Nell’ambito della mostra Ai Weiwei: Button Up! ad Aviva Studios, a Manchester (2 luglio – 6 settembre 2026), l’artista presenta Sewing a Button, una performance durazionale di 24 ore in programma dal 3 al 4 luglio che mette in scena, per la prima volta in forma pubblica e diretta, la sua detenzione segreta del 2011 da parte delle autorità cinesi.
L’opera ricostruisce l’esperienza della sorveglianza e dell’interrogatorio, mostrando Ai Weiwei mentre dorme, mangia, si muove, scrive, si lava ed è interrogato, in un dispositivo performativo continuo e radicale che elimina ogni distanza tra esperienza vissuta e rappresentazione. Le immagini della performance saranno diffuse in tempo reale all’interno del complesso attraverso schermi e trasmesse anche online, trasformando l’azione in un evento globale che estende la dimensione del controllo e della visibilità oltre lo spazio fisico della sala.

Una mostra monumentale tra memoria politica e globalizzazione
Ai Weiwei costruisce l’intero progetto come una riflessione sulla censura, sulla violenza politica e sulle contraddizioni della modernità globale. Il titolo Button Up! diventa così un riferimento ironico ai sistemi di controllo e repressione, ma anche al rapporto tra industria, produzione e potere, evocato dalla storia manifatturiera di Manchester e dall’eredità della Rivoluzione industriale. La performance costituisce il nucleo concettuale della mostra, che occupa gli ampi spazi del Warehouse di Aviva Studios con una scala monumentale pensata appositamente per il luogo. Il progetto riflette sulle eredità dell’imperialismo britannico, sulle relazioni tra Cina e Regno Unito e sulle dinamiche della globalizzazione, mettendo in relazione storia, economia e crisi politiche contemporanee.
Tra le nuove commissioni spiccano Eight-Nation Alliance Flags, realizzata con milioni di bottoni raccolti e assemblati per evocare la storia dell’invasione della Cina da parte delle potenze occidentali, e History of Bombs, un’enorme installazione in mattoncini che rappresenta sistemi d’arma e conflitti globali su scala monumentale. Accanto a queste opere, il pubblico potrà vedere lavori chiave della carriera dell’artista, dalle installazioni su migrazione ai grandi interventi scultorei e cerimoniali, riuniti per la prima volta nello stesso spazio.

Ai Weiwei: arte come atto politico e resistenza alla censura
Come sottolinea Ai Weiwei, la scelta delle opere nasce da questo intreccio storico: «Manchester è l’epicentro della prima Rivoluzione industriale, un momento in cui la Gran Bretagna era il centro produttivo del mondo e allo stesso tempo parte di un sistema globale di commercio, colonialismo e sfruttamento». In questa prospettiva, il progetto mette in relazione l’espansione industriale britannica con le tensioni commerciali e politiche che hanno segnato i rapporti con la Cina, dall’Ottocento fino alle dinamiche contemporanee della globalizzazione.
L’artista collega così la propria ricerca alle grandi narrazioni storiche, in un arco temporale che attraversa due secoli di scambi, conflitti e trasformazioni tra Europa, Stati Uniti e Cina. «Comprendere la storia è essenziale per interpretare il presente», afferma Ai Weiwei, sottolineando come le crisi contemporanee siano inseparabili dalle strutture economiche e politiche del passato. In questo senso, Sewing a Button non è solo una ricostruzione biografica della detenzione del 2011, ma un dispositivo politico che mette in discussione le forme contemporanee di sorveglianza, interrogando la relazione tra corpo, potere e visibilità. La performance diventa così parte di un sistema più ampio in cui opera, storia e memoria personale si intrecciano, trasformando lo spazio espositivo in un campo critico sul presente.
Infine, Ai Weiwei insiste sul carattere globale e interconnesso del progetto: «Il mondo oggi è profondamente diviso, attraversato da conflitti e tragedie. Capire la storia significa anche assumersi la responsabilità di difendere verità e giustizia». Une dichiarazione che sintetizza la sua pratica artistica come forma di resistenza culturale e politica, dove l’arte diventa non solo rappresentazione, ma presa di posizione.


