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Faith&Fathom la mostra della galleria poggiali curata da Zhivago Duncan

Ultimi giorni per visitare la grande mostra Faith&Fathom, un progetto a cura di Zhivago Duncan (Terre Haute, 1980), che si estende negli spazi di via della Scala e via Benedetta, sedi fiorentine della Galleria Poggiali, fino al 19 marzo prossimo. Analogamente a Cattelan o Vezzoli, Duncan si trascina e addentra nei territori della curatela, convogliando in questo eccezionale progetto l’empatia dei rapporti umani, sottolineando la capacità dell’arte di catalizzare l’attenzione e sprigionare sentimenti persino spogliando l’artista del suo intrinseco egocentrismo: son ben 18 gli artisti, compreso lo stesso Duncan, a esporre le loro opere in un dialogo entropico ragionato e mai casuale.

Se nel loro brano Faith, tratto dall’omonimo album del 1981, i Cure cantavano: “Painted like an unknown saint/There’s nothing left but hope… […] I went away alone/With nothing left/But faith” (Dipinto come un santo sconosciuto/Non rimane altro che la speranza… […] Me ne sono andato via solo/Con nient’altro/Che la fede), o più recentemente Lady Gaga, reginetta indiscussa del pop, nella sua Million Reasons, tratta dal suo album fresco d’uscita: “Every heartbreak makes it hard to keep the faith” (Ogni cuore infranto rende difficile mantenere la fede), appare chiaro come la fede, intesa non come sentimento religioso ma più largamente come pathos esistenziale che spinge all’azione, e precisamente a quel tormento artistico che permette alla propria ricerca di progredire, di procreare opere che non siano educate né affabili, seppur in forte sintonia tra loro, sia il leitmotiv trainante del vivere: ecco che Duncan chiama a raccolta quella che potremmo definire la sua “family”, la sua “comfort zone” che è una vera e propria crew, come un team di lavoro con cui meditare ed indagare un fermento brulicante, volto a creare una sorta di movimento destinato forse a durare, a lasciare un segno nel tempo; certamente lo spettatore, qualora si trovi dinnanzi alla “giostra” di Duncan, sua potente ed iconica opera in mostra, dai fotonici neon che illusoriamente riscaldano l’ambiente, ricorderà che il mondo è destinato a muoversi a velocità differenti: esseri umani idealmente rappresentati nei loro mezzi di trasporto che pur s’inseguono nel volitivo e disperato tentativo d’incedere e procedere nell’esistenza, poiché ogni cosa scorre e sfugge inesorabilmente. Ciò che permane è il collante fondamentale, il significato ultimo del vivere: la complicità, la compartecipazione, l’interazione degli uomini nella vita come nell’arte.

La fede che inizializza e tutto muove, la ragione che invita ad approfondire ed entrare nel vivo, senza mai abbandonare il proprio cammino: la tematica della mostra riunisce artisti transgenerazionali differenti per percorso e ricerca, di cui l’artista-curatore ha raccolto oltre 80 opere, formalmente diverse seppur accomunate dall’accostamento del mondo apollineo e di quello dionisiaco, di un’irrazionalità che è il presupposto e il mordente che alimenta la razionalità stessa, autentica e tenace: Christian Achenbach, Tjorg Douglas Beer, Slater Bradley, Jonas Burgert, James Capper, Max Frisinger, Andreas Golder, Norman Hyams, John Isaacs, Nick Jeffrey, Marin Majic, Polly Morgan, David Nicholson, Dorothea Steigemann, Andrea Stappert, Tim Noble e Sue Webster hanno interpretato e reinterpretato l’ordine e il caos come due rette parallele che si affiancano sostenendosi l’un l’altra, come in uno straordinario ed inedito merger che è ibrido artistico ed esistenziale al contempo.

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