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Al DIF arriva Scarabocchi, la mostra di Veronica Montanino e del collettivo Illimine

Ogni scarabocchio è bello a mamma sua. Questo è senz’altro vero per i ghirigori su carta realizzati da Veronica Montanino per la mostra, curata da Giorgio de Finis, che si inaugura venerdì 8 luglio alla Sala Orsini di Palazzo Chigi, a Formello, esposizione che figura nell’ambito delle iniziative del DIF. Perché indubbiamente belli sono, ma anche in ragione del fatto – non tutti lo sanno forse – che scarabocchio viene dal greco skàrabos. Lo scarabocchio è, da etimologia, una macchia d’inchiostro che ricorda uno scarabeo o uno scarafaggio. Gli scarabocchi, anche se recentemente rivalutati dalle scienze cognitive, non hanno mai goduto di grande apprezzamento… sono il prodotto degli studenti distratti, con la testa tra le nuvole, la cui mano libera di scorrere sulla carta insozza libri e quaderni di segni senza senso. Fare ghirigori è, del resto, il contrario di rigar dritto (è un rigare che si unisce indissolubilmente al girare). Oppure di chi ancora non ha preso dimestichezza con il grafismo. In ogni caso un segno di ”immaturità”. È questa dimensione di libertà dal pensiero cosciente e dal linguaggio che interessa a Veronica Montanino, che di recente (almeno dalla mostra ACTION/REACTION ha introdotto lo scarabbocchiare, anche nella forma colata di un dripping di sapore pollockiano, tra i suoi antidoti alla ”Ragione”. Un altro strumento di cui avvalersi nella battaglia contro la cultura di matrice greca, che inneggia all’idea e disprezza il corpo, svilendo la donna e deridendo il colore, che in arte Veronica conduce da sempre.

In mostra anche l’installazione del collettivo Illimine, pratiche di scrittura effimera su carta chimica, che sembrano giocare con un altro adagio caro alla tradizione: verba volant, scripta manent. Realizzato da Malcolm Angelucci in una sola notte insonne questo flusso ininterrotto di pensiero è un racconto che si fa bilancio, “conto” appunto, immagini e ricordi ripescati dalla memoria e registrate su quasi centro metri di supporto destinato a scolorire una volta esposto alla luce. In mostra anche quattro selfportrait, prove tecniche per la performance realizzata dal collettivo al Maam di Roma.

Leggi l’intervento di Giorgio de Finis

 

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