Ad Ansedonia il passato torna a vivere attraverso l’arte contemporanea

Nel Parco Archeologico dell’Antica Città di Cosa, quattro artisti contemporanei si confrontano con le rovine, la memoria e il paesaggio

Una nuvola di bronzo che custodisce il suono di un gong, una campana che non può più suonare, una struttura in terracotta che diffonde i profumi della vegetazione mediterranea e un portale che cambia aspetto seguendo la luce. Sono quattro modi diversi di entrare in relazione con la storia, quattro interventi che abitano le rovine dell’antica città romana di Cosa, ad Ansedonia, trasformando il sito archeologico in uno spazio di confronto tra passato e presente. È da questo incontro che prende forma Ogni Cosa Intatta, la mostra promossa da Hypermaremma, inaugurata il 19 settembre 2026 al Parco Archeologico dell’Antica Città di Cosa, in provincia di Grosseto. Curato da Giulia Tentellini e Chiara Serranti, il progetto riunisce le opere di Iva Drekalovic, Maria Ludovica Gugliotta, Marie Anne Hervé e Yuxiang Wang, realizzate al termine di sei mesi di ricerca e produzione nell’ambito di HYPERESIDENCIES I, il programma di residenza artistica dedicato al rapporto tra arte contemporanea e territorio.

Al centro della mostra c’è una riflessione sul significato della memoria e sulla possibilità che ciò che appartiene al passato continui a trasformarsi. L’idea di qualcosa che rimane intatto non coincide, infatti, con la conservazione immobile di una forma, ma con la capacità di un luogo, di un oggetto o di un simbolo di attraversare il tempo senza esaurire il proprio significato. Le rovine di Cosa diventano così il punto di partenza per nuove interpretazioni, nelle quali la storia non viene ricostruita, ma interrogata attraverso i linguaggi del contemporaneo. Il percorso si sviluppa attraverso quattro interventi che dialogano direttamente con le caratteristiche del sito archeologico, coinvolgendo lo sguardo, l’udito e l’olfatto. Con Lo sguardo naviga a velocità costante, Yuxiang Wang parte da un elemento naturale già presente nell’antica città: un ulivo colpito da un fulmine, bruciato e svuotato al suo interno, ma ancora vivo. Davanti ai suoi rami l’artista colloca una nuvola in bronzo che contiene un gong, il cui suono risuona a intervalli nello spazio circostante. Il riferimento al fulmine richiama la figura di Giove e la dimensione mitologica del tuono, mentre il vuoto dell’albero assume un significato generativo, legato anche alla tradizione taoista.

L’opera mette in relazione la solidità del metallo con la natura mutevole della nuvola, la distruzione con la possibilità di una nuova vita. È invece l’olfatto il protagonista di (In) mancanza d’altro, l’installazione di Maria Ludovica Gugliotta. L’artista realizza una struttura verticale in terracotta alta circa quattro metri, composta da quattro orci sovrapposti e un’anfora, che richiama le forme dei contenitori dell’antichità. Al suo interno trovano posto finocchietto, rosmarino, foglie di fico e fieno raccolti nel territorio. Attraverso alcune aperture, i profumi si diffondono nell’ambiente, suggerendo una modalità di conoscenza del luogo che precede la visione dei reperti e delle architetture. All’apice della struttura, un volto in terracotta tiene coperti occhi, orecchie e bocca, lasciando scoperto soltanto il naso. L’odore diventa così uno strumento di relazione con il paesaggio, ma anche una presenza fragile, destinata ad attenuarsi con il passare del tempo. Marie Anne Hervé interviene invece presso il tempio dedicato a Mater Matuta, divinità romana associata all’aurora, alla fertilità e alla nascita. La sua opera, La Muta, consiste in una struttura in alluminio che introduce una nuova soglia all’interno delle rovine. Un telo di lino, lavorato con elementi metallici riflettenti, reagisce alle variazioni della luce e delle condizioni atmosferiche, modificando continuamente la propria percezione. Il titolo richiama la pelle abbandonata dal serpente, simbolo di rinnovamento e trasformazione, mentre una composizione sonora di otto minuti, realizzata con voce e harmonium in collaborazione con Flavio Gonnellini, accompagna l’esperienza dell’installazione.

Il rapporto tra storia e immaginario collettivo è al centro di Una Campana Senza Lingua di Iva Drekalovic. L’artista presenta una campana in acciaio privata del battaglio, un oggetto che conserva la propria funzione simbolica ma perde la possibilità di emettere un suono. L’intervento prende spunto dalle narrazioni legate alle incursioni piratesche nel Mediterraneo e alla storia dell’antica Cosa, città collegata al mare attraverso il Portus Cosanus. Secondo una tradizione orale, durante gli sbarchi i pirati avrebbero rimosso i battagli delle campane per impedire alla popolazione di dare l’allarme. Una suggestione che l’artista traduce in una riflessione sul silenzio, sull’assenza e sulla persistenza dei racconti nella memoria dei luoghi. Le quattro opere condividono dunque un interesse per ciò che sopravvive alla trasformazione. Il suono di una campana assente, il profumo destinato a svanire, la luce che modifica una superficie e un albero che continua a vivere dopo essere stato colpito da un fulmine diventano altrettante immagini della relazione tra permanenza e mutamento. In questo dialogo, l’archeologia non rappresenta soltanto una testimonianza del passato, ma una materia ancora capace di generare esperienze e nuove possibilità di lettura.

Ogni Cosa Intatta conclude il primo ciclo di HYPERESIDENCIES, il programma di residenza finanziato dalla Regione Toscana attraverso il Programma regionale FSE+ 2021–2027, nell’ambito di Giovanisì. Sei mesi di lavoro hanno coinvolto artisti e curatori italiani e internazionali, chiamati a sviluppare progetti in relazione con il patrimonio storico, naturale e culturale della Maremma. La mostra si inserisce nel percorso avviato nel 2019 da Hypermaremma, associazione fondata da Carlo Pratis, Giorgio Galotti e Matteo d’Aloja con l’obiettivo di portare l’arte contemporanea fuori dagli spazi espositivi tradizionali, attraverso interventi capaci di instaurare un rapporto diretto con il paesaggio e le comunità locali. Nel caso di Cosa, questo dialogo assume una dimensione particolare: l’arte non cerca di restituire alle rovine la loro forma originaria, né di sovrapporre una nuova narrazione a quella archeologica. Piuttosto, invita a osservare ciò che rimane da prospettive differenti, mostrando come anche un luogo segnato dal trascorrere dei secoli possa continuare a produrre significati nel presente.