Metamorfosis. Las transformaciones de la belleza, mostra personale di Andrea Crespi è ospitata negli spazi dell’Istituto Italiano di Cultura di Madrid. Crespi (Varese, 1992), artista che vive e lavora tra Milano e Miami. L’esposizione, curata da Clelia Patella e supportata da FGN Foundation, rimarrà aperta fino al 29 agosto 2026. Le opere riflettono su come la nostra visione dell’essere umano, insieme ai canoni della bellezza si stiano trasformando, nonostante le icone classiche continuino ancora a comunicare e a risultare attuali. L’intelligenza artificiale, la robotica e le biotecnologie solleticano l’immaginario dell’artista.
Siamo in un’epoca in cui la bellezza classica è continuamente messa in discussione, grazie a una sensibilizzazione sulla diversità dei corpi, a campagne anche nel mondo della moda che enfatizzano asimmetria, imperfezioni, nei della pelle, che hanno superato la stigmatizzazione del grasso e spesso ricercano il particolare che fa discostare l’individuo dalla massa. Ha ancora senso parlare di canoni estetici e di bellezza normata? Cosa significa per te bellezza?
Clelia: Credo che oggi abbia meno senso parlare di un unico canone estetico. Ogni epoca costruisce la propria idea di bellezza, e la nostra sta vivendo una trasformazione molto profonda. L’attenzione verso corpi, identità e sensibilità diverse ha allargato il nostro modo di guardare il mondo e, di conseguenza, anche il nostro modo di guardare le immagini.
Per questo non penso che la bellezza sia scomparsa o che abbia perso valore, credo piuttosto abbia cambiato forma. La storia dell’arte ce lo insegna: ogni epoca ha riscritto i propri canoni estetici senza cancellare quelli precedenti. Oggi, per la prima volta, questa trasformazione passa anche attraverso immagini generate, modificate e reinterpretate con strumenti che fino a pochi anni fa non esistevano.
È proprio da questa riflessione che nasce Metamorfosis. Il lavoro di Andrea Crespi mostra come anche le immagini che consideriamo eterne continuino a trasformarsi. Ci invita a guardare la bellezza come qualcosa che continua a evolversi insieme alla cultura visiva del nostro tempo. È questo, a mio avviso, il motivo per cui le immagini classiche continuano a parlarci.

“Le opere classiche continuano a trasformarsi perché ogni epoca le guarda con occhi diversi e le riscrive attraverso i propri strumenti”. Oltre alle opere di Andrea Crespi, ti vengono in mente altri esempi di come ciò avvenga?
Clelia: La storia dell’arte è fatta di continue riscritture. Penso a Picasso quando rilegge Las Meninas di Velázquez, a Francis Bacon che torna ossessivamente sui ritratti di papa Innocenzo X di Velázquez, oppure a Bill Viola che riprende la composizione e la spiritualità della pittura rinascimentale attraverso il linguaggio del video. Nessuno di questi artisti copia il passato. Lo interpreta, lo riattiva, lo porta dentro il proprio tempo. Credo che Andrea Crespi si inserisca in questa stessa tradizione. Le opere classiche diventano il punto di partenza di una riflessione sul presente e sul modo in cui oggi costruiamo le immagini e le osserviamo.
A mio avviso, però, nella ricerca di Andrea Crespi c’è anche un altro elemento. Il suo lavoro ha una profonda affinità con la tradizione cinetico-percettiva italiana, da Bruno Munari a Gianni Colombo e Grazia Varisco o, più in generale, con le ricerche dell’Op Art. Se l’arte cinetica indagava la fisica della percezione, Crespi sposta quella ricerca nella cultura della percezione digitale, ove il nostro sguardo è continuamente mediato da schermi, algoritmi e immagini generate dalle nuove tecnologie.
Scrivi che l’opera di Andrea Crespi alimenta “una visione in cui la figura umana continua a esistere, ma in una forma che ancora non sappiamo del tutto riconoscere”, quali sono le anomalie e gli elementi di alterità che l’artista sottolinea e qual è l’uomo del futuro che immagini?
Clelia: Credo che oggi il punto non sia riconoscere ciò che è diverso, ma accettare che la nostra idea di essere umano stia cambiando. Per la prima volta immaginiamo il corpo, l’identità e perfino l’intelligenza come qualcosa che può evolvere oltre i confini con cui li abbiamo pensati per secoli. L’intelligenza artificiale, la robotica e le biotecnologie stanno modificando il nostro immaginario prima ancora della nostra realtà. Le figure di Andrea Crespi restituiscono proprio questa condizione, ci sembrano familiari e, allo stesso tempo, difficili da decifrare, perché appartengono a un momento di trasformazione. Più che rappresentare un altro essere umano, rappresentano il momento in cui la nostra idea di essere umano sta cambiando. E l’arte, come spesso accade, riesce a intercettare queste trasformazioni quando ancora non hanno trovato un linguaggio condiviso.

