto stesso di essere qui a parlare di officina, di lavoro, di gente che entra in fabbrica alle sette di mattina e ne esce la sera, è già una vittoria, il mio Strega è questo. Non è una vittoria mia ma del lavoro, non mi manca la fabbrica in quanto tale ma una mancata corrispondenza d’amore. Tutti noi – spiega l’autore che ha passato gli anni dell’adolescenza tra fresa e tornio – abbiamo amato e odiato la fabbrica, tutta una città industriale ne è stata imprigionata, la grande industria italiana è andata avanti grazie all’amore dei dipendenti, ora traditi. Questo è anche il racconto di un tradimento». Il riferimento alla Fiat, ai diritti negati dopo una stagione di lotta e una vita è d’obbligo. Ma perché ricorrere al doppio, in questo gioco tra passato e presente? «Proprio perché c’è un viaggio tra passato e presente, tra gli anni ’70 e quelli di oggi, tra la società di allora e questa che non vuole più misurarsi con l’industria. Poi il tema del doppio è affascinante, ognuno ha un doppio che non è un sosia fisico, come nel caso di Guido Marchisio, ma la proiezione delle proprie aspirazioni, ognuno di noi desidera anche avere un’altra vita, probabilmente. Il nostro protagonista incontra il proprio doppio per strada e questo cambierà per sempre la sua vita».

Autore disciplinato, Perissinotto affronta la scrittura con tutt’altro spirito che quello creativo che pure insegna: sulle lettere a capo chino, per dirla come il poeta, dalle 9 alle 14, poi ancora dalle 15 alle 22, dopo una pausa per il pranzo. Qualche mese per pensare a una storia, poche settimane per metterla su carta, fuori dai tempi del lavoro ordinario. Ma non è un esercizio nostalgico quello che porta il docente torinese a chiudersi nella casa di campagna a scrivere le sue opere, tutt’altro. «Se uno passa mesi a pensare a un libro e settimane a scriverlo è perché ci mette più speranza che sconforto. Un libro e a maggior ragione un romanzo sociale è un gesto di speranza. Non sempre questa è ben riposta ma è una delle poche cose che ci serve per vivere». Quanto al passaggio da un genere a un altro, dal giallo storico delle origini alle prove letterarie recenti, nessun tradimento, stavolta. «Non c’è stato nessun cambio di genere sostanziale, ho sempre immaginato il noir come romanzo sociale, non mi sono lasciato ingabbiare dalle regole di genere. Quello che è cambiato negli ultimi tre romanzi è lo stile della scrittura: ho sempre creduto che questo debba adattarsi al contenuto, è la cosiddetta scrittura mimetica. Questi miei ultimi romanzi sono forse più letterari non perché il giallo non lo sia ma perché ho deciso di raccontare la realtà in altro modo. Ecco, in questo c’è stato un cambiamento di rotta, altrimenti credo che nel mio lavoro di scrittore ci sia molta continuità».

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