Mario Pieroni, una vita dentro l’arte contemporanea

Dagli anni Settanta a Pescara alle sperimentazioni romane, fino ai progetti che hanno portato l'arte fuori dalla galleria: il ritratto di una figura centrale nella costruzione della scena contemporanea italiana

La storia di Mario Pieroni è quella di un gallerista che ha progressivamente allargato i confini del proprio mestiere, fino a mettere in discussione la necessità stessa della galleria come luogo privilegiato dell’arte. Dalla produzione di arredi d’artista alla stagione espositiva degli anni Ottanta, dalla nascita di Zerynthia alla ricerca sonora di RAM – radioartemobile, il suo percorso attraversa oltre mezzo secolo di arte contemporanea italiana, seguendo una traiettoria in cui la relazione con gli artisti ha sempre preceduto la definizione di un programma. Pieroni è scomparso il 17 ottobre 2026, a 89 anni, lasciando una storia fatta non soltanto di mostre e opere, ma di luoghi, incontri e possibilità condivise.

Il suo ingresso nel mondo dell’arte avviene a Pescara, nel 1970, attraverso l’azienda di famiglia, attiva nel settore dell’arredamento e dell’antiquariato. È qui che Pieroni comincia a sperimentare una prima forma di collaborazione con gli artisti, invitandoli a progettare mobili, tappeti e oggetti destinati a superare la distinzione tra opera e funzione. Il progetto Dal mondo delle idee, sviluppato anche con Getulio Alviani ed Ettore Spalletti, nasce dalla convinzione che il pensiero artistico possa intervenire direttamente nella vita quotidiana e nella costruzione degli spazi. Non si tratta soltanto di applicare l’arte al design, ma di immaginare ambienti in cui l’esperienza estetica non sia confinata alla contemplazione di un oggetto. È una questione che accompagnerà Pieroni anche nelle successive iniziative: come rendere l’arte una presenza attiva, capace di modificare il modo in cui abitiamo e percepiamo il mondo?

Nel 1975 apre la Galleria Pieroni negli spazi del Bagno Borbonico di Pescara, all’interno dell’antica Fortezza Reale. La mostra inaugurale, Allestimento teatrale di Luciano Fabro, introduce immediatamente una concezione dello spazio espositivo come parte integrante dell’opera. Seguono le mostre di Jannis Kounellis, Ettore Spalletti, Mario Merz, Francesco Lo Savio e Vettor Pisani, artisti le cui ricerche contribuiscono a definire una stagione in cui la materia, il corpo, lo spazio e il linguaggio diventano strumenti di ridefinizione dell’esperienza artistica. L’ambizione iniziale è quella di fare della galleria un museo, un luogo in cui le opere possano entrare in relazione e costruire un discorso nel tempo. Il progetto non si realizza nella forma immaginata, ma l’idea di una continuità tra artisti, opere e pubblico rimane una costante.

Nel 1977 Pieroni incontra Dora Stiefelmeier, sociologa e futura compagna di vita e di lavoro. Due anni dopo, nel gennaio del 1979, la galleria si trasferisce a Roma, in via Panisperna. La mostra inaugurale riunisce Gino De Dominicis, Kounellis e Spalletti: una dichiarazione d’intenti che anticipa la direzione di uno spazio destinato a diventare un riferimento per le ricerche concettuali e per una parte significativa della scena artistica internazionale.

Nel corso degli anni Ottanta, mentre il sistema dell’arte italiano attraversa profonde trasformazioni e il ritorno alla pittura si afferma anche attraverso la Transavanguardia, la Galleria Pieroni continua a sostenere pratiche che non si lasciano ricondurre a un linguaggio dominante. Accanto agli artisti presenti fin dall’inizio entrano nuove generazioni, da Marco Bagnoli a Remo Salvadori e Giuseppe Uncini, mentre il programma si apre a figure internazionali come Gerhard Richter, Sol LeWitt, Dan Graham e Bertrand Lavier.vbPieroni e Stiefelmeier consolidano una rete di relazioni che attraversa generazioni e geografie. Le opere non sono episodi isolati, ma occasioni per proseguire un confronto. In un’intervista pubblicata da Inside Art nel 2023, Pieroni descriveva questo rapporto come una sorta di famiglia artistica: non una strategia da applicare, ma un mondo al quale appartenere, fatto di affinità, discussioni e divergenze.

