«Una permanente con il carattere di una temporanea»: con queste parole l’architetto Filippo Loi presenta il nuovo allestimento della Galleria d’arte contemporanea “Giovanni Carandente”, al primo piano di Palazzo Collicola a Spoleto. Fortemente voluto da Saverio Verini, direttore dei Musei Civici di Spoleto, che si è avvalso del supporto scientifico di Arianna Paragallo, il piano di riorganizzazione generale degli spazi è incardinato tanto su un profondo senso della storia quanto su principi di flessibilità espositiva, dalla pannellatura ai supporti di base.
Presentato lo scorso 27 giugno, il progetto di restyling segue i binari della precisione filologica, camminando all’unisono con la centralità culturale acquisita da Spoleto dalla metà del secolo scorso. In tal senso, la narrazione progressiva della città non può che partire dal suo primo campione, Leoncillo Leonardi, a cui è dedicata una sala monografica. Oltre ad esprimere i tratti più riconoscibili dell’artista, legati a stilemi informali, il primo ambiente lascia a vista una ricerca più remota, di ascendenza neocubista, e a un campionario iconografico di derivazione popolare – strumenti musicali, suonatori, una spidocchiatrice e un servizio da caffè in ceramica dei primi anni ’40, proveniente dai depositi della collezione – esplorato anche per via del disegno.

Dal singolo al molteplice, la seconda sala offre un affondo su un collettivo di pittori (De Gregorio, Marignoli, Orsini, Rambaldi, Raspi e Toscano) passati alla storia come I sei di Spoleto. Nato in via ufficiale nel ’54, e scioltosi definitivamente nel ’62, il gruppo mostra evidenti affinità elettive con le teorie del critico bolognese Francesco Arcangeli, impegnato a tracciare in quegli anni i profili di una congiuntura tra esperienze che da Milano scendevano a Bologna, correndo lungo l’Appennino per arrivare in Umbria: a Spoleto – così Arcangeli nel testo della mostra alla Galleria La Loggia di Bologna (1955) – il critico salutava con entusiasmo il sorgere di una «civiltà della terra e della natura che non ha mai cessato di legare al ritmo biologico il vitalismo vivo e scattante della pittura di segno, di gesto e di materia».
Un anno prima, nel 1953, era intanto nato il Premio Spoleto: animato dai pittori locali e dall’amministrazione cittadina, guidata da Gianni Toscano, il premio innescò una spinta propulsiva ulteriore verso la modernità, e permise al comune di immagazzinare una serie di opere, alcune delle quali sono esposte lungo uno dei corridoi laterali, che avrebbero impresso solchi cruciali nella storia dell’arte italiana. A Palazzo, il Balcone di Mario Ceroli, che si aggiudicò il premio nel ’66, precede di pochi metri la Coda di Cetaceo di Pino Pascali – a cui spettò la medaglia d’argento – appartenente alla serie delle Finte sculture in tela centinata.

Con il Premio Spoleto, anche il Festival dei Due Mondi – nato nel 1958 come trait d’union tra Europa e Stati Uniti – stava mettendo la cittadina umbra sulla mappa dell’arte e della cultura a livello internazionale. Nell’ambito della quinta edizione (1962), una “nota di particolare interesse” avrebbe arricchito la programmazione ufficiale: si trattava di Sculture nella città, grande mostra all’aperto architettata proprio da Giovanni Carandente e ancora oggi trattata con il rispetto che si riserva a case study di pionierismo “museale”. Per l’occasione, Carandente convocò più di 50 artisti, chiamati a produrre oltre cento opere su scala ambientale e perfettamente inserite nel tessuto urbano. Alla mostra è dedicato un intero ambiente, che raccoglie materiale preparatorio – come il modellino del Teodelapio di Alexander Calder – ma anche fotografico – gli splendidi scatti di Ugo Mulas, che documentano l’incontro tra sculture e cittadini, costeggiano il perimetro della sala – e di corrispondenza privata. In uno degli angoli della sala, la ristampa anastatica del manifesto originale ribadisce l’assoluta novità della rassegna sia sul piano dell’estetica diffusa che in una prospettiva civica: «Per una breve stagione – recita il comunicato firmato dalla giunta comunale – l’intera nostra città sarà trasformata in un grande Museo d’arte moderna, al quale si potrà accedere senza il biglietto d’ingresso, e senza che vi siano guardiani a custodirlo». La virtù di un onore diffuso, si avverte, è però accompagnata da un onere condiviso: «Le opere esposte, che costituiscono un patrimonio di valore inestimabile, sono tutte affidate al nostro civico senso di responsabilità, ciascuno di noi dovrà sentirsi impegnato a garantirne la sicurezza e partecipe del grande sforzo che è stato compiuto».

