Transforming Energy: quando la performance diventa partecipazione 

Marina Abramović è protagonista della mostra veneziana curata da Shai Baitel che invita il pubblico a diventare parte attiva dell'opera trasformando l'esperienza estetica in esercizio di presenza

Poche artiste hanno segnato la storia della performance quanto Marina Abramović. Dagli anni Settanta a oggi, il suo corpo è stato il luogo privilegiato di una ricerca che ha interrogato i limiti della resistenza fisica e psicologica, il rapporto con il pubblico e il significato stesso della presenza. Da Rhythm 0 a The Artist is Present, Abramović ha trasformato la performance in uno spazio di confronto diretto tra artista e spettatore, ridefinendone linguaggio e possibilità. È dunque significativo che sia proprio lei la prima donna artista vivente a cui le Gallerie dell’Accademia di Venezia dedicano una grande mostra curata da Shai Batel, direttore artistico del Modern Art Museum di Shangai. Transforming Energy non si presenta come una semplice retrospettiva celebrativa. Al contrario, il progetto sembra interrogarsi su ciò che accade quando la performance supera la figura dell’artista e si trasferisce nel corpo di chi osserva. “Per me la cosa più importante è eliminare me stessa da questa mostra perché è il pubblico ad essere l’opera da questo momento in poi”, afferma l’artista. 

Presentata durante il periodo di apertura della Biennale d’Arte di Venezia, la mostra segna il ritorno dell’artista serba in laguna a quasi trent’anni da Balkan Baroque, la performance che nel 1997 le valse il Leone d’Oro. Non è casuale che il percorso si apra proprio con un riferimento a quel lavoro. Se in quell’opera l’artista affronta la tragedia della guerra balcanica attraverso la fisicità, la ripetizione e l’esposizione diretta del corpo alla sofferenza, oggi la tensione sembra essersi spostata altrove. La dimensione politica lascia spazio a una ricerca più introspettiva, in cui il conflitto non è più esterno ma interiore.  Le sale delle Gallerie dell’Accademia assumono così una dimensione inattesa. Per la prima volta una mostra temporanea invade anche gli spazi della collezione permanente, instaurando un dialogo serrato tra arte contemporanea e tradizione veneziana. Una scelta curatoriale che non si limita ad accostare opere lontane nel tempo, ma costruisce una riflessione sul concetto stesso di eredità artistica. L’atmosfera delle Gallerie dell’Accademia riflette questo cambiamento. Le sale diventano luoghi di rallentamento e ascolto, quasi spazi di raccoglimento che contrastano con il ritmo frenetico della Venezia della Biennale. Qui Abramović non chiede allo spettatore di assistere a un’azione, ma di modificare temporaneamente il proprio stato percettivo.  In questo processo assumono un ruolo centrale i Transitory Objects, strumenti che l’artista considera dispositivi di esperienza piuttosto che opere autonome. Realizzati con quarzo, ametista e altri minerali, questi elementi invitano il visitatore a sostare, osservare e mettere il proprio corpo in relazione con lo spazio circostante. Le cuffie che isolano dai rumori esterni accentuano ulteriormente questa condizione di concentrazione. La performance non è più qualcosa che accade davanti al pubblico: prende forma attraverso il pubblico stesso.

Nellla Scala Ovata, Double Edge (2026) interrompe la regolarità dell’architettura palladiana. Le lame che compongono idealmente la struttura introducono una sensazione di instabilità all’interno di uno spazio concepito per l’ordine e l’armonia. L’opera suggerisce una tensione costante tra attrazione e pericolo, tra desiderio di attraversamento e impossibilità dell’azione. Uno dei momenti più intensi della mostra si incontra però nel dialogo tra Pietà. Anima Mundi (1983-2003) e la Pietà di Tiziano (1575-1576). Da una parte l’immagine di Abramović che sostiene il corpo di Ulay; dall’altra l’ultimo, incompiuto capolavoro del maestro veneziano. Il confronto non si limita a una citazione iconografica. Le due opere sembrano interrogarsi reciprocamente sul significato della perdita, della cura e della fragilità umana. In entrambe il dolore abbandona la dimensione strettamente religiosa per assumere un valore universale. È anche un incontro simbolico tra due artisti giunti alla maturità della propria ricerca e chiamati a confrontarsi con il tema del tempo. In un’altra sala il dialogo con la collezione assume toni differenti. Shoes for Departure (1991-2024) collocata di fronte al monumentale Convito in Casa Levi di Veronese, introduce una riflessione sul distacco e sulla trasformazione. Le scarpe in quarzo appaiono inutilizzabili, quasi reliquie di un viaggio possibile soltanto sul piano spirituale. Se il dipinto di Veronese celebra la dimensione collettiva e terrena dell’esistenza, l’opera di Abramović sembra suggerire il movimento opposto: un progressivo allontanamento dal mondo materiale verso una dimensione interiore. 

È forse qui che emerge con maggiore chiarezza la trasformazione della sua ricerca. La radicalità che caratterizzava le performance storiche non scompare, ma cambia forma. Alla resistenza fisica si sostituisce la pratica della concentrazione; all’azione estrema il silenzio; alla centralità del corpo dell’artista la partecipazione del visitatore. Abramović continua a interrogare la presenza, ma lo fa attraverso un linguaggio sempre più vicino alla meditazione e alla contemplazione. Resta allora una domanda aperta: questo invito al silenzio rappresenta una concreta alternativa al rumore del presente oppure un rifugio temporaneo destinato a dissolversi una volta terminata l’esperienza della mostra?

info: Gallerie dell’Accademia, Venezia