Nel 1992, dopo oltre sessanta mostre, la galleria chiude con una personale di Bertrand Lavier. La decisione coincide con una presa di distanza da un sistema che, secondo i due galleristi, stava attribuendo un peso crescente alla dimensione commerciale. La chiusura, tuttavia, non segna la fine di un’esperienza, ma il passaggio a una forma diversa di presenza culturale.

Fondata nel 1991, l’Associazione per l’Arte Contemporanea Zerynthia permette a Pieroni e Stiefelmeier di proseguire il lavoro con gli artisti al di fuori del modello della galleria commerciale. La nuova struttura consente di collaborare con musei, istituzioni ed enti pubblici, partecipare a programmi internazionali e sperimentare modalità espositive che mettono in relazione le opere con contesti non convenzionali.

Tra il 1997 e il 2002, il progetto Atelier nel bosco, sviluppato con l’Accademia di Francia, porta a Zerynthia artisti come Carla Accardi, Jannis Kounellis, Sol LeWitt e Giulio Paolini. In precedenza, l’associazione aveva lavorato anche alla direzione artistica del Centro Civico per l’Arte Contemporanea di Serre di Rapolano e a progetti internazionali capaci di mettere in dialogo artisti, curatori e istituzioni. L’arte si sposta così dalla galleria alla campagna, dagli spazi istituzionali ai luoghi di incontro e di produzione. Non è soltanto una questione logistica: cambia il rapporto tra opera e contesto, così come quello tra chi produce cultura e le comunità che la incontrano.

In questa prospettiva, anche la collaborazione con Michelangelo Pistoletto e Cittadellarte, e l’attenzione per le relazioni tra creatività, impresa e società, si inseriscono in una ricerca che non considera l’arte un settore separato, ma una risorsa capace di attraversare ambiti diversi.

RAM – radioartemobile: l’arte da ascoltare

È all’interno di questa progressiva apertura che nasce RAM – radioartemobile, fondata da Pieroni e Stiefelmeier nel 2003, a partire da un progetto avviato l’anno precedente e selezionato nell’ambito del programma europeo Culture 2000. L’intuizione iniziale, sostenuta dal contributo di Federico Fusj, è semplice e radicale: utilizzare la radio per mettere in comunicazione artisti, opere e luoghi distanti, costruendo una piattaforma capace di superare i limiti fisici dello spazio espositivo.

All’inizio RAM è letteralmente mobile. Un furgone trasporta le attrezzature necessarie alle trasmissioni via internet, raggiungendo le sedi dei partner europei e ospitando artisti, curatori, interviste, happening e progetti sonori. La mobilità non è un dettaglio accessorio, ma una strategia: la radio permette di creare connessioni in tempo reale, facendo circolare idee e opere senza richiedere la presenza simultanea dei partecipanti nello stesso luogo.

L’esperienza porta Pieroni e Stiefelmeier a confrontarsi con una dimensione artistica che, pur essendo sempre stata presente nelle loro pratiche, assume ora una centralità autonoma: il suono. Nel 2005 RAM si sviluppa come progetto indipendente da Zerynthia, affiancando all’attività radiofonica quella espositiva e la ricerca sulla Sound Art.

Il passaggio è significativo. Se la galleria aveva costruito la propria identità attorno alla relazione tra opera e spazio, il suono introduce una diversa modalità di occupazione dell’ambiente: non ha bisogno di un supporto visibile, può attraversare un edificio, raggiungere luoghi distanti, trasformare uno spazio vuoto in un’esperienza condivisa. Non è la colonna sonora di un’opera, ma un linguaggio autonomo, capace di produrre significato.

