Ci sono lettere che costruiscono parole e altre che sembrano volersi sottrarre alla frase. Diventano immagine, colore, ritmo, corpo. È in questo territorio che da anni si muove Lorenzo Marini con la TypeArt, ricerca che restituisce autonomia visiva all’alfabeto. A Los Angeles questa indagine diventa spazio. Per la 22ª Giornata del Contemporaneo, l’Istituto Italiano di Cultura presenta We Are Letters. The Architecture of Language, installazione site specific realizzata nel cortile della sede di Hilgard Avenue, sotto gli auspici del Consolato Generale d’Italia a Los Angeles. Quasi cento tele dedicate ad alfabeti differenti sono sospese a diverse altezze. Alcune sono semitrasparenti: lasciano emergere altre opere, lettere e frammenti dell’architettura. Lo spettatore è costretto a muoversi e, con lui, cambia continuamente la composizione. I segni si sovrappongono, si separano, stabiliscono relazioni provvisorie. Il linguaggio diventa così una condizione spaziale prima ancora che un sistema da decifrare. La TypeArt nasce da un paradosso semplice: le lettere sono ovunque, ma raramente le guardiamo. Le attraversiamo per raggiungere il significato. Marini inverte questo processo e porta in primo piano la loro presenza formale: struttura, peso, inclinazione, colore. Prima di leggere, vediamo.


La ricerca si inserisce in una storia che dalle avanguardie alla poesia concreta e visiva ha continuamente messo in discussione il confine tra parola e immagine. Marini ne raccoglie l’eredità nel presente, in una cultura visiva dove scrittura, grafica, design e comunicazione si contaminano senza sosta. Los Angeles offre al progetto un contesto particolarmente significativo: una città costruita sull’immagine e attraversata da lingue e culture diverse. La pluralità evocata dall’installazione trova qui una dimensione concreta. We Are Letters è anche una piccola antologica della ricerca di Marini. Le opere attraversano circa dieci anni di lavoro e immaginari differenti: dalla cultura hippie degli anni Sessanta alla fantascienza, dalla tecnologia alle tradizioni del Medio Oriente, fino al fumetto e al design. Ogni alfabeto conserva una propria identità, ma entra inevitabilmente in relazione con gli altri. «Vedere tutti i miei alfabeti insieme è, per me, come attraversare una piccola antologica della mia ricerca», afferma Marini. «Ognuno ha una voce diversa, ma nello stesso spazio cominciano a parlarsi».

Una convivenza che l’artista lega anche a un messaggio esplicitamente civile: «Nel mondo c’è bisogno di più comunicazione e di meno guerra. Finché continuiamo a cercare un linguaggio comune, possiamo ancora incontrarci».«Con We Are Letters, la creatività italiana incontra la pluralità culturale di Los Angeles», sottolinea Emanuele Amendola, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura. Anche Raffaella Valentini, Console Generale d’Italia a Los Angeles, individua nel progetto «un invito a comunicare e a riconoscersi nella ricchezza delle nostre differenze». È però soprattutto la forma dell’installazione a parlare. Nessun punto di osservazione permette di cogliere tutto: bisogna spostarsi, cambiare prospettiva, accettare ciò che resta nascosto. Il cortile dell’Istituto diventa così una grammatica temporanea di tele, trasparenze e sovrapposizioni. Marini riporta l’attenzione sull’elemento minimo della scrittura, quello che normalmente attraversiamo senza osservarlo. Prima della parola resta la forma. Ed è da lì che We Are Letters ricomincia.