Tra i tanti artisti coinvolti, Beverly Pepper è senza dubbio una tra le voci più intimamente legate a Spoleto, e a Carandente stesso: è al 2016 infatti che risale la donazione di un piccolo gruppo di sculture, che assieme a due interventi pittorici, del 1961 e del 1963, offrono al visitatore un focus sull’artista americana. La sala dedicata a Pepper, adiacente agli spazi di approfondimento monografico su Alexander Calder – Palazzo Collicola, in tal senso, è il museo pubblico italiano con il maggior numero di opere dell’artista di Philadelphia, ospitando gouaches, mobiles, gioielli e il celebre wire-portrait (“ritratto a filo”) di Carandente in ferro battuto – e Sol LeWitt, concentra, in una delle zone angolari del palazzo, il “quartier generale” di una delegazione di transfughi americani.
Di Sol LeWitt, approdato a Spoleto nel 1971 per il tramite di Marilena Bonomo, la galleria presenta la Complex form n.90, scultura piramidale realizzata assieme all’artigiano locale Fausto Scaramucci, il bozzetto per un’opera pubblica mai ultimata e, grazie al comodato della famiglia Bonomo, anche alcune opere su carta – di piccolo e grande formato – e altre forme piramidali collocate su un “tavolo da lavoro” giallo: sempre nelle intenzioni di Loi, il giallo è un colore che, oltre ad essere particolarmente familiare all’artista, può far risaltare la cromia bianca delle forme scultoree.
Da Lewitt, il percorso avanza con un duplice omaggio. Il primo è a Sculture da Camera, mostra itinerante, con lavori su scala ridotta, promossa proprio da Marilena Bonomo nel 1988. La sala accoglie alcune delle opere allestite in occasione della tappa spoletina della mostra, a Palazzo Rosari Spada: la rosa delle figure coinvolte – tra gli italiani: Alighiero Boetti, Gino De Dominicis, Nunzio, Mario Schifano, Giulio Paolini; tra gli stranieri: Fischli & Weiss, Richard Nonas, Meret Oppenheim, Richard Tuttle, Pat Steir – testimonia il ruolo di primissimo piano ricoperto dalla Bonomo già a partire dai primi anni’70.

