Con la sua seconda personale da z2o Sara Zanin, Guglielmo Maggini si lascia attraversare dall’architettura dello spazio, costruendo un corpus inedito di opere — realizzate tra il 2025 e il 2026 — in cui la materia stessa diventa luogo di transito. Ceramica e resina si intrecciano, e il vetro affiora come nuova traiettoria: prolungamento naturale di una liquidità che già scorreva, sommersa, nelle forme precedenti.
«Non trattenere il mondo che affonda, ma dargli una forma attraversandolo»
Al centro della mostra, curata da Giuseppe Armogida, si articolano i temi dell’eredità e del naufragio, non come opposti ma come movimenti che si compenetrano. Come scrive il curatore: “Maggini appare insieme come un cosmonauta e un traduttore che attraversa mondi, li mette in relazione, trasporta forme da un tempo all’altro, da un contesto all’altro, tradendole e rendendole nuovamente leggibili”.
L’artista lavora la ceramica attraversandola fisicamente e simbolicamente, con un gesto che ha la misura dell’abbraccio: rivolto alla storia dell’arte, e in particolare alla tradizione ceramica del Novecento a partire da Lucio Fontana, ma anche a una memoria più intima, dove esperienza personale e dimensione storica si intrecciano senza gerarchie. L’abbraccio, letteralmente, prende forma nelle nove sfere dei Naufragi, che hanno un diametro di cinquantasei centimetri, la misura esatta che le sue braccia riescono a contenere. Maggini non trattiene ciò che affonda: lo attraversa, lo accoglie, e da quei frammenti riparte.

Non si tratta di nostalgia né di azzeramento. Si tratta piuttosto, come suggerisce Armogida, di rispondere alla domanda più esigente: quali forme possono nascere a partire da ciò che resta? Ne emerge una rilettura libera e stratificata, in cui il passato non viene semplicemente citato, ma continuamente trasformato. La mostra segna un momento di evidente maturità nella ricerca dell’artista: la maiolica, il lustro d’oro a terzo fuoco e una crescente attenzione alla dimensione installativa interrogano il medium nelle sue possibilità tecniche ed espressive. La scultura si apre allo spazio, diventa ambiente, ritmo, relazione.

Il calco del corpo: eredità di un gesto
«Sono il calco, l’impronta di un abbraccio del mio corpo su di loro», racconta Maggini a proposito dei Naufragi, le nove sfere che custodiscono il cuore pulsante della mostra — qualcosa di più antico e più intimo. Realizzate al tornio e modellate in argilla seguendo l’esatta apertura delle sue braccia, queste forme nascono dall’idea dell’abbraccio come misura e come limite. Lo stesso artista osserva come tra due corpi non esista mai una completa aderenza: è forse per questo che le sue sfere appaiono come abbracci sospesi, trattenuti in uno spazio intermedio tra contatto e distanza. Installate all’altezza del torso dell’artista, le sfere ruotano su un unico punto di equilibrio, invitando il visitatore a leggerle come mappamondi, a scoprirne le zone incidentate, le superfici più morbide, le tracce di un corpo che le ha custodite. Come se fosse lo spazio stesso ad accogliere chi guarda.
Ognuna porta un sottotitolo — Il sogno di un pappagallo, La nascita di Venere, Giudizio Universale, Gli amanti di Amarene — che apre una narrazione, richiama un’immagine della storia dell’arte e la traduce in gesto. «C’è un desiderio di citare, di rileggere, di offrire una nuova interpretazione della storia dell’arte, sperando che quell’energia si conservi», spiega l’artista. Con il curatore ha scelto di lasciare le opere in una condizione di sospensione, perché «non è dato sapere se il naufragio corrisponda alla salvezza o alla distruzione: è piuttosto un cambio di stato, di dimensione».
Il titolo della mostra nasce da un’immagine profondamente personale: la locandina raffigura due figure che si abbracciano, tratte da un archivio fotografico privato. «Sono i miei genitori da giovani, quando erano ancora solo fidanzati – confessa Maggini – L’abbraccio tra di loro che mi ha generato è lo stesso abbraccio con cui ho generato loro. E poi i miei genitori si sono separati: quello è il naufragio da cui, credo, qualcosa continua a rimanere vivo. Indipendentemente dall’esito di un amore, quell’impronta resta e lascia un segno». Le sfere incarnano questa idea: non soltanto la memoria delle forme del Novecento ceramico, ma qualcosa di più remoto e intimo. La sagoma di chi ci ha preceduto, il gesto di chi ci ha generato.

