Gli Open Studios 2026 dell’American Academy in Roma

L'istituzione americana apre le porte al pubblico, trasformando i suoi spazi in un percorso diffuso tra architettura, design, musica, arte e letteratura

Affacciata sul Gianicolo, tra giardini, cortili ed edifici storici, l’American Academy in Rome rappresenta da oltre un secolo uno dei più importanti luoghi di ricerca e produzione culturale della capitale. Fondata nel 1894, l’istituzione accoglie ogni anno artisti, architetti, compositori, scrittori e studiosi provenienti da tutto il mondo, offrendo loro tempo, spazio e risorse per sviluppare i propri progetti all’interno di una comunità interdisciplinare. Questa dimensione di confronto e sperimentazione viene mostrata al pubblico con gli Open Studios, l’appuntamento annuale che apre le porte dell’Accademia. Lo scorso 28 maggio, in occasione dell’edizione 2026 dell’Artists Showcase, gli spazi dell’istituzione si sono trasformati in un percorso diffuso tra arti visive, architettura, design, musica, letteratura e ricerca umanistica, permettendo ai visitatori di entrare in contatto non soltanto con le opere, ma anche con i processi creativi che le hanno generate. Le opere presenti all’Open Studios 2026 hanno affrontato in modo articolato temi ambientali, storici e sociali: il clima e la trasformazione urbana e del paesaggio; questioni di appartenenza e identità diasporiche; sperimentazioni sul linguaggio sonoro, su materiali; la politica dello spazio pubblico.

I visitatori hanno potuto ammirare progetti in diverse fasi di sviluppo, dialogando direttamente con i 25 artisti – tra architetti, designer, scrittori e compositori – protagonisti di questa edizione. Superato il cancello dell’Accademia, le prime due opere che si incontrano sono quella di Liz Glynn e di Jefferson Pinder: la ricerca della prima prende avvio dalle eredità materiali dell’Impero Romano, esplorando ciò che rimane dopo il suo declino. Dalle rovine di Cartagine alle cave di marmo sfruttate dai Romani, fino ai resti architettonici di Ostia e del Palatino, il progetto intreccia ricostruzione digitale e materiali organici per riflettere sul rapporto tra impero, memoria e capacità di rigenerazione della natura; Pinder propone una nuova iterazione di ”Spazzino”, performance già realizzata in alcuni luoghi simbolici di Roma – come Piazza di Spagna – in cui il gesto quotidiano della pulizia urbana diventa strumento di riflessione sulle condizioni di lavoro, sulla marginalità sociale e sulle difficoltà vissute da molti lavoratori migranti. A questa si affianca ”Electric Chorus Express’‘, un’opera che vede protagonisti rider su biciclette elettriche impegnati in un movimento circolare continuo, trasformando una delle figure più emblematiche dell’economia contemporanea in una metafora della fatica, della resistenza e dei meccanismi produttivi che regolano il lavoro odierno. Se le opere di Glynn e Pinder riflettono rispettivamente sulle eredità del passato e sulle dinamiche sociali del presente, altri progetti concentrano la propria attenzione sul rapporto tra ambiente, materia e trasformazione.