Nel 2004 RAM avvia il SAM – SoundArtMuseum, un archivio permanente di opere sonore che raccoglie e rende accessibili materiali di ricerca e sperimentazione. Nel 2007 prende forma anche RAM LIVE, la radio web in streaming, in un momento in cui l’utilizzo della rete come spazio di produzione e diffusione culturale è ancora lontano dall’essere una pratica ordinaria. La radio diventa un luogo di incontro tra arti visive, suono, parola e ricerca interdisciplinare. Nel manifesto di RAM compare anche il segno di Mario Merz, che disegna la propria spirale sopra un’immagine di microfono. Un’immagine che restituisce simbolicamente l’idea di un suono capace di espandersi, propagarsi e mettere in relazione ciò che altrimenti resterebbe separato.

La storia di RAM non si esaurisce, però, nella sperimentazione tecnologica. Durante la pandemia, Pieroni e Stiefelmeier scelgono di interrompere lo streaming continuativo, in un momento in cui la comunicazione online è diventata una presenza pervasiva, per concentrarsi su forme di ascolto differenti, tra cui i podcast e il progetto Weekly. È un passaggio coerente con il loro approccio: non adottare un mezzo per il suo carattere innovativo, ma interrogarsi continuamente sulle possibilità che offre e sulle modalità attraverso cui può essere fruito.

Questa ricerca confluisce nel tempo in MPDS, l’archivio sonoro che riunisce i materiali prodotti nell’arco di decenni di attività, dalle registrazioni della Galleria Pieroni alle interviste con gli artisti, fino alle tavole rotonde e ai progetti di RAM. L’archivio, confluito nell’Accademia di Belle Arti di Roma e reso accessibile attraverso una piattaforma digitale, non è pensato come un deposito concluso, ma come uno strumento da consultare, interrogare e accrescere.

È qui che la storia di RAM rivela una delle sue dimensioni più profonde: la possibilità di conservare non soltanto le opere, ma le voci, le conversazioni e i processi attraverso cui l’arte si costruisce. Il suono diventa memoria, e la memoria una forma di presenza.

No Man’s Land: un luogo senza confini

Nel 2016, la fondazione di No Man’s Land a Loreto Aprutino, in Abruzzo, porta questa ricerca verso un’ulteriore direzione. Il progetto nasce dall’incontro con l’artista e architetto Yona Friedman e con Jean-Baptiste Decavèle, autori dell’installazione No Man’s Land, estesa su oltre due ettari di terreno. Qui le opere entrano in relazione con il paesaggio, la vegetazione e il passare del tempo, dando vita a un parco d’arte contemporanea accessibile gratuitamente, senza orari di chiusura e senza sorveglianza.

Il progetto riflette un’idea di cultura come bene condiviso, non subordinato al possesso o alla fruizione regolata da un biglietto. Le installazioni si integrano nel territorio e sono destinate a convivere con la natura, trasformando il paesaggio in un luogo di esperienza e incontro. È un approdo che sembra ricomporre le diverse fasi del lavoro di Pieroni: l’interesse iniziale per l’arte inserita nella vita quotidiana, la costruzione di relazioni attraverso la galleria, la mobilità di Zerynthia, l’ascolto e la condivisione promossi da RAM. In ogni caso, il punto non è soltanto portare l’arte fuori dai musei o dalle gallerie, ma immaginare condizioni in cui possa essere incontrata senza che un sistema di accesso ne determini interamente l’esperienza.

La scomparsa di Mario Pieroni lascia dunque una vicenda che non coincide con la sola storia di una galleria, né con quella di un singolo progetto. È la storia di una pratica culturale capace di cambiare forma senza abbandonare il proprio nucleo: la fiducia negli artisti, nell’incontro e nella possibilità che l’arte generi comunità.