Pino Pascali occupa una posizione singolare nella storia dell’arte italiana del secondo Novecento. La sua ricerca, sviluppata nell’arco di pochi anni e interrotta precocemente nel 1968, continua ancora oggi a sfuggire a una definizione univoca: troppo ironica per aderire pienamente alla monumentalità modernista, troppo strutturata per essere ricondotta esclusivamente alla dimensione ludica o performativa. Nel clima romano degli anni Sessanta, tra sperimentazione ambientale, cultura mediatica e ridefinizione dello spazio artistico, Pascali costruisce un linguaggio che attraversa scultura, scenografia, pubblicità e performance, facendo della materia un dispositivo ambiguo. I suoi animali, le superfici d’acqua, gli elementi di paesaggio non rappresentano mai il reale, ma lo reinventano come costruzione mentale e culturale, restando sospesi tra natura e artificio. A Polignano a Mare, sede della Fondazione Pino Pascali, la sua eredità imponente non viene semplicemente conservata ma, come racconta il curatore Antonio Frugis, continuamente riattivata attraverso un programma che intreccia ricerca, esposizione e produzione critica.

Pino Pascali è profondamente legato alla sua radice pugliese, ma la sua traiettoria si sviluppa anche nella Roma degli anni Sessanta in un contesto di straordinario fermento artistico. La sua stessa collezione si divide tra la Fondazione e musei fuori sede. Come si articola oggi questa doppia appartenenza tra centro e margine?
La marginalità geografica di Pascali rappresenta la piena centralità del suo lavoro che si completa nel momento in cui l’artista approda, per l’appunto, sul versante romano: se nel meridione Pascali acquisisce la sua struttura antropologica, perché è nel mediterraneo, nei suoi miti e nella cultura ellenistica che egli trova piena consapevolezza delle proprie radici, allo stesso tempo gli ambienti capitolini impongono al giovane un’ambientazione e dimensione metropolitana nella quale far convergere la sua cultura d’origine. Col tempo la trasformerà in una nuova natura, anzi, una nuova dimensione naturale per l’uomo contemporaneo: Pascali rappresenta luoghi che non sono luoghi e animali che non sono tali, ma attua la sintesi stilistica e formale ottenuta attraverso l’archetipizzazione dei modelli sociali, culturali e antropologici. Il rapporto costante non è, quindi, tanto tra periferia e centro quanto, piuttosto, nell’addensare criticamente modelli genetico-culturali e la loro proiezione nel presente e nel futuro affinché siano vicendevolmente sostenibili. Il modello archetipico annulla la dimensione geografica, storica, sociale per farsi modello assoluto ed è in questo schema che Pino Pascali trasforma il centro in margine e colloca il margine in posizione centrale.
Quali sono oggi le principali linee di ricerca e programmazione della Fondazione Pino Pascali?
La chiave di volta delle programmazioni artistiche della Fondazione Pino Pascali si articola partendo dal ruolo emblematico che Pascali tuttora riveste nella Storia dell’Arte; la fondazione, che incarna seppur postume le volontà della famiglia di proseguire a Polignano a Mare l’attività in memoria del figlio, si pone come hub scientifico della ricerca sull’artista, sia attraverso gli strumenti usuali delle mostre e le pubblicazioni ma, anche, attraverso programmi e percorsi che verticalizzano il ruolo che l’artista ha saputo ritagliarsi attraverso una ricerca metodologica che orienta lo studio attraverso diverse discipline. Attualmente è in corso la mostra “Pino Pascali dal 1956 ad oggi”, permanente e dinamica che si propone di affrontare le diverse connotazioni del lavoro di Pascali che è, per sua stessa confessione, uno scultore, ma anche grafico, scenografo, pubblicitario, interprete di happening e performance la cui dimensione maieutica è presente in ogni attività dell’artista. D’altronde, la centralità che Pascali riveste nella storia dell’arte italiana e internazionale, lo pone come paradigma di una ricerca che promuove l’arte come sistema per cambiare, per verificare delle possibilità: ed è su questo solco così tracciato che si inseriscono i programmi della Fondazione, le cui mostre non sono semplici dispositivi di esposizione ma momenti di verifica, una rilevazione della temperatura artistica a cui segue, costante, una riflessione. Poi, seguendo sempre le tracce pascaliane, ogni volta è necessario cambiare pelle, come il serpente. Così sono stati articolati i recenti progetti dedicati alla pittura con le mostre personali di Marco Neri e Peter Schuyff mentre, allo stesso tempo, il dispositivo di verifica porta la programmazione del museo a esplorare gli artisti vincitori del Premio Pascali tra il ’69 e il ’79 (quella che è considerata la fase storica prima della sua interruzione) e come tuttora si colloca la loro ricerca, a distanza di molti anni. A corollario di questa offerta la Fondazione propone incontri, dibattiti, corsi, lectio magistralis scientemente studiati per fornire al pubblico e appassionati molteplici e differenti attività di fruizione nella consapevolezza che, tale ecclettismo, aiuti e migliori la partecipazione del pubblico in termini di una totale accessibilità.

