Si sa, viviamo in un mondo asfissiato dall’interconnessione, dalla globalizzazione, da una produzione di immagini e di contenuti a cui non possiamo umanamente stare dietro, il ritmo è troppo serrato. Su questa ipertrofia contemporanea, che sembra generare anche un alzamento delle temperature psicologiche, come anche fisiche (basti considerare il sempre più pressante problema del riscaldamento climatico), hanno riflettuto Alessandro Rabottini e Leonardo Bigazzi, curatori della Trilogia delle Incertezze, il cui terzo capitolo, Canicula, è esposto fino al 22 novembre 2026, in occasione della Biennale di Venezia, al Complesso dell’Ospedaletto di Venezia.
Dopo i primi due atti, Penumbra e Nebula, anche quest’anno per Canicula, sono stati scelti degli autori (Lawrence Abu Hamdan, Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, Roman Khimei e Yarema Malashchuk, Janis Rafa, P. Staff, Wang Tuo, Yuyan Wang e Maya Watanabe) che indagassero un vedere alterato dalla situazione atmosferica, metafora della società contemporanea. Il curatore Rabotti ni approfondisce l’ultimo capitolo e le origini della Trilogia delle Incertezze, prodotta e ideata dalla Fondazione In Between Art Film, presieduta da Beatrice Bulgari.

Courtesy dell’artista e Fondazione In Between Art Film. Foto © Marco Cappelletti e Giuseppe Miotto / Marco Cappelletti Studio
In che modo l’identità della Fondazione in Between Art Film ha influenzato la nasci ta e lo sviluppo della Trilogia
delle Incertezze?
Parlando delle origini della Trilogia delle Incertezze, risalenti al 2022. Era già nata con una progettualità
in tre capitoli e come è evoluta nel tempo? Su iniziativa della nostra Presidente Beatrice Bulgari, La Fondazione In Between Art Film è nata con un’identità operativa nomade, nel senso che non abbiamo mai avuto una sede espositiva permanente, ma cerchiamo di dialogare con l’immaterialità del medium, il video, con cui lavoriamo, spostandoci in location e contesti sempre
differenti che vanno a influenzare e a compenetrarsi con il contenuto dei lavori esposti. Poi, però, nel tempo, ci siamo accorti che c’era bisogno di una diversa tangibilità di incontro con il pubblico internazionale e, così, nel 2022 abbiamo commissionato le prime otto opere della trilogia con l’intento di esporle alla Biennale di Venezia, realizzando il primo progetto, Penumbra, che sarebbe stato ospitato nel Complesso dell’Ospedaletto di Venezia. La progettualità della Trilogia delle Incertezze, nella
sua interezza, non è nata nel 2022, con la prima mostra, ma la sua potenzialità è stata un divenire nel tempo, quando abbiamo iniziato a capire che quello spazio ci offriva la possibilità di espandere una nostra riflessione sulla contemporaneità.
Come è nata l’idea di rapportarsi alla sensorialità visiva e ai fenomeni atmosferici per scandire l’evoluzione della trilogia?Tutto è nato, per prima cosa, rapportandoci con la natura del luogo che ci ospitava, il Complesso dell’Ospedaletto. Il primo spazio che si incontra all’interno della struttura è la Chiesa di Santa Maria dei Derelitti, che è ammantata da un’atmosfera molto in penombra, inoltre la penombra è anche un elemento importantissimo per la fruizione delle video installazioni. Quindi la natura stessa dell’ambiente accoglieva spontaneamente anche un meta significato della natura del medium. Le opere incluse in Penumbra affrontavano tutte, ognuna a proprio modo, il concetto di soglia, il passaggio tra due stati, la transizione, ad esempio, tra verità e finzione, tra presente e passato, tra la coscienza personale e quella collettiva. Quindi l’idea della penombra come incontro tra luce e buio ci è sembrata una metafora perfetta per raccontare questo tipo di ricerca. Per i successivi due capitoli abbiamo continuato a sfruttare l’influenza del luogo e dei rimandi percettivi che ci trasmetteva, legati, come dicevi tu, alla sensorialità e ai fenomeni atmosferici.

