A Roma l’opera torna a interrogare lo sguardo

Sette artisti e un’indagine tra materia, immagine, suono e percezione. Da bocal, la collettiva curata da Isabella Vitale e Bianca Miki Zelli nasce in dialogo con l’intervento di Jean-Michel Othoniel nella Cappella Contarelli

Riflettere significa restituire un’immagine, ma anche fermarsi a pensare. È sulla doppiezza di questo verbo, insieme fisica e mentale, che si costruisce Campo di Riflessione, terza mostra di bocal, lo spazio espositivo no profit dei Pii Stabilimenti di Francia a Roma e a Loreto. Dal 7 ottobre 2026 al 7 gennaio 2027, la collettiva riunisce Gabriele Agrimonti, Sveva Angeletti, Cristiano Carotti, Fabio Giorgi Alberti, Keanu Lebon, Thomas Moësl e Alice Paltrinieri, con la curatela di Isabella Vitale, direttrice artistica di bocal, e Bianca Miki Zelli. Il punto di partenza si trova poco distante, nella chiesa di San Luigi dei Francesi, e precisamente nella Cappella Contarelli. Qui, lo scorso 21 settembre, Jean-Michel Othoniel ha inaugurato La Croce per la Cappella Contarelli, opera site specific composta da perle di vetro di Murano e da un basamento in ossidiana. La superficie riflettente funziona come un caleidoscopio capace di intercettare i punti di fuga della cappella e, soprattutto, di accogliere nei propri riflessi i dipinti di Caravaggio.

È da questo dispositivo ottico, concettuale e spirituale che Campo di Riflessione prende le mosse. Non per costruire una mostra sullo specchio, ma per ampliare il significato stesso del riflesso. L’immagine che ritorna da una superficie è soltanto una delle possibilità: riflettere può significare ripensare un gesto, osservare il proprio processo di lavoro, mettere in discussione le condizioni attraverso cui un’opera prende forma. Ne deriva una mostra che si colloca volutamente tra materia e percezione, presenza e immagine. Alcuni lavori incorporano superfici specchianti o materiali capaci di restituire frammenti dello spazio circostante; altri trasferiscono la riflessione all’interno della pratica artistica, interrogando il linguaggio e i meccanismi della produzione. L’opera non coincide più soltanto con ciò che occupa fisicamente lo spazio: comprende anche ciò che accade tra quell’oggetto e chi lo osserva.

È un passaggio particolarmente evidente nelle differenti ricerche raccolte dalla mostra. Sveva Angeletti lavora sul linguaggio come dispositivo attraverso cui si organizzano comunicazione e percezione della realtà, muovendosi tra fotografia, installazione, video, suono, testo e pratiche partecipative. Fabio Giorgi Alberti, attraverso performance, parola, scultura e immagine analogica e digitale, indaga invece il doppio, il riflesso e le complicazioni dello spazio, insieme alle relazioni che l’arte è in grado di generare. La ricerca di Cristiano Carotti attraversa pittura, scultura, installazione e video, confrontandosi con archetipi e simboli e con la dicotomia tra Homo Naturalis e Homo Mechanicus. Diversa è la traiettoria di Keanu Lebon, artista francese che combina metalli, vetro, materiali organici, oggetti recuperati e calchi del proprio corpo per costruire forme ibride, sospese tra anatomia, industria, iconografia religiosa e immaginari contemporanei.

Con Alice Paltrinieri, il campo della percezione si sposta verso la memoria e il sogno. Le immagini diventano instabili, gli spazi discontinui, mentre esperienza onirica, tecnologie digitali, video e suono concorrono alla costruzione di ambienti nei quali ciò che ricordiamo e ciò che vediamo smettono di essere dimensioni nettamente separabili. Alla componente visiva si affianca quella sonora. Thomas Moësl e Gabriele Agrimonti portano in mostra il risultato di un incontro avvenuto nell’aprile 2026 nella chiesa di San Luigi dei Francesi, durante un concerto improvvisato promosso dai Pii Stabilimenti di Francia in occasione della Festa della Musica. Moësl, artista plastico e sonoro, e Agrimonti, organista, improvvisatore e compositore nonché titolare dell’organo storico J. Merklin di San Luigi dei Francesi, costruiscono un dialogo tra sintetizzatore e organo nel quale il suono ritorna trasformato dall’ascolto reciproco.

Proprio qui il concetto di riflesso si allontana definitivamente dalla sola dimensione visiva. Può essere un’eco, una risposta, una variazione. Qualcosa ritorna, ma non necessariamente identico a ciò che l’ha generato. La riflessione implica uno scarto e in quello scarto si apre lo spazio dell’opera. Campo di Riflessione lavora dunque su una condizione più che su un tema. Le pratiche dei sette artisti rimangono autonome, ma convergono nell’idea che l’opera non sia un oggetto definitivamente concluso. La sua forma continua a ridefinirsi attraverso lo spazio, il tempo e soprattutto la presenza di chi guarda o ascolta. Il visitatore diventa così parte del dispositivo. La superficie che riflette ha bisogno di un corpo davanti a sé; il suono di qualcuno che lo ascolti; un’immagine di uno sguardo disposto a interrogarla. La riflessione, da fenomeno ottico, si trasforma allora in una forma di partecipazione. E forse è proprio questa ambivalenza a tenere insieme la mostra: il riflesso restituisce ciò che ha davanti, ma non lo restituisce mai davvero intatto. Tra l’immagine e il suo ritorno rimane sempre una distanza. È in quello spazio minimo, tra ciò che appare e ciò che viene percepito, che Campo di Riflessione costruisce il proprio territorio.

Campo di Riflessione
Gabriele Agrimonti, Sveva Angeletti, Cristiano Carotti, Fabio Giorgi Alberti, Keanu Lebon, Thomas Moësl, Alice Paltrinieri
A cura di Isabella Vitale e Bianca Miki Zelli
bocal, via Santa Giovanna d’Arco 4, Roma
8 ottobre 2026 – 7 gennaio 2027