Paul Auster, Diario d’inverno

Il ritorno dello scrittore americano Paul Auster in libreria era atteso ormai da quasi tre anni. Del nuovo lavoro si conoscevano il tema e la forma almeno dall’estate 2011, quando lo stesso autore li aveva annunciati durante un incontro al festival Collisioni, nelle Langhe, di cui era stato uno dei protagonisti più applauditi. Si sarebbe trattato di uno scritto autobiografico incentrato sull’evoluzione del rapporto tra lo scrittore e il proprio corpo – l’infanzia, lo sviluppo, la maturità, la vecchiaia, la malattia, il sesso e qualsiasi altra manifestazione corporale – e così è effettivamente stato.

Diario d’inverno – che sin dal titolo profila una certa dose d’autocompatimento dell’autore nei confronti di se stesso, ormai giunto nell’inverno della vita – uscito recentemente per i tipi di Einaudi, se preso nella sua totalità, offre un interessante esempio della teoria fenomenologica del filosofo francese Maurice Merleau-Ponty, per cui, per arrivare a conoscere il mondo, bisogna prima passare attraverso la conoscenza del proprio corpo, il primo vero altro-da-sé che fa da tramite a ogni altro contatto con l’alterità. Ciò che fa Auster in questo testo è di trattare il corpo come una porzione di spazio, in cui si manifestano disagio, paura, felicità, dolore, panico, un vero e proprio luogo delle sensazioni, per poi giungere agli spazi che l’hanno racchiuso a loro volta, le numerosissime case in cui ha abitato. Qui, a metà della fatica, giunge il vero problema del libro: questa serie di appartamenti sparsi in giro per New York, la California e Parigi, per un totale di ventuno indirizzi, sono elencati uno per uno, come in una sorta di catalogo che, seppure ben scritto – perché la scrittura di Auster fila sempre via liscia come l’olio, senza spigolature, priva di macchinosità e artifici – risulta inevitabilmente tedioso.

Con l’età, l’autore di capolavori quali Trilogia di New York e La musica del caso sta sviluppando alcuni brutti vizi e quello degli elenchi – in Diario d’inverno, oltre a quello delle case, ce n’è anche un altro, ancor più inutile, in cui vengono presentati i resoconti redatti dalla moglie in veste di segretaria delle riunioni di condominio – è solo uno tra tanti e gareggia per tediosità con le reiterate e minuziose descrizioni delle trame di film più o meno famosi. Privo di una vera e propria trama, il libro risente di un numero cospicuo di episodi di scarso interesse ma non mancano i colpi da maestro in cui Auster sfoggia le sue immense abilità di narratore e di indagatore dell’animo umano, come nella struggente ricostruzione della figura della madre, dalla giovinezza alla morte. Una descrizione accorata e toccante che crea un ponte immaginario che, attraversando venticinque anni di produzione narrativa, giunge fino alla sua prima pubblicazione, L’invenzione della solitudine, sorta di ibrido tra fiction e autobiografia, scaturito dal dolore provato per la morte del padre.

Paul Auster

Diario d’inverno

Einaudi

192 pagine

18,50 euro