Hai sviluppato il concetto di Neosintesi, un processo di sintesi e riduzione all’essenziale di forme tradizionali. Vuoi spiegarci cosa intendi e quali sono gli stadi che conducono all’opera finita? Qual è il tuo processo creativo?
Andrea: La Neosintesi nasce dalla crasi di due parole: Neo, che richiama il nuovo, e Sintesi, intesa come processo di semplificazione. Il mio lavoro parte da simboli, icone e immagini appartenenti al nostro patrimonio culturale, che vengono reinterpretati attraverso un linguaggio contemporaneo ed essenziale. Credo infatti che, in un mondo sempre più complesso, la vera sfida sia riuscire a comunicare con semplicità senza rinunciare alla profondità.
Per la tua ricerca è centrale il tema della trasformazione estetica attraverso l’impatto delle nuove tecnologie. Come ti aggiorni sulle nuove tendenze estetiche e quali sono le nuove tecnologie che ritieni più stimolanti in relaziona alla tua arte?
Andrea: Parte della mia ricerca artistica consiste nel rimanere costantemente aggiornato su ciò che accade nel mondo. Le trasformazioni della società influenzano inevitabilmente anche l’estetica e il modo di creare. Mi interessa osservare come le nuove tecnologie modifichino anche il nostro modo di percepire le immagini, perché è proprio lì che prende il via una parte importante della mia ricerca. Tra gli strumenti che oggi trovo più stimolanti c’è sicuramente l’intelligenza artificiale, che considero un mezzo per esplorare nuove possibilità creative, non un sostituto dell’artista. Allo stesso tempo, sono molto affascinato dall’olografia e dalle tecnologie immersive, perché permettono di creare opere che superano i confini tradizionali e offrono allo spettatore nuove modalità di esperienza e interazione.

Cosa ti colpisce della città di Madrid e della sua scena artistica contemporanea?
Andrea: Madrid è una città con una straordinaria tradizione artistica, ma quello che mi colpisce di più è la sua capacità di guardare al futuro senza perdere il legame con la propria storia. È un equilibrio che si percepisce molto chiaramente visitando il Museo del Prado, dove opere che appartengono alla storia dell’arte continuano ancora oggi a dialogare con il presente. Anche per questo ho voluto realizzare un’opera ispirata a Venere e Marte: mi interessava creare un legame con questo luogo e con una delle sue collezioni più importanti. La scena contemporanea è vivace, internazionale e aperta alla sperimentazione, e questo crea un contesto ideale per il dialogo tra linguaggi diversi, che è anche il cuore della mia ricerca.
Per l’occasione hai prodotto un’opera che prende spunto dal gruppo scultoreo di Canova Venere e Marte, conservato al Museo del Prado di Madrid, ponte tra patrimonio spagnolo e sensibilità italiana. Perché hai scelto quel soggetto in particolare e che scultura o opera d’arte di un artista spagnolo prenderesti in considerazione per prossimi progetti?
Andrea: Ho scelto Venere e Marte di Canova perché rappresenta un’icona della cultura italiana e un ponte ideale con Madrid, dove è conservata una delle più celebri versioni storiche del gruppo scultoreo. Mi interessava reinterpretare un capolavoro profondamente legato alla tradizione, dimostrando come possa ancora dialogare con il presente attraverso un linguaggio contemporaneo. Per un futuro progetto mi piacerebbe confrontarmi con un’opera di Pablo Picasso o di Salvador Dalí. Entrambi hanno saputo ridefinire il linguaggio dell’arte e trasformare la percezione della realtà.

Il percorso espositivo si sviluppa in tre ambienti distinti. La Sala degli Specchi esplora la moltiplicazione dell’immagine e mette in relazione corpo e percezione attraverso Amore e Psiche; la Sala Bianca riunisce le reinterpretazioni della scultura classica, tra cui la nuova opera ispirata a Venere e Marte del Museo del Prado; la Sala Belvedere mette il visitatore innanzi alle possibilità offerte dall’intelligenza artificiale e dai processi algoritmici. Vuoi spiegarci di più come avete immaginato questo dispiegamento e perché avete pensato alla macchina come acmé finale?
Andrea: Il percorso è stato pensato come un’unica esperienza che accompagna il visitatore attraverso tre momenti di riflessione, più che come tre sezioni indipendenti. Si parte dal rapporto tra l’essere umano e la macchina, rappresentato dalla scultura Amore e Psiche; si prosegue con il tema dell’immagine e della percezione attraverso la reinterpretazione del classicismo; infine si arriva all’intelligenza artificiale, una delle trasformazioni più significative del nostro tempo. Ogni sala aggiunge un tassello a questo percorso e prepara la successiva, mostrando come il modo in cui rappresentiamo il corpo, l’immagine e la bellezza continui a evolversi insieme ai nostri strumenti. Più che un punto di arrivo, la macchina rappresenta un’apertura verso nuove possibilità, perché anche l’intelligenza artificiale, nel mio lavoro, diventa un modo per continuare a interrogare la storia delle immagini e la loro trasformazione.