In che misura la vostra programmazione si colloca all’interno di un dibattito curatoriale internazionale, e quanto invece rivendica una specificità “situata”, anche periferica rispetto ai grandi centri dell’arte?
Le linee guida espresse dall’attuale direzione artistica, curata da Giuseppe Teofilo, impongono sempre una doppia lettura la cui traiettoria rappresenta un’iperbole: più che periferica o locale, l’ideazione dei progetti nasce sempre da un’interrogazione legata alle radici nelle quali affonda la fondazione, uno studio attento e capillare del territorio che si intende, qui, come geografia culturale la cui proiezione porta il dibattito anche nei grandi centri internazionali.
Il Premio Pino Pascali mette da anni in dialogo artisti contemporanei con l’eredità dell’artista: quanto e in che modo il lavoro di Pino Pascali continua a influenzare le nuove generazioni di artisti?
Pascali è la dimostrazione che, a volte, sono sufficienti appena 32 anni di vita per diventare immortali. Ogni artista insignito del premio, sorprendentemente, ci ha rivelato come il premio costituisse una sorta di chiusura del cerchio poiché per molti di loro Pascali ha rappresentato un incontro/confronto. Pino ha saputo nel giro di pochissimi anni attuare una rivoluzione nella rivoluzione degli anni Sessanta, compiendo una sintesi archetipica formale congiungendo i due principali territori di ricerca artistica, quella europea e quella americana. La scena europea necessita un tempo di contemplazione, quella americana è azione; Pascali riscrive i suoi linguaggi e le sue regole attuando una strategia congiunta che vede azione e contemplazione convivere pacificamente nel suo lavoro, ha definito il concetto di “ingombro totale” e lo ha trasformato in “spazio scenico”. Per dirla con le parole di Sandra Pinto, “Pascali non ha intenzione di costruire ma costruisce intenzioni” e gli artisti di nuova generazione che incrociano Pascali nel loro percorso restano folgorati di fronte alla forza disarmante del suo lavoro, un lavoro che è sempre al di fuori dello spazio, geografico e mentale, e del tempo. Per molti di loro osservare la ricerca di Pino è osservare come passato, presente e futuro possano convivere nelle forme del pensiero e dell’arte.