Il secondo è a Giovanni Carandente, personalità unica sia dal punto di vista accademico – il suo vastissimo spettro di competenze spaziava dal Quattrocento maturo (sua la grande monografica su Antonello da Messina del ‘53) all’incursione nelle vicende del suo tempo – che “politico” ed istituzionale: qui il corpus di ritratti umoristici, di bozzetti su carta e di scambio epistolare con gli artisti – donata dal critico alla città di Spoleto – si riunisce attorno a un tavolo circolare centrale – ancora Loi ribadisce il carattere di flessibilità materiale del supporto – che ospita, al contrario, piccoli interventi scultorei.
L’ambiente successivo dà ulteriore prova della munificenza reciproca tra Carandente e i suoi contatti d’area romana. Attivo dal 1945 a Roma, il critico stringe una rete di conoscenze: il nucleo di donazioni, dunque, si arricchisce con opere di artisti emersi nel secondo dopoguerra (Scialoja, Consagra, Accardi e Dorazio) e dei “giovani” di Piazza del Popolo (il quartetto composto da Festa, Lo Savio, Angeli e Schifano). Interrotto da una piccola sala monografica su Alberto Burri, il viaggio romano prosegue con due spazi, dedicati rispettivamente all’arte capitolina degli anni Settanta – i nomi sono quelli di Ontani, Verna, Weller e Montessori – e alla cosiddetta “Scuola di San Lorenzo” (Ceccobelli, Nunzio, Dessì, Gallo, Tirelli, Pizzi Cannella).
Tornando all’Umbria, il profilo di Alberto Burri tracciato dalla galleria è più introspettivo, a tratti inedito. Aperta da una piccola combustione su carta, Per una biro (1963), donata a Carandente in cambio di una penna Parker d’argento, la sala accumula episodi più noti – i due Cretti, in prestito dalla collezione Intesa Sanpaolo – e momenti più eccentrici, come i poster realizzati dall’artista su commissione CONI per Italia ’90. Il fiore all’occhiello della sala Burri rimane tuttavia la copia, appartenuta a Carandente, delle 17 variazioni sui temi proposti per una pura ideologia fonetica, quasi un unicum sul piano della conservazione. Prodotto nel ‘55 assieme al poeta Emilio Villa, il libro d’artista contiene al suo interno interventi minimi di combustione e cucitura, motivo per cui molte delle copie originali – la tiratura del libro era stata limitata a 99 esemplari – sono state smembrate e le pagine staccate e vendute come pezzi singoli. Come sottolineato da Verini, quella esposta a Spoleto è l’unica copia integra in un museo pubblico, con la sola eccezione dell’esemplare oggi al MoMA.

Anche per Domenico Gnoli, grazie a un comodato a lungo termine con l’Archivio, la proposta della galleria è orientata al recupero di episodi meno noti, preliminari alla stagione più celebre, ma ad ogni modo rivelatori dello zelo e della precisione ottica di uno sguardo sempre e comunque diretto al particolare, al dettaglio di vestiario. Riempiti con impasti sabbiosi, grumosi, questi quadri – ultimati tra la fine dei ’50 e inizi anni ’60 – non rinunciano, pur nella prorompenza materica, alla nitidezza descrittiva ben evidente, ad esempio, nella trama d’intreccio dei cesti in vimini. Come per Burri, anche nel caso di Gnoli il sodalizio con Spoleto e con l’Umbria in generale non è certo sporadico: il padre, Umberto Gnoli, era soprintendente al patrimonio artistico regionale, e Gnoli stesso – oggi sepolto a Monteluco – fu attivo come scenografo per la prima edizione del Festival dei Due Mondi.
Se con la coppia Burri-Gnoli il percorso espositivo torna per un attimo sul sentiero della produzione nazionale, la sala dedicata agli Artisti a Spoleto opta per un rovesciamento parziale di rotta, evidenziando la condivisione del territorio da parte di operatori locali, europei ed extraeuropei. Dallo spoletino Franco Troiani alle sculture in bronzo di Anna Mahler, figlia di Gustav e attiva in città dal 1958, il penultimo ambiente include – oltre ai lavori di Afranio Metelli, Jeffrey Isaac, Robin Heidi Kennedy – una tela di Stefano di Stasio e un’opera video del messicano Calixto Ramirez – protagonista di una residenza a Monteluco nel 2022 culminata in una personale a palazzo, From Monterrey to Monteluco, tra il 2023 e il 2024.
Il bilanciamento tra spinte opposte, infine, rientra perfettamente anche nell’approccio curatoriale dell’ultima sala (Nuove acquisizioni) dove Jacopo Miliani – la sua serie fotografica Abeceda, del 2024, è stata acquisita grazie al PAC 2024 – e la Tigre in cera d’api di Bekhbaatar Enktur – esposta in occasione de La sostanza agitata (2023) a cura di Verini, e donata dall’artista al museo – offrono al pubblico uno spaccato di contemporaneità giovane e viva.



