Lorenzo Marini porta TypeArt sulla passerella di New York: l’alfabeto diventa un’opera da indossare

Alla New York Fashion Week l’artista italiano presenta 21 abiti in seta ispirati alle lettere del suo universo visivo

L’alfabeto esce dalla pagina, abbandona la tela e comincia a camminare. Lorenzo Marini ha portato la sua TypeArt alla New York Fashion Week, trasformando le lettere che da anni sono al centro della sua ricerca artistica in una serie di opere da indossare. Venerdì 11 settembre l’artista italiano ha presentato a New York 21 abiti in seta, uno per ciascuna delle lettere utilizzate nel progetto, spostando il confine tra pittura, grafica, design e moda. Più che una collezione nel senso tradizionale del termine, quella immaginata da Marini è una sorta di mostra in movimento. Le lettere non servono più a costruire parole e frasi, ma vengono trattate come forme autonome: segni, geometrie, campiture e frammenti tipografici che sulla seta acquistano volume e, seguendo i movimenti del corpo, cambiano continuamente configurazione.

I 21 vestiti diventano così altrettante opere, pensate non per essere osservate immobili su una parete ma per occupare fisicamente lo spazio. È l’ultimo sviluppo di una ricerca che Marini conduce da anni intorno all’emancipazione della lettera dalla sua funzione linguistica. TypeArt nasce infatti dall’idea di considerare l’alfabeto prima di tutto per le sue qualità visive. La lettera non è più soltanto qualcosa da leggere: può diventare immagine, materia, composizione e spazio. Una riflessione che deriva anche dal percorso dell’artista, formatosi in Architettura all’Università di Venezia e avvicinatosi alla pittura nell’ambiente di Emilio Vedova, prima di sviluppare una pratica a cavallo tra arte e comunicazione visiva.

A New York questa ricerca trova nel corpo una nuova superficie. Se sulla tela il segno rimane fisso, sull’abito viene piegato, nascosto e nuovamente mostrato a ogni passo. «Alla tela mancava il movimento», ha spiegato Marini in un’intervista successiva alla sfilata, sottolineando come il corpo non si limiti a sostenere l’opera ma finisca per interpretarla e modificarla. Anche la scelta di New York appare coerente con il progetto. La metropoli americana è uno spazio dominato da lettering, insegne, pubblicità, loghi e immagini, nel quale il linguaggio tipografico costituisce una componente permanente del paesaggio urbano. Portare TypeArt nella città significa quindi mettere la ricerca di Marini a confronto con uno dei luoghi nei quali segno, comunicazione e immagine convivono con maggiore intensità.

Il passaggio alla moda, però, non rappresenta per l’artista un cambio di direzione. È piuttosto l’apertura di un ulteriore spazio nel quale far vivere il lavoro. «Non penso alla moda come a un punto di arrivo. Per me è un nuovo spazio espositivo», ha dichiarato Marini. In questo senso la passerella diventa quasi una performance: la tela si trasforma in seta, l’opera segue il corpo e la lettera acquista una dimensione temporale. TypeArt passa così dalla superficie al movimento, continuando a interrogare un elemento apparentemente quotidiano come l’alfabeto e chiedendosi che cosa rimanga di una lettera quando smette di essere letta e comincia, semplicemente, a essere guardata.