Ramak Fazel nasce in Iran nel 1965, ma cresce l’intera sua vita in America. Quando i suoi genitori decidono di cercare altre prospettive in suolo americano si portano dietro una scatola da scarpe con dentro un tesoro di memorie, fotografie di famiglia sparse. Quell’oggetto diventa una sorta di simulacro per la famiglia di Ramak, un raccordo tra il prima e il dopo, un modo per andare avanti senza però perdere le proprie radici, e, nello specifico, un elemento che andrà a condizionare profondamente anche la visione stessa del fotografo quando capirà che della sua visione vorrà farci il suo lavoro. La duttilità della narrazione, l’intercambiabilità degli elementi, la contaminazione, sono, infatti, punti di arrivo per Ramak, per il suo modo di intendere la fotografia, e questo lo si può comprendere in maniera evidente nella sua mostra MILAN UNIT 1994–2009, che il MAXXI ospita fino al 27 settembre, a cura di Simona Antonacci e Maria Delpriori.

L’esposizione, allestita nel nuovo Spazio Ghella, è il risultato di un’immersione performativa durata due mesi, durante la quale Fazel, insieme ad Antonacci e Delpriori hanno scandagliato e catalogato in un’opera-archivio tutto il lavoro del fotografo americano prodotto a Milano, tra il 1994 e il 2009. In questi due mesi il pubblico poteva essere spettatore dell’opera nel suo crearsi e interagire come parte attiva, capendo in maniera approfondita i meccanismi non solo dell’archiviazione, ma della genesi artistica stessa. Agli inizi degli anni ’90 Ramak decide di trasferirsi a Milano, città emblema della moda e dell’editoria, per mettersi alla prova. Non conosce nessuno, non sa l’italiano e in breve si inserisce saldamente nell’hummus sociale e lavorativo della creatività milanese. Conosce architetti, designer di fama mondiale, photo editor, le sue collaborazioni con le riviste si intensificano, le sue fotografie diventano, piano piano, un termometro dei suoi incontri e della sua vita a Milano. Attraverso negativi, diapositive, stampe, pubblicazioni, appunti e strumenti di lavoro, la mostra costruisce un racconto coinvolgente, che restituisce dall’interno una stagione cruciale per il design e per il passaggio dalla fotografia analogica a quella digitale. Un organismo vivo che intreccia fotografia, editoria, architettura e cultura visiva contemporanea.


Ramak crea, con il materiale d’archivio della sua esperienza milanese, un dispositivo concettuale, una riflessione meta fotografica sulla natura dell’immagine e della sua produzione, oltre che della sua catalogazione, strutturando un’opera fluida, non per forza tenuta insieme dal tempo e dalla sequenzialità degli eventi, ma osmotica, secondo quel principio di assonanze e sensibilità visive e funzionali proprie dell’opera di Aby Warburg. MILAN UNIT 1994–2009, però,è anche più semplicemente una grande storia di vita, quella di Ramak Fazel, animata, al suo interno, da costellazioni di altre storie, più piccole e circoscritte, lavorative, esperienziali, umane, emotive. E queste micro storie, nell’opera esposta al MAXXI, trovano le loro prove tangibili, nelle stampe vintage, nei ritagli di giornale, nelle lettere, negli scontrini, nelle prove di copertina, nei corpi delle macchine fotografiche, nei progetti ancora da fare. La grande struttura principale che contiene gran parte dell’archivio del fotografo americano si manifesta, infatti, nella sua compattezza come oggetto concettuale, ma anche come una sorta di tavolo autoptico dove il lavoro fotografico è stato scandagliato nei minimi dettagli ed è stato restituito sminuzzato e ordinato, pronto per essere usato e vissuto.



Oltre a questa struttura, centro nevralgico e pulsante dell’itero organismo espositivo, però, MILAN UNIT 1994–2009 espone anche i ritratti con cui il fotografo americano ha colto i maggiori designer e architetti del nostro tempo: Sottsass, Mari, Zanuso, Magistretti, Castiglioni, Mendini, Branzi, tutti carpiti nella loro dimensione domestica e “umana”, dando seguito a un’idea di fotografia, quella di Ramak Fazel, che si basa più sull’incontro che sulla posa. Inoltre ad animare la sala del nuovo Spazio Ghella – spazio destinato, specificatamente, alle esposizioni fotografiche – un’indagine documentaristica sull’America, sulla fragilità del suo apparato statale. Il progetto 49 Capitols, infatti, raccoglie le fila di un viaggio, iniziato nel 2006, attraverso cui Fazel ha attraversato 49 stati americani fotografando le sedi dei loro parlamenti statali. L’America che ne esce è sospesa, inquieta e inquietante, in linea con le politiche attuali di un Paese che sembra il fantasma di sé stesso.


Ramak lascia, poi, il segno in questo mostra con diversi elementi allestitivi creati direttamente da lui, come ad esempio il mirino a pozzetto gigante, prendendo come riferimento quello della sua fedele Rolleiflex, che campeggia in mezzo alla sala per suggerire allo spettatore una prospettiva più immersiva all’interno della sua opera-archivio-mostra. Questo tipo di esposizione, libera, anticonvenzionale, stratificata, viva, vicina alle storie e ai suoi spettatori esce dalle regole della progettazione museale, e fa capire che forse la strada è quella giusta, anche per un Museo istituzionale. L’archivio-opera di Ramak Fazel è soprattutto avvicinabile, fruibile, mutabile, vivibile. Il MAXXI l’ha acquisito nella sua collezione, la sfida sarà farne capire le future prospettive.
info: MAXXI


