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Cleo Fariselli, Dy Yiayi

Per entrare nel mondo di Cleo Fariselli è necessario predisporsi al contatto con una dimensione ammaliante, polisensoriale e profondamente intima. Così è Dy Yiayi, la sua personale da Operativa arte contemporanea ma anche e soprattutto uno spazio privato che nasconde misteri dove l’artista racconta creature sfuggenti che vivono nel sottosopra e dentro le forme sinuose delle superfici. Nel percorso di mostra riferimenti intangibili convivono con la materialità delle sculture esposte.  «Il titolo della mostra – dice l’artista – è il campanello della porta dello studio in cui ho creato queste opere, il gioco di mettere in scena una casa aiuta a creare un contesto emotivo che consente una ricezione delle opere generando un’atmosfera extra-quotidiana per usare un termine caro al teatro e alla mia formazione».

Le tue mostre sono spesso un’esperienza per il visitatore e questa volta hai deciso di accoglierci in uno spazio domestico.
«Mi piace creare una bolla esperienziale completa. Nell’allestimento c’è una tenda, è un elemento scultoreo che potrebbe nascondere una finestra e definisce ad ambientare la mostra in una penombra che corrobora l’aspetto concettuale dell’opera. La scelta della casa parte anche dall’esigenza di mettere in scena il dormiveglia, diventa il teatro principale di questa situazione, un posto riparato in cui si può allentare la ragione e trovare un luogo confortevole: una dimensione rassicurante che apre le porte all’inconscio. Mi interessa questo ambiente: porta fuori, in una dimensione pubblica, uno spazio privato e intimo».

In Dy Yiayi le sculture sono state realizzate con due tecniche differenti. Come mai hai deciso di cimentarti con il raku giapponese e quella della scagliola carpigiana?
«La scagliola e il raku sono due tecniche del XVI secolo, funzionali a concretizzare le idee che avevo in mente: la necessità di creare forme che avessero un forte contrasto pur avendo una forte definizione. Avevo il desiderio di ottenere delle forme simili a delle concrezioni naturali, il raku si presta a questo obiettivo per i contrasti tra le parti non smaltate e le zone trattate con cristallina e rame».

”Non scendere mai le scale”, leggiamo nel testo che hai scritto per accompagnare l’esposizione. Un divieto che viene voglia di infrangere attirati da un canto di sirena ammaliatrice. Cosa nasconde il sottosopra di Dy Yiayi?
«Il canto è ispirato al mito di Melusina, proviene dal sottosuolo, da una dimensione inaccessibile. Anche nelle sculture ci sono parti occultate, esseri che emergono e rimandano a lati nascosti che devono essere scovati. Le parti celate mi affascinano, rimandano a tutto ciò che può essere immaginato: l’occhio entra ma non esce, è un velare per svelare, dando a ciò che non è raccontabile la possibilità di esistere».

In Dy Yiayi ritroviamo anche dei richiami ad altre tue mostre del passato.
«Sì, ci sono figure che ricorrono e che sento come dei soggetti vivi e irrisolti, cerco di raccontare questo loro mistero, che è un mistero anche per me. Sono figure che incarnano delle forze o dei concetti paralleli rispetto a quelli della ragione. Una concettualità legata alla suggestione che mi piace approfondire e cerco di tenere viva in me, in tutti i lavori che faccio».

Nella serie realizzata con la tecnica raku, le parti cave riproducono calchi del tuo corpo.
«Sì, ho modellato l’argilla su dei calchi del mio corpo che ho appositamente realizzato pensandoli come dei volumi, degli ambienti vuoti. Le ceramiche derivano da questa esperienza immaginativa legata alla mia corporeità e sono uno strumento che mi permette di rivivere questa sensazione fertile e stimolante, e un veicolo con cui cerco di innescare un coinvolgimento anche nello spettatore».

Fino al 30 aprile; Operativa arte contemporanea, via del Consolato 10, Roma; info: www.operativa-arte.com

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