Heather Scott Peterson esplora il ruolo delle acque pietrificanti di Roma e dei processi geomicrobici che contribuiscono alla formazione della pietra, mettendo in discussione l’idea della materia come elemento inerte e rivelando il profondo legame tra organismi viventi, geologia e storia della città. Attraverso installazioni e sperimentazioni in studio, Heather Hart riflette sul tema della riappropriazione dello spazio, immaginando nuove letture di Roma attraverso prospettive femminili, afrodiscendenti e legate all’immaginazione. Le questioni identitarie e i processi di costruzione dello spazio trovano ulteriori sviluppi in ricerche che si confrontano direttamente con il linguaggio, la memoria culturale e le politiche della rappresentazione. Con ‘’Lexicon’’, Andrea Fraser affronta il tema della censura linguistica e delle politiche legate a diversità, equità e inclusione negli Stati Uniti contemporanei. Attraverso una pila di 200 poster stampati che riportano termini progressivamente rimossi o scoraggiati dall’amministrazione Trump, il progetto trasforma il linguaggio in uno strumento di resistenza, invitando il pubblico a mantenere in circolazione parole e concetti che rischiano di essere esclusi dal dibattito pubblico. Il progetto di Chuna McIntyre e Sean Mooney prende avvio dallo studio della collezione di maschere cerimoniali e abiti da danza Yup’ik conservata presso il Museo Etnologico Anima Mundi dei Musei Vaticani. In occasione del centenario della raccolta, i due artisti e ricercatori intendono documentare e valorizzare questo patrimonio culturale attraverso una ricerca che intreccia memoria, tradizioni indigene e pratiche museali, con l’obiettivo di realizzare un catalogo ragionato dedicato alle maschere Yup’ik.

La riflessione sulla conservazione del patrimonio e sulla trasmissione della memoria prosegue attraverso progetti che interrogano differenti forme di archivio, materiale e immateriale. Claudia Chemello e Paul Mardikian realizzano una ricerca dedicata alla conservazione del patrimonio archeologico sommerso. Attraverso l’analisi delle pratiche di tutela in situ adottate in Italia, il progetto riflette sul rapporto tra memoria, conservazione e contesto originario, interrogandosi su come preservare e valorizzare reperti spesso invisibili senza separarli dal luogo a cui appartengono. Una riflessione che si estende anche al relitto della Clotilda, l’ultima nave negriera nota ad aver trasportato persone schiavizzate dall’Africa agli Stati Uniti. Installata nel Criptoportico e nell’Acquedotto Traiano, che passa sotto l’edificio dell’American Academy, l’opera di Akima Brackeen attiva l’architettura trasformandola si in strumento musicale che in corpo. Attraverso un ambiente sonoro immersivo, l’artista invita il pubblico a riflettere sul rapporto tra memoria, percezione e spazio, utilizzando il suono per riattivare luoghi storicamente legati all’acqua. In assenza dei flussi che un tempo attraversavano questi ambienti, sono le vibrazioni e le risonanze acustiche a evocare ciò che è scomparso, trasformando l’ascolto in un’esperienza fisica capace di mettere in relazione corpo, architettura e storia. Dalle installazioni che dialogano con la storia e l’architettura dell’Accademia, il percorso conduce agli studi del secondo piano, dove le ricerche assumono forme ancora più eterogenee.

Jennifer Bornstein riflette sulla propria esperienza romana, attraverso una serie di autoritratti fotografici e litografie realizzate durante il periodo trascorso all’American Academy, intrecciando ricerca personale e sperimentazione con tecniche di stampa tradizionali. Le fotografie sono autoritratti stampati in gelatina d’argento su carta a base di fibra, mentre le stampe sono litografie realizzate insieme a Beatrice e Flaminia Bulla presso la Litografia Bulla di Roma. La proposta di Sean Burkholder e Karen Lutsky esplora le diverse fasi temporali del Lago di Bracciano, dalla sua origine vulcanica alle fluttuazioni idriche influenzate dall’attività antropica. Assumendo quello di Bracciano come un archivio di storie e trasformazioni, il progetto sviluppa una serie di “racconti del lago” che intrecciano geologia, memoria e immaginazione. Attraverso narrazioni visive e speculative, gli artisti riflettono sul modo in cui il tempo e i cambiamenti del paesaggio influenzano la nostra comprensione del territorio.