Complesso dell’Ospedaletto, Venezia, 2026, courtesy dell’artista e Fondazione In Between Art Film.
Foto © Marco Cappelletti e Giuseppe Miotto / Marco Cappelletti Studio
Come si è arrivati poi al secondo capitolo, a Nebula, nell’edizione della Biennale di Venezia del 2024?
Partendo proprio dalla natura e dalla struttura del Complesso dell’Ospedaletto abbiamo compreso come potesse aprirci la porta a molte altre letture e interpretazioni, sfruttando la sua spazialità molto interessante, stratificata nei secoli da numerose modifiche architettoniche e anche di destinazione d’uso. In questo luogo quindi si avverte l’eterogeneità degli stili e dei tempi che ha attraversato, rivelandosi come un perfetto scenario narrativo e cinematografico e mettendoci a contatto con diverse fasi esistenziali come la nascita, la morte, la malattia e la speranza. Inoltre, con Nebula, abbiamo approfondito la scenicità del luogo con la collaborazione dello studio milanese 2050+, capendo che un punto di forza di questo progetto potesse essere quello di manifestare l’immagine in movimento nello spazio in modo anche tattile e diversamente percettivo, con installazioni materiali e anche sonore. Con Nebula, abbiamo pensato di continuare sulla strada delle metafore atmosferiche, attraverso cui la vista è sempre alterata e distorta, in difetto, come nel caso di Penumbra e di Nebula, ma anche in eccesso, come per Canicula quest’anno. Le opere che sono confluite in Nebula hanno voluto, unanimemente anche se diversamente, elaborare la frammentazione dell’immagine nello spazio ma anche offrire la possibilità di raccontare lo spaccato contemporaneo, portatore di una percezione della realtà ambigua e disorientante. Con l’ideazione del secondo capitolo ci è balzato agli occhi l’arco narrativo che stavamo intraprendendo, proseguendo, poi, naturalmente, con la terza metafora atmosferica, la canicola per l’appunto, che avrebbe cambiato anche lo scenario del luogo. Nebula aveva un chiaro rimando malinconico, il senso di una perdita di punti di riferimento, di un’immersione in una dimensione sospesa; Canicula, invece, rimanda a un senso di oppressione, visiva e anche fisica. Come per Nebula anche per Canicula, l’intenzione degli artisti coinvolti è quella di parlare del nostro presente, intriso di un senso di saturazione psicologica e quasi termica, di bombardamento che soverchia la possibilità di ciascuno di noi di comprendere le cose. Più in generale, quello che ricollega tutta la trilogia è proprio il voler indagare se l’azione del vedere porti a una effettiva comprensione delle cose, perché nell’oggi non siamo più molto sicuri di quello che vediamo e conseguentemente di quello che conosciamo.

Foto © Marco Cappelletti e Giuseppe Miotto / Marco Cappelletti Studio
Se dovessimo utilizzare delle opere appartenenti alla trilogia per esprimere questo concetto, quali sarebbero?
Yuyan Wang, ad esempio, concepisce la sua opera, Sweet Dreams (Are Made of Sludge) Boring Billion, come un puzzle di frammenti video presi da Internet, da YouTube soprattutto, che tesse insieme creando una narrazione molto personale e fluida. Il suo è un lavoro che esemplifica, da una parte, la magnitudine di immagini in cui, oggi, ci ritroviamo immersi tutti, ma anche, dall’altra, la sua visione particolare su questa complessità visiva. Oppure Maya Watanabe, con Jarkov, si concentra sulla concettualizzazione della visione non umana attraverso delle telecamere che arrivano a cogliere la macro dimensione del reale, cosa che non sarebbe concessa al nostro occhio. Ma nemmeno, però, la capillarità di questa visione risolve il mistero della verità, sempre inafferrabile. Ed è proprio questo uno dei concetti portanti di tutta la progettualità di Canicula e, in generale, della società contemporanea: un raggiungimento sempre parziale della verità, che rimane, in fondo, sempre latente, anche adottando la tecnologia più moderna.
Il senso di contemporaneità quindi viene trasmesso sia concettualmente, ma anche tecnicamente.
Assolutamente. In Canicula ci sono molti esempi di indagini visive sulla natura stessa dell’immagine. Ad esempio, di questo parla proprio il lavoro di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, 24 Landscapes + A Vision, attraverso l’uso dell’archivio cinematografico. La loro video installazione si compone di diverse modalità di “girato”: c’è l’immagine cinematografica in
pellicola, quella in 35 mm, quella digitale, quella effettuata dai droni o quella prodotta da telecamere termiche, tante declinazioni della natura tecnologica dell’immagine, oltre che del linguaggio stesso. Canicula, infatti, include quello documentario, la fiction, la messa in scena, quello forense. Ne è un esempio l’opera di Lawrence Abu Hamdan, 450XL: The Story of a Fugitive Sound, un’indagine visiva che parte da un evento realmente accaduto, in questo caso, una manifestazione a Belgrado dove i manifestanti sono stati dispersi da un’arma sonica. O ancora Affirmations Wishful Thinking di Roman Khimei e Yarema Malashchuk che, attraverso la finzione speculativa, mostra allo spettatore alcuni soldati russi anziani, in punto di morte, mentre esprimono i loro rimorsi sulla guerra in Ucraina.

Courtesy dell’artista e Fondazione In Between Art Film. Foto © Marco Cappelletti e Giuseppe Miotto / Marco Cappelletti Studio
Il dialogo fra le opere e lo spazio del Complesso dell’Ospedaletto è sicuramente importante, che rapporto c’è in generale con l’immaginario veneziano?
Venezia è una città di riflessi, una città la cui visione è mobile, suscettibile ai cambiamenti della luce, delle condizioni atmosferiche. È sicuramente una città che mette il suo spettatore costantemente in crisi, rispetto alla sua visione su di lei. È una città, inoltre, la cui importanza attinge dalla sua storia, dal suo passato, ma allo stesso tempo, anche dal suo presente, dai fenomeni contemporanei che ci riguardano tutti, come il cambiamento climatico, l’impatto del turismo o la sua esistenza come immagine globale. Penso che, più che essere visibile nella produzione delle opere singole, sia stata assolutamente fonte di ispirazione per l’immaginario di molti autori che hanno partecipato e parteciperanno quest’anno alla Trilogia delle Incertezze. Inoltre, sicuramente, è stata di ispirazione anche a me e a Leonardo Bigazzi relativamente al processo di metaforizzazione del
nostro progetto.


