Le mostre dell’estate 2026 al MACRO: uno sguardo al femminile

Dal corpo alla guerra, dalla tecnologia alla memoria: il museo romano inaugura una stagione espositiva interamente costruita attraverso voci di donne


«Quattro mostre dedicate a quattro temi fortemente femminili» — così Cristiana Perrella, direttrice artistica del MACRO, descrive la stagione estiva 2026 del Museo d’Arte Contemporanea di Roma. Una programmazione che non è una semplice scelta curatoriale, ma una presa di posizione: donne protagoniste, donne curatrici, donne soggetto e sguardo.

Dall’11 giugno, il museo inaugura due nuovi progetti che si affiancano alle mostre già aperte — la stanza dedicata alla poeta Amelia Rosselli, gli ottant’anni del Premio Strega fondato da Maria Bellonci, e la rassegna video She Devil, che da vent’anni presenta lavori di artiste attraverso una rete di curatrici. «Quattro donne di diverse generazioni», sottolinea Perrella: da Miriam Cahn, 77 anni, con cinquant’anni di ricerca alle spalle, alle tre giovani vincitrici del Premio Paul Thorel. Voci lontane per età e linguaggio, unite dall’urgenza di guardare il presente senza distanza.

Miriam Cahn. Corpo, guerra, violenza e resistenza femminista

La stagione si apre con la grande retrospettiva di Miriam Cahn, nata a Basilea nel 1949, una delle voci più necessarie e radicali dell’arte contemporanea internazionale. Un’artista volutamente fuori dalle regole del mercato, il cui studio rimane un mondo privatissimo, e la cui pratica è profondamente legata a una militanza politica e femminista. Il primo riconoscimento internazionale arriva già nei primi anni Ottanta: nel 1982 Cahn partecipa a Documenta 7, da cui decide tuttavia di ritirare le proprie opere in segno di protesta; nel 1984 viene invitata alla 41ª Biennale di Venezia in rappresentanza della Svizzera. Oltre 130 opere, cinquant’anni di ricerca — dalla fine degli anni Settanta fino ai lavori più recenti — che attraversano guerra, corpo, desiderio e violenza senza mai estetizzare il dolore, senza mai fare sconti.

Il percorso espositivo di Ciò che mi guarda si articola in grandi nuclei tematici. Gli esordi — «danzare sulla carta bianca» — restituiscono una pratica fisica e istintiva, corpi a terra su grandi fogli, il segno a carboncino come gesto urgente. Seguono le Atombombe, ciclo degli anni Ottanta in cui il colore esplode in opere apparentemente sensuali che veicolano invece un messaggio di morte: la militanza antinucleare di Cahn si fa pittura, la deflagrazione si trasforma in ricaduta cromatica. Poi la guerra — non documentata, ma denunciata, con una attenzione particolare alla violenza sessuale sulle donne: «La ripetizione della violenza non è intesa per scioccare, ma per denunciare», ha dichiarato l’artista. Il corpo diventa campo di battaglia, esposto, frantumato, resistente. E ancora Mare Nostrum — l’espressione con cui l’Impero romano rivendicava il proprio dominio sul Mediterraneo — qui riletta come specchio delle morti contemporanee in quelle stesse acque.

Le imperfezioni. Il digitale, l’errore e la libertà del fare

Le imperfezioni è la mostra collettiva delle vincitrici della terza edizione del Premio Paul Thorel, a cura di Sara Dolfi Agostini, presentata dal MACRO dall’11 giugno 2026. La mostra riunisce i lavori inediti di Caterina De Nicola, Irene Fenara e Lorenza Longhi, realizzati nel contesto della residenza artistica svoltasi a Napoli nel 2025 — negli spazi dello studio dell’artista italo-francese Paul Thorel (1956–2020), pioniere dell’immagine elettronica e della fotografia digitale, che diede vita alla Fondazione omonima. Ogni anno la Fondazione seleziona dodici artisti per una residenza in quegli spazi napoletani, e una giuria sceglie tre vincitori le cui opere vengono prodotte e presentate in collaborazione con un’istituzione museale — dopo le Gallerie d’Italia e il Museo Madre, nel 2026 è il turno del MACRO.


Tre artiste nate all’inizio degli anni Novanta, per le quali il digitale non è una scelta ma una condizione pervasiva: un dispositivo che amplifica la realtà e, al contempo, la comprime in protocolli aziendali, algoritmi e immaginari codificati che intrappolano la libertà individuale e confondono spazio pubblico e privato. Irene Fenara indaga le implicazioni della visione artificiale e dei sistemi di sorveglianza; Lorenza Longhi lavora attraverso l’appropriazione e la riproduzione di oggetti e immagini per smontare strutture di potere; Caterina De Nicola esplora come simboli e materiali vengano progressivamente svuotati di significato nei sistemi contemporanei. Le loro opere cercano la dimensione umana in una società iperstimolata, e lo fanno attraverso il do it yourself — sporco, incompleto, sbagliato — opponendo glitch e materiali residuali all’esattezza fredda dei dati. Le imperfezioni, appunto, come forma di libertà.


Il MACRO come laboratorio di voci e sguardi plurali

Ogni mostra al MACRO nasce da una cura architettonica che trasforma ogni spazio in un’esperienza pensata nei minimi dettagli. La direttrice artistica del museo, Cristiana Perrella, nominata recentemente da Papa Leone XIV, ha impresso una visione chiara: fare del Museo d’Arte Contemporanea di Roma «un laboratorio di voci, uno spazio di dialogo, non di direttore». Questa è la bussola che orienta la programmazione.

Una scelta che si concretizza nel lavorare con giovani designer e artisti meno conosciuti, e nel costruire collaborazioni indipendenti con curatori esterni. Un laboratorio aperto sul territorio e oltre, sulle energie emergenti, sulle voci che raramente trovano spazio nel mondo dell’arte. Una scommessa necessaria. Il MACRO si prepara inoltre a dotarsi di uno spazio dedicato alle collezioni, con progetti di rinnovamento degli ambienti — un ulteriore passo verso un museo che guarda al futuro senza dimenticare la propria identità.