La seconda vita della materia: ciò che si sfalda, germoglia
Questa tensione tra perdita e persistenza attraversa ogni sala e prende corpo nei materiali stessi. In tutta la ricerca di Maggini emerge il desiderio di ristabilire una relazione fisica e tangibile con la materia: un corpo a corpo, un’esperienza diretta. Argilla, resina, maiolica e lustro d’oro sono materiali che mutano, si trasformano e mostrano la propria vulnerabilità.
Le opere si collocano nel momento esatto in cui qualcosa si disgrega e, nello stesso istante, comincia a riorganizzarsi. Perdita e persistenza non appaiono come opposti, ma come movimenti inseparabili. È ciò che accade nella prima sala sul muro d’ingresso, dove MaRemoto apre la percezione con un’onda di blu oltremare cangiante: la figura allegorica del Nilo del Campidoglio si smaterializza, si fa mare, si fa luce. Il riferimento a Lucio Fontana riaffiora più volte nel percorso, una genealogia che Maggini riconosce con ironia ma nella quale continua a ritrovarsi. È un blu che non descrive, ma travolge; che apre la sala come un orizzonte.

Guglielmo Maggini, MaRemoto, 2025, Ceramica smaltata e resina poliuretanica, cm 83 x 55 x 8, Ph Giorgio benni
Lo stesso movimento anima La cesta mistica, nata da un incidente. Uno dei Naufragi è collassato, implodendo su se stesso. Della sfera si è salvata soltanto la coppa inferiore. Maggini non ha cercato di restaurarla — «il tempo che impieghiamo non è quello del restauro, ma della risignificazione» — raccogliendo invece i frammenti, rimodellandoli con la resina e disponendoli sulle pareti come costellazioni. Nella caduta, spiega l’artista, i frammenti sembrano tracciare nuove traiettorie, come se indicassero possibili direzioni da seguire. Emergono così forme ambigue, sospese tra corpo e vegetazione, tra esplosione e germinazione. Come se l’implosione avesse liberato qualcosa che prima non aveva ancora trovato la propria forma.

Guglielmo Maggini, Cesta mistica, 2025, Ceramica smaltata e resina, cm 70 x 60 x 40, Ph Dario Lasagni

Nascosta nell’ultima saletta, ma visibile già dall’ingresso come una scia luminosa, si trova Ecce Homo. Frammenti di mosaico di vetro a foglia d’oro tipiche della lavorazione Orsoni mischiate con la resina, residui trasformati in luce. Non soltanto il momento più fisico della crocifissione, ma già, in quel gesto, la possibilità della resurrezione: un eterno divenire, un ritorno ciclico che, secondo Maggini, la storia dell’arte riesce a mettere a fuoco meglio di qualsiasi altra disciplina. È qui che il vetro compare per la prima volta nella sua ricerca, scoperto durante una residenza presso la storica fornace Orsoni di Venezia nell’ambito del Talent Prize 2025. Una materia nuova, viva, instabile; cangiante, capace di trattenere la luce e insieme di disperderla. «È un materiale che vorrei continuare a esplorare», dice. Una direzione ancora aperta. Nel tuo affondare, la mia forma è anche questo: la celebrazione di un nuovo inizio, non nonostante il naufragio, ma attraverso di esso. «Mi interessa, mi consola vedere che posso cercare in loro una vulnerabilità. La materia è sempre in una seconda vita.»
«Sono architetto, sono romano, sono scultore»
«Sono architetto, sono romano, sono scultore», dice Maggini con una semplicità che suona come un manifesto. E la sua formazione architettonica emerge chiaramente nell’allestimento: le sfere disposte come un colonnato, la mostra concepita come un’immersione percorribile in ogni direzione, ogni opera posta in dialogo con la luce e con il corpo del visitatore. Quando parla di “riaprire un varco”, Maggini si riferisce proprio alla volontà di portare questi materiali in una dimensione spaziale e installativa, trasformandoli in qualcosa da attraversare.
Sei mesi di lavoro, dall’ottobre scorso, costruiti insieme al curatore Armogida, gestendo l’allestimento come una navigazione: individuando nuove rotte e nuove direzioni all’interno di uno spazio capace di accogliere linguaggi differenti. Perché la ceramica, per Maggini, non è mai soltanto oggetto o manufatto. È ambiente, ritmo, relazione. Una presenza fisica che occupa lo spazio e lo trasforma, costringendo il visitatore a muoversi, a girarle intorno, a scoprirne continuamente nuove prospettive.

In tutto questo c’è anche una riflessione sul tempo che viviamo. Negli ultimi anni, osserva l’artista, l’abbraccio si è caricato di significati nuovi, legati al contagio, al distanziamento e all’esperienza della pandemia. La sua ricerca prova invece a restituire a quel gesto una dimensione quotidiana e umana. Nel rapporto con la materia cerca l’opposto della distanza, nella speranza che chi entra in mostra possa ricontattare parti di sé dimenticate o mai davvero osservate, ma ancora vive.


