Pace Gallery, fondata nel 1960 da Arne Glimcher, ridimensiona la propria struttura. Come avevamo anticipato, dopo anni di espansione globale, aperture internazionali e sedi sempre più monumentali, il modello delle mega-gallerie sembra mostrare i primi segnali di affaticamento. Una delle più influenti realtà del mercato dell’arte contemporanea ha infatti annunciato il licenziamento di circa 50 dipendenti e la riduzione di altrettanti artisti ed estate dal proprio roster, in quella che si configura come una delle più significative operazioni di ristrutturazione intraprese da una grande galleria internazionale negli ultimi anni.
La decisione riguarda una realtà con sedi a New York, Los Angeles, Londra, Ginevra, Berlino, Seoul, Hong Kong e Tokyo, che rappresenta alcuni dei nomi più importanti dell’arte moderna e contemporanea, da Agnes Martin a David Hockney, da Yoshitomo Nara al collettivo teamLab. Il piano di riorganizzazione prevede una riduzione del personale da circa 250 a 200 dipendenti, mentre il numero di artisti rappresentati passerà da circa 135 a poco più di 80. A colpire è soprattutto l’interpretazione fornita dal CEO Marc Glimcher, che non attribuisce questa scelta a una fase congiunturale negativa, bensì a una criticità strutturale del sistema. Secondo Glimcher, il modello economico che negli ultimi due decenni ha sostenuto l’espansione delle mega-gallerie internazionali non è più sostenibile. La crescita costante delle strutture, l’aumento dei costi operativi e la gestione di una rete sempre più estesa di sedi nel mondo avrebbero infatti dato vita a organizzazioni eccessivamente complesse e onerose, rendendo necessario un ripensamento delle priorità e delle modalità di sviluppo.

La ristrutturazione rappresenta quindi un tentativo di invertire la rotta. L’obiettivo dichiarato è tornare a una struttura più snella, capace di dedicare maggiori risorse agli artisti effettivamente rappresentati e di sviluppare programmi espositivi più mirati. In altre parole, meno espansione e maggiore concentrazione. L’annuncio, arrivato pochi giorni fa, si inserisce in un momento delicato per il mercato globale dell’arte. Sebbene il segmento ultra-high-end continui a registrare vendite milionarie nelle principali aste internazionali, numerosi operatori segnalano un rallentamento delle transazioni, una crescente cautela da parte dei collezionisti e un aumento generalizzato dei costi di gestione. Negli ultimi anni diverse gallerie hanno chiuso sedi secondarie, ridotto organici o modificato le proprie strategie operative per adattarsi a un contesto meno favorevole rispetto al periodo post-pandemico.
La scelta di Pace assume però un significato particolare perché proviene da uno degli attori più solidi e influenti del settore. Se una realtà di queste dimensioni decide di ridurre il proprio raggio d’azione, il segnale per il sistema dell’arte è evidente: il paradigma della crescita permanente potrebbe aver raggiunto i propri limiti. Più che una semplice operazione di contenimento dei costi, quella avviata da Pace Gallery sembra configurarsi come un cambio di paradigma. Dopo anni in cui il successo veniva misurato attraverso l’apertura di nuove sedi, l’ampliamento del roster e la conquista di nuovi mercati, la parola d’ordine sembra ora essere sostenibilità. Una strategia che potrebbe fare scuola e spingere altre grandi gallerie a ripensare il proprio modello di sviluppo.

Chi entra e chi esce dalla Pace Gallery
Se i numeri della ristrutturazione raccontano la portata dell’intervento, sono i nomi degli artisti coinvolti a restituire il senso del cambiamento in atto. Pace Gallery ha scelto di non rendere pubblica una lista ufficiale delle uscite, appellandosi a ragioni di riservatezza. Una decisione che, secondo diverse ricostruzioni della stampa specializzata, avrebbe generato settimane di incertezza all’interno della struttura prima dell’annuncio definitivo. Eppure, osservando il roster attuale e confrontandolo con le versioni precedenti del sito della galleria, emergono alcune assenze significative. Tra i nomi non più rappresentati figurano il fotografo francese JR, il collettivo giapponese teamLab, tra i protagonisti della scena immersiva e digitale internazionale, e artisti come Rafael Lozano-Hemmer, Glenn Kaino e John Gerrard, le cui ricerche hanno contribuito negli ultimi anni a ridefinire il rapporto tra arte, tecnologia e spazio pubblico. La revisione ha interessato anche importanti eredità artistiche, tra cui gli estate di Richard Avedon e Keith Sonnier.
Molti dei profili coinvolti appartengono a settori che negli ultimi anni hanno incarnato la spinta espansiva delle mega-gallerie: pratiche interdisciplinari, grandi installazioni tecnologiche, produzioni complesse e fortemente internazionalizzate. La loro uscita sembra suggerire una ridefinizione delle priorità, orientata verso una gestione più selettiva e sostenibile. Al tempo stesso, la ristrutturazione non ha intaccato il nucleo più solido e redditizio della galleria. Restano infatti sotto l’egida di Pace artisti e fondazioni che rappresentano autentici pilastri del mercato internazionale, come David Hockney e la Calder Foundation. E mentre alcuni nomi escono di scena, altri continuano ad arrivare: il recente ingresso dell’estate di Constantin Brancusi conferma la volontà della galleria di mantenere un ruolo centrale nel mercato globale, puntando però su acquisizioni sempre più mirate e strategiche.


