La galleria Gagosian di Roma ospita, fino al 31 luglio, la mostra di Francesca Woodman Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid, a cura di Katarina Jerinic. Oltre a essere curatrice della mostra, Jerinic si occupa anche della Woodman Family Foundation, che oltre a conservare e valorizzare il lavoro della fotografa preserva anche il lavoro dei suoi genitori, artisti di fama internazionale, Betty Woodman e George Woodman.
L’esposizione vuole rendere evidenti le influenze del movimento surrealista sul corpus di opere di Woodman e sul suo pensiero creativo: specchi, frammentazione e oggettivazione del corpo, uso di collage e di incursioni testuali direttamente sulla stampa, oggetti di provenienza quotidiana trasformati in simboli di una dimensione interiore e concettuale, un’idea di immagine stratificata e contaminata anche da altri linguaggi, non solo visivi. Per non parlare anche della componente ludica e ironica che Woodman inseriva nel suo lavoro.


Per capire la complessità del suo pensiero basta considerare il titolo stesso della mostra, Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid, frase che compare scritta dalla mano dell’autrice su una sua fotografia, pratica molto comune per Woodman che concepiva l’opera come ricettacolo di espressioni di diversa natura, non solo bidimensionale. La scrittura, probabilmente, serviva ad estendere i limiti della fotografia, ad ampliare la superfice della percezione. Inoltre, spesso, le sue immagini cristallizzavano un momento di una vera azione performativa, attraverso cui il suo corpo veniva reso strumento di sperimentazioni e riflessioni sul linguaggio artistico. Woodman mischiava consapevolezza espressiva a casualità del momento, la sua idea di opera era un qualcosa che proveniva dal suo background culturale ed esperienziale ma anche dal proprio sentire istintivo, servendosi dello spazio e degli oggetti che aveva a disposizione in quel dato momento.
Figlia di artisti, Francesca ha, fin dall’infanzia, fruito dell’arte e della cultura come un elemento essenziale non solo per la crescita, ma soprattutto per la vita, per sapere leggere il mondo. Le sue abituali visite in Europa e le frequentazioni a musei e mostre, oltre che i continui dialoghi aperti sull’arte con i suoi genitori, le hanno permesso di definire un proprio linguaggio artistico ibrido e libero. Importante tappa della sua evoluzione umana e artistica, l’iscrizione e la frequentazione della Rhode Island School of Design (RISD), dove, come si apprende anche dai suoi appunti su taccuini e diari, ha studiato e approfondito il movimento surrealista e dadaista. Altro passaggio molto importante per il suo pensiero, la sua permanenza a Roma, nel 1977 e 1978, dove stringe amicizia con gli artisti del Pastificio Cerere, spazio in cui avrà a disposizione anche un atelier per realizzare molte di quelle immagini che le daranno la fama, e diventa avventrice fissa della libreria Maldoror, in via di Parione 41, nel pieno centro storico di Roma, dove farà anche la sua prima mostra personale europea.


In questo antro nascosto della controcultura romana, Woodman abbevera la sua mente con le avanguardie storiche, anche con il surrealismo, nello specifico. La mostra alla Gagosian di Roma appare, quindi, come rivelazione di uno sguardo, quello surrealista, che si è insinuato nel dna artistico di Francesca Woodman come un qualcosa di naturale, come un parente a cui sei ancorato biologicamente. Il tema dell’invisibile, dell’interpretabile, il linguaggio della scomposizione e ricontestualizzazione, il senso del gioco, molto dell’immaginario dell’autrice americana richiama la visione di Breton e compagni.
Inoltre, tra le immagini in mostra appare evidente un tema persistente per Woodman, che trattava spesso con senso simbolico, ma anche conviviale e ludico: il cibo. Famosa per lasciare sulla porta di casa dei suoi amici assenti ricette fantasiose e pensieri gastronomici, la fotografa di Denver amava inserire, nella sua ricerca visiva e geometrica, pesci, frutta, verdura o anche la strumentazione legata al mondo culinario, come le forchette che compaiono in It Must Be Time for Lunch Now. Con la presenza di alcune anguille, arrotolate accanto al suo corpo nudo, come contraltare di forme e geometrie, produsse anche un bizzarro calendario settimanale, esposto, in parte, nella sala della galleria Gagosian. Guardando queste specifiche immagini offerte in mostra, che richiamano al mondo del cibo, affiora alla mente la figura di Lee Miller, che negli anni della Parigi surrealista fu importante interprete di quel movimento artistico e di quell’immaginario creativo.
Dopo aver vissuto le violenze e le atrocità della Seconda Guerra Mondiale, come fotoreporter tra le fila dell’esercito americano, Miller torna, come fotografa, alla moda e ai personaggi dello spettacolo, ma per poco. Decide, infatti, di appendere al chiodo la sua macchina fotografica e di riporre in soffitta il suo archivio, ritirandosi con il marito, Roland Penrose, nell’East Sussex inglese. Quello che fece nel restante della sua vita, tra le altre cose, è stato anche cucinare piatti surrealisti, fantasiose composizioni culinarie spesso zoomorfe. Woodman non è accostabile, ovviamente, per stile e ricerca visiva a Lee Miller, ma penso che non sia un caso che entrambe, intrise dello spirito surrealista, una per esperienza diretta l’altra per formazione, abbiano fatto convergere sul tema culinario le proprie espressività e il proprio pensiero creativo.



