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La chiesa nel sacco: L’apocalisse nel telo di Kounellis

Nel corso della storia si sono succeduti sistematicamente annunci di grandi catastrofi, in relazione a calcoli esoterici o a date simboliche, come ad esempio l’apocalisse dei Maya prevista per questo 21 dicembre. In realtà, ben diverso è il senso originario di “apocalisse”, termine greco che in ambito giudeo-cristiano designa il gesto del “togliere ciò che copre o nasconde”. In particolare, Apokalypsis è il titolo dell’ultimo libro del Nuovo testamento e si riferisce alla rivelazione della Gerusalemme celeste. Su questo tema, Jannis Kounellis si confronta con un’opera site specific, realizzata per la galleria San Fedele di Milano. Il progetto, a cura del sottoscritto, Pietro Bellasi, Bruno Corà e Stefano Sbarbaro, prevede la realizzazione di un’installazione di grande impatto e suggestione.

L’apocalisse è un tema biblico che ha sempre esercitato un grande interesse e timore allo stesso tempo. L’uomo, preoccupato di conoscere il proprio destino dopo la morte, si chiede con insistenza: cosa accadrà del mio corpo, della mia anima? Come concepire il destino della mia vita? È questo un tema antichissimo che rimanda alle apocalissi di tradizione ebraica e soprattutto a quelle trattate dai Vangeli, secondo le quali la venuta di Cristo segna la fine della storia, con il giudizio di tutti i popoli della terra. Il tema dell’apocalisse si diffonde già dall’epoca carolingia con miniature purtroppo oggi andate perdute. Tuttavia, molte rappresentazioni risalenti al tardo medioevo si sono conservate fino a oggi. Il maggior esempio è L’apocalisse di Angers, arazzo di dimensioni grandiose, realizzato alla fine del XIV secolo, caratteristico per la completezza della sequenza narrativa e per la visionarietà fantastica e surreale. Dal XV secolo, i maggiori esempi sono soprattutto di area nordica, come mostrano le opere di Dierick Bouts (c. 1415-1475), Hieronymus Bosch (c. 1450-1516), Albrecht Dürer (1471-1528), Jean Duvet (1485-c. 1570), e Pieter Bruegel il Vecchio (c. 1525-1569).

In epoca moderna, la rappresentazione dell’apocalisse diventa soprattutto il luogo di una meditazione personale sul senso ultimo della vita di fronte al mistero, all’ignoto, come mostra l’artista inglese ottocentesco John Martin. Fino ad arrivare alle interpretazioni contemporanee esposte alla Royal academy di Londra nel 2000: dai fratelli Jack e Dinos Chapman a Maurizio Cattelan. Tuttavia, ci chiediamo: si è veramente riflettuto sull’apocalisse o si sono messe in scena angosce personali, presentate come capolavori di arte contemporanea? Con l’opera Senza titolo (Svelamento – 2012), che sarà inaugurata il 19 dicembre (fino al 10 gennaio 2013), l’artista di origine greca interpreta in modo personale il tema. Fine dei tempi che designa la catastrofe definitiva della storia o rivelazione di una nuova epoca? L’opera è costituita da un grande sacco appeso con una corda a una trave sospesa al soffitto della galleria. Il suo contenuto non è visibile ma è rivelato dal peso che l’oggetto esercita sul tessuto. Una grande croce al suo interno preme infatti sulla tela, rendendo percepibile la sua presenza e manifestandone la sagoma. Il telo del sacco è teso, quasi portasse un carico che non può sopportare a lungo. La tela sembra sul punto di strapparsi. Il suo involucro appare destinato a essere lacerato dagli spigoli vivi dei bracci di legno.

Come scrive il critico Bruno Corà: “Kounellis visualizza con un’illuminazione emblematica l’evento dell’apocalisse. L’opera infatti reca nella sua plasticità un contenuto deliberatamente reso dall’artista inosservabile ma percepibile nella sua forma rivelata dal peso. Solo un’osservazione diretta, dal vero, dell’opera consente di ricevere al massimo grado il suo radicale segno poetico e spirituale”. Di quale rivelazione si tratta? Se la croce è la forma della chiesa, Kounellis sembra dirci che oggi appare come racchiusa e nascosta in un telo. È forse questo un messaggio per la chiesa di oggi che deve essere liberata da tutte quelle contraddizioni che la attraversano e che la nascondono nella sua verità?

Commenti

  • Giacomo

    Mi sembra il “Giuda” di Christo (lo pseudoartista che per diventare famoso ha impacchettato di tutto, non Nostro Signore Gesù Cristo!).
    Titolo dell’opera: “l’impiccato impacchettato”.
    Ma questa è davvero arte?
    Ma state scherzando vero?
    Sigh!