È bastato un nome. La Cina lascia la Biennale di Gwangju

Dalla Cina che abbandona la Biennale di Gwangju per la denominazione del padiglione di Taiwan ai record di Frieze Seoul e delle aste di Hong Kong

Alla Gwangju Biennale, la più antica dell’Asia, gli organizzatori hanno ripristinato per il padiglione taiwanese la denominazione “Taiwan Pavilion”. La Cina ha reagito ritirandosi.

Pechino ha protestato. Seoul ha precisato che la scelta appartiene alla fondazione indipendente che organizza la Biennale e non modifica la politica sudcoreana.

Un nome, un padiglione, il ritiro della Cina. È bastata una parola per cambiare la Biennale

Intanto, a Frieze Seoul, il mercato corre su due binari. Più di 70.000 visitatori e presenze da 54 paesi e regioni. Un’opera di Yoo Youngkuk è stata venduta per circa 1,6–1,85 milioni di dollari, il prezzo più alto raggiunto da un artista coreano nelle cinque edizioni della fiera. All’altro estremo, piccoli lavori sono stati venduti a partire da 70 dollari. Stessa fiera, due mercati.

E l’Asia non significa soltanto grandi maison internazionali. Il 12 settembre Shinwa Auction, a Tokyo, mette all’asta un Chagal del 1980 stimato 15 – 25 milioni di yen e un Kandisky del 1931 stimato 4 – 6 milioni. Il mercato passa anche da qui.

Da Hong Kong arriva la sorpresa della settimana. Una piccola figura di cane della dinastia Tang scatena 44 rilanci. Stima: 200.000–300.000 dollari di Hong Kong. Aggiudicazione: 5,248 milioni. Nella stessa vendita Sotheby’s una ciotola Jizhou della dinastia Song raggiunge 10,624 milioni, nuovo record d’asta per questa tipologia. Il cane? Oltre diciassette volte la stima più alta. A volte basta un piccolo oggetto per accendere una sala.

A Londra, questa volta, sotto il martello finiscono i dipendenti. O meglio, le loro opere. Studio 1766 porta all’asta 73 lavori realizzati da persone che lavorano per Christie’s. Ne vengono venduti 44. Solo sei vanno oltre le stime. Una piccola opera di Maria Falco fa però il percorso inverso: 343 dollari contro una stima di partenza di 68. Conoscere il mercato non significa poterlo prevedere.

Sempre in Gran Bretagna cambia anche la geografia delle aste. Dreweatts, Sworders e altre case regionali conquistano grandi collezioni provenienti dalle dimore britanniche che un tempo sarebbero passate quasi automaticamente dalle maison londinesi. Internet ha allargato il pubblico. Le major concentrano l’attenzione sui pezzi di maggior valore. Alle case intermedie arrivano collezioni, provenienze, storie.

In Italia Finarte prova un’altra strada. Il 15 settembre Easy Collecting porta online 178 dipinti da una raccolta milanese. Alcune stime partono da poche decine di euro. L’obiettivo è dichiarato: avvicinare una nuova generazione alle aste. Non è ancora una tendenza. È un segnale da seguire.

E mentre qualcuno cerca il collezionista di domani, Christie’s guarda alla memoria della musica.

Il 17 settembre arriva a Londra la collezione di Johnny Marr, cofondatore degli Smiths. Chitarre, amplificatori e strumenti che attraversano oltre quarant’anni di musica: dagli Smiths ai Pretenders, da Electronic a Modest Mouse, fino alle collaborazioni più recenti.

Ci sono la Rickenbacker 330 legata agli inizi degli Smiths, la Gibson ES-355 con cui Marr compose Heaven Knows I’m Miserable Now e la Fender Jaguar utilizzata nelle registrazioni per No Time to Die. Le stime arrivano a 150.000 sterline.

Ma qui il prezzo racconta solo una parte della storia.

Una chitarra ha legno, corde, elettronica. Questa ha anche una biografia.