collezione Fondazione Pino Pascali

Nel lavoro di Pascali il blu attraversa diverse opere, dal riferimento al mare e al paesaggio mediterraneo fino alla sua reinvenzione artificiale. All’origine il blu rimanda a una dimensione naturale (mare, cielo…) ma progressivamente si sposta verso una “nuova naturalità”, quella antropologica e industriale della contemporaneità. Blu sono gli scovoli dei Bachi da setola, blu è il pelo acrilico della Vedova Blu, blu è l’acqua artificiale di 32 mq di mare circa. Come si tiene insieme questa trasformazione continua: è ancora lo stesso blu che cambia funzione o si tratta di passaggi che modificano il suo statuto da elemento naturale ad artificiale?
E viceversa. Nel senso che in Pascali accadono entrambe le cose: all’origine il blu e le sue tonalità trovano riferimento nel vasto assortimento naturale che l’artista ha modo di osservare, i blu del mare, del cielo. Ma nel tempo l’attenzione si sposta verso una nuova naturalità, cioè quella dimensione antropologica nella quale si compone e si struttura la vita della civiltà contemporanea; ed è così che il blu è colto nella sua accezione industriale e tecnologica, blu sono gli scovoli dei Bachi da setola, blu è il pelo acrilico della Pelle conciata e della Vedova blu, blu è, anzi sono, le tonalità con cui è tinta l’acqua di Pascali in 32 mq di metri circa. E tra natura e artificio, il blu di Pascali si fa orizzonte.
Il recente ingresso della Fondazione in AMACI segna un passaggio importante, anche perché introduce per la prima volta un museo pugliese all’interno della rete. Quale contributo specifico pensa possa portare la Fondazione, anche alla luce del suo radicamento territoriale?
Ogni azione che si dipana attraverso la retificazione di un sistema è, anzitutto, un sistema di scambio e cooperazione; la Fondazione ha sempre sostenuto le attività di AMACI con una presenza costante negli anni passati seppur legata a momenti episodici come le Giornate del Contemporaneo. Ed è anche su questa consuetudine che si è deciso di aderire alla rete: sapere di essere i primi in Puglia dà un senso di peso nazionale all’interno di una rete alla quale aderiscono le più importanti istituzioni italiane e con le quali confrontarsi in un dialogo aperto; d’altronde, attraverso l’applicazione delle proprie linee programmatiche, la Fondazione è in grado di dialogare con le realtà particolari del territorio infondendo un modello di leva identitaria affinché l’arte contemporanea non resti la più classica delle cattedrali nel deserto.

Rometone x Inside Art
Realizzata nel 1968, Vedova Blu è una delle sculture più emblematiche dell’ultimo periodo di Pino Pascali. L’opera rielabora l’immaginario della “black widow” attraverso un ribaltamento radicale: l’aracnide, figura potenzialmente minacciosa, viene trasformata in una creatura ludica e monumentale, il cui corpo è interamente costruito e neutralizzato dal blu. È proprio il blu, infatti, a intervenire come dispositivo di trasformazione percettiva: non semplice rivestimento cromatico, ma materia che addomestica la forma, spostandola dal registro del perturbante a quello del gioco. Il gioco di parole tra vedova nera e vedova blu rafforza questa ambiguità, mentre materiali comuni e industriali costruiscono un corpo che non imita il reale ma lo reinventa come creatura fantastica che non produce minaccia ma familiarità. Il risultato è una figura che oscilla tra animale e giocattolo, e tra scultura e performance. All’interno del progetto realizzato da Inside Art, in collaborazione con il brand grafico Rometone, dedicato ai pantoni della Scuola di Piazza del Popolo, il blu di Pascali è stato isolato come segno identitario e campo di lettura dell’opera. Dopo Argento Fioroni e Rosso Angeli, il percorso prosegue così, in collaborazione con la Fondazione Pino Pascali, nell’esplorazione del colore come dispositivo culturale e percettivo, trasformando l’immaginario dell’artista in una soglia tra forma, materia e codice visivo.

Realizzata nel 1968, Vedova Blu è una delle sculture più emblematiche dell’ultimo periodo di Pino Pascali. L’opera rielabora l’immaginario della “black widow” attraverso un ribaltamento radicale: l’aracnide, figura potenzialmente minacciosa, viene trasformata in una creatura ludica e monumentale, il cui corpo è interamente costruito e neutralizzato dal blu. È proprio il blu, infatti, a intervenire come dispositivo di trasformazione percettiva: non semplice rivestimento cromatico, ma materia che addomestica la forma, spostandola dal registro del perturbante a quello del gioco. Il gioco di parole tra vedova nera e vedova blu rafforza questa ambiguità, mentre materiali comuni e industriali costruiscono un corpo che non imita il reale ma lo reinventa come creatura fantastica che non produce minaccia ma familiarità. Il risultato è una figura che oscilla tra animale e giocattolo, e tra scultura e performance. All’interno del progetto realizzato da Inside Art, in collaborazione con il brand grafico Rometone, dedicato ai pantoni della Scuola di Piazza del Popolo, il blu di Pascali è stato isolato come segno identitario e campo di lettura dell’opera. Dopo Argento Fioroni e Rosso Angeli, il percorso prosegue così, in collaborazione con la Fondazione Pino Pascali, nell’esplorazione del colore come dispositivo culturale e percettivo, trasformando l’immaginario dell’artista in una soglia tra forma, materia e codice visivo.


