Pedro Sánchez cammina tra le sale deserte del Museo Reina Sofía di Madrid, fino a fermarsi davanti a una delle opere più celebri del Novecento, il Guernica di Pablo Picasso. È questa la scena scelta dal presidente del governo spagnolo per un video pubblicato il 24 ottobre sui propri canali social, nel quale rivendica le posizioni antibelliciste del suo esecutivo e rilancia lo slogan «No a la guerra». Una scelta tutt’altro che casuale, soprattutto a poche settimane dalle elezioni generali del 29 novembre, che ha immediatamente acceso una polemica politica sull’utilizzo di un capolavoro del patrimonio artistico nazionale come sfondo di un messaggio elettorale.
«Quando guardo questo quadro non vedo soltanto un’opera d’arte. Vedo cosa succede quando la barbarie prevale sulla ragione», afferma Sánchez nel filmato, richiamando il significato universale del dipinto realizzato da Picasso nel 1937 dopo il bombardamento della città basca di Guernica durante la guerra civile spagnola. Il presidente ripercorre quindi alcune delle scelte di politica internazionale del suo governo, dalla condanna delle operazioni militari israeliane a Gaza al rifiuto di portare la spesa per la difesa al 5% del PIL, sostenendo di aver difeso gli stessi principi nei diversi conflitti internazionali. Il messaggio si conclude con un appello alla convivenza e alla solidarietà, affidando proprio all’opera di Picasso il compito di rappresentare visivamente questi valori.
La reazione dell’opposizione non si è fatta attendere. Il Partito Popolare ha accusato Sánchez di aver utilizzato un’istituzione pubblica e un’opera appartenente al patrimonio collettivo per realizzare quello che considera uno spot elettorale. Miguel Tellado, segretario generale del PP, ha parlato di un’appropriazione del Guernica e di un presunto abuso delle risorse pubbliche, contestando soprattutto la possibilità concessa al premier di girare il filmato all’interno del museo senza la presenza dei visitatori. Alle critiche si è aggiunta Cayetana Álvarez de Toledo, esponente del partito conservatore, che ha giudicato improprio l’impiego del dipinto nella comunicazione politica del presidente.
A intervenire sulla vicenda è stato lo stesso Museo Reina Sofía, che ha precisato come la registrazione sia avvenuta di martedì, giorno di chiusura al pubblico, in seguito a una richiesta di visita istituzionale avanzata dalla Presidenza del Governo. Secondo il museo, la procedura è stata gestita secondo le modalità previste per le altre istituzioni, senza interferire con le normali attività. La struttura consente inoltre riprese e produzioni audiovisive nei propri spazi, mentre dal 2023 è nuovamente possibile fotografare il Guernica, nel rispetto delle regole di conservazione. Non è stato tuttavia chiarito pubblicamente se per la registrazione sia stato previsto un pagamento o se gli spazi siano stati concessi gratuitamente.
Al di là delle contestazioni sulle modalità delle riprese, la vicenda solleva una questione più ampia, che riguarda il rapporto tra arte, istituzioni e comunicazione politica. Il Guernica non è certo un’opera estranea alla politica. Nato come denuncia della violenza contro la popolazione civile, è diventato nel tempo uno dei simboli più riconoscibili dell’opposizione alla guerra, attraversando contesti storici e ideologici differenti. Il suo significato pubblico, tuttavia, non coincide necessariamente con quello di chi decide di richiamarlo. Se è naturale che un’opera così profondamente legata alla storia politica venga continuamente reinterpretata, più complesso è stabilire cosa accada quando la sua immagine entra direttamente nella comunicazione di un leader impegnato in una campagna elettorale.
C’è poi un altro elemento che rende particolarmente interessante la scelta di Sánchez. Proprio nel 2026 il Guernica è tornato al centro di una controversia tra Madrid e i Paesi Baschi, dopo la richiesta del governo regionale basco di trasferire temporaneamente il dipinto al Guggenheim di Bilbao in occasione delle celebrazioni per il novantesimo anniversario del primo governo basco e del bombardamento del 1937. Il Ministero della Cultura spagnolo ha respinto la richiesta sulla base delle valutazioni conservative del Reina Sofía, che considerano il dipinto troppo fragile per affrontare un nuovo trasporto. Una posizione contestata dal presidente basco Imanol Pradales, che ha chiesto ulteriori verifiche tecniche indipendenti. Anche in questo caso, attorno alla tela di Picasso si sono intrecciate questioni di tutela, identità territoriale e rappresentanza politica.
Il paradosso è che un’opera nata per denunciare la distruzione provocata dal potere militare continua a essere al centro di confronti tra poteri politici, istituzioni e territori. La sua storia dimostra quanto sia difficile separare il valore artistico da quello simbolico, soprattutto quando un’immagine diventa parte della memoria collettiva. Il problema, dunque, non è tanto che un politico si confronti con il Guernica, quanto il modo in cui un’opera di tale portata venga inserita in una narrazione costruita attorno alla figura di un singolo leader.
Picasso aveva realizzato un’immagine destinata a superare le circostanze storiche che l’avevano generata. Quasi novant’anni dopo, il suo dipinto conserva intatta la capacità di intervenire nel presente, ma la polemica spagnola mostra anche quanto sia sottile il confine tra richiamare il significato politico di un’opera e utilizzarne l’autorità simbolica per rafforzare un messaggio di parte. Una distinzione che riguarda non soltanto Sánchez, ma più in generale il ruolo dei musei e del patrimonio artistico nella comunicazione politica contemporanea.


