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Se il capo del Louvre è donna

 

Nero, il prossimo papa è nero, si diceva prima dell’elezione di un caucasico doc. E se è nero finisce il mondo, aggiungevano, con una connessione fra l’apocalisse e il colore della pelle basata su teorie alto medievali. Donna, la prossima direttrice del Louvre sarà una donna, si dice pochi giorni prima della nomina. E se è donna non è chiaro quello che succederà ma non succederà niente di bello. Il capo del museo più importante del mondo, per numero di visitatori e metri quadrati sparsi per il mondo, viene decretato direttamente dal consiglio dei Ministri il 3 o il 10 aprile. Certo nella lista dei papabili non c’è solo Sylvie Ramond ma la 53enne a capo del museo di Belle arti di Lione ha come avversario Jean-Luc Martinez, capo della sezione antichità greche proprio dentro il Louvre.

La colpa, se vogliamo trovare degli eroi, è di Aurélie Filippetti (trentanove anni, franco italiana, scrittrice, insegnante, socialista, dal 2012 ministro della cultura e delle comunicazioni francese e mamma per chiudere la presentazione grillina) che spinge la Ramond come fosse l’unica alternativa possibile per la direzione del museo. «Ci sono troppe donne in gamba nei livelli inferiori dell’amministrazione e troppi uomini al comando – dice la Filippetti – il governo agirà per ridurre queste disparità». Diciamo che non passa inosservato il fatto che non si faccia appello a titoli conseguiti, capacità di gestione, esperienze passate ecc. dei canditati in questione ma l’unico discrimine sembra essere il sesso. «La ministra della cultura voleva sin dall’inizio nominare una direttrice – scrive Didier Rykner su Tribune de l’art – e questo sistema di procedere ha qualcosa di estremamente sessistico e al limite della legalità. Tanto valeva non accettare le candidature maschili».

Fuori da questa polemica basata su un femminismo scaduto restano i due concorrenti al trono con i lori titoli e la loro esperienza. La Ramond ha le sue due lauree, una in storia dell’arte e l’altra in storia, ha diretto il museo Unterlinden a Colmar dal 1989 al 2004 anno in cui è passata dietro la cattedra del museo di Lione. Per questa istituzione è riuscita a conquistarsi la tela di Nicolas Poussin, la Fuga in Egitto che apparteneva ai fratelli Pardo. Membro di una vagonata di associazioni legate ai musei e alla cultura tra le quali ricordiamo l’Institut national d’histoire de l’art (Inha) e  la Réunion des Musées Nationaux-Grand Palais, curatrice di numerose esposizioni dove la più recente è la mostra dedicata a Pierre Soulage Lione – Roma all’accademia di villa Medici.

Poi c’è lui, l’uomo tutto libri e reperti archeologici: Jean-Luc Martinez. Nato nel 1964, Martinez diventa professore di storia nel 1989 e membro dell’école française d’Athènes (un’università francese ad Atene che promuove lo studio della lingua greca antica). Nel 1997 conquista la carica di conservatore del patrimonio del Louvre per la sessione dedicata alla scultura dell’antica Grecia per poi salire ancora e diventare capo del dipartimento di antichità greche etrusche e romane nello stesso museo, dove nel 2010 ha inaugurato un nuovo percorso di fruizione per le opere esposte. Anche lui ha alle spalle la curatela di numerose esposizioni alle quali si aggiungono le ricerche archeologiche condotte sul campo a Delo e a Delfi.

Ai due, a dirla tutta, andrebbe aggiunto un terzo candidato, tale Laurent Le Bon, direttore del centro Pompidou a Metz, che però ammette: «Le autorità sembrano aver preso altre preferenze». Come dargli torto. In clima di totolouvre una cosa sembra certa: prendere il posto di Henri Loyrette non è cosa da poco. Il direttore uscente ha infatti rivoluzionato e svecchiato la struttura in 12 anni di mandato collezionando una serie infinita di successi. Giusto per dirne qualcuno ha fatto diventare il Louvre il museo più visitato la mondo superando anche il Metropolitan di New York, ha ridotto le entrate statali dal 75 al 48 per cento potenziando le risorse e le donazioni dei mecenati. Per non parlare dell’apertura della filiale di Lens e l’accordo con quello di Abu Dhai. A 61 anni e con quattro mandati consecutivi come direttore del museo (senza fatica avrebbe vinto anche il quinto) abbandona il posto da solo «Per non stancarmi e per non stancarvi», dice. Ah, i francesi.

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