Anche al secondo piano il paesaggio continua a rappresentare un terreno privilegiato di indagine, seppur declinato attraverso approcci e linguaggi differenti: attraverso sculture e installazioni, Ginny Sims-Burchard sviluppa una ricerca nata dal confronto con la cultura visiva romana e con i movimenti artistici e progettuali del Novecento italiano. Frutto di osservazioni, raccolte di materiali e sperimentazioni spaziali, le opere intrecciano riflessioni su luogo, memoria, materia e tempo. Con ‘’Piscis Romana’’, Katharine Ogle e Adam Summers danno vita a un archivio contemporaneo che attraversa la storia e l’immaginario di Roma attraverso la presenza di pesci e creature acquatiche. Tra ricerca scientifica, osservazione e racconto, il progetto riflette sull’evoluzione del rapporto tra uomo e ambiente, dall’antichità ai giorni nostri. Accanto alle ricerche dedicate all’ambiente e alla memoria, diversi artisti rivolgono l’attenzione alla costruzione dell’identità e alle modalità attraverso cui gli individui si relazionano a sé stessi e alla collettività.

Dedeaux-Norris presenta un’installazione in continua evoluzione che intreccia opere su carta, video e partecipazione del pubblico per riflettere sui concetti di identità, autenticità e memoria, intesi come processi dinamici e in costante trasformazione. Attraverso oltre 250 lavori su carta e un’indagine partecipativa che coinvolge direttamente i visitatori, l’artista mette in discussione categorie identitarie rigide, esplorando il modo in cui esperienza vissuta, contesto sociale e memoria contribuiscono alla costruzione del sé. Tra i progetti dedicati alle trasformazioni ambientali, la ricerca di Tameka Baba prende avvio dall’aumento delle temperature che interessa la città di Roma per interrogarsi sul futuro dello spazio pubblico. Ispirandosi ai giardini rinascimentali come luoghi di conforto e aggregazione, l’artista esplora il ruolo dell’ombra attraverso tessiture, fotografie, disegni e analisi dei dati, trasformandola in una chiave di lettura per ripensare il rapporto tra architettura, clima e vita collettiva. Tra ricerca, archivio e installazione immersiva, ‘’Ancestral Future’’ di Mirko Andolina indaga il modo in cui il clima influenza l’esperienza dello spazio pubblico. Il progetto prende forma attraverso tre nuclei complementari: un archivio di osservazioni dedicate alle qualità climatiche e sensoriali della città; una raccolta di materiali e riferimenti che esplora il rapporto tra percezione, emozione e architettura; e Climate Time, uno spazio esperienziale in cui suoni, luce, brezza e profumi costruiscono una dimensione di sospensione e ascolto. Insieme, questi elementi immaginano nuove forme di relazione tra corpo, ambiente e paesaggio urbano. Il rapporto tra spazio, comunità e trasformazione sociale costituisce il nucleo di alcune delle ricerche più orientate alla dimensione politica e partecipativa.

Muovendo dall’esperienza del MAAM / Metropoliz, Cory Henry sviluppa una ricerca dedicata ai concetti di appartenenza, comunità e inclusione sociale. L’installazione presentata durante Open Studios non rappresenta il punto di arrivo di un lavoro concluso, ma una finestra aperta su una ricerca ancora in corso, attraverso la quale l’artista indaga il ruolo dell’arte nella costruzione di spazi di relazione, resistenza e partecipazione collettiva. Non solo gli studi sono stati protagonisti della serata: ‘’Flight Paths – Rotte di Volo’’, è la grande mostra collettiva curata da Ilaria Puri Purini negli spazi dell’Accademia. Prendendo avvio dalla presenza familiare dei parrocchetti che popolano i parchi romani, il progetto utilizza gli uccelli come punto di osservazione privilegiato per riflettere su ecologia urbana, migrazioni, cambiamento climatico e trasformazioni ambientali. Attraverso opere contemporanee, reperti archeologici, materiali d’archivio e installazioni, la mostra mette in dialogo arti, scienze e discipline umanistiche, suggerendo come la storia di una città possa essere letta anche attraverso le specie che la abitano. Ad animare ulteriormente gli spazi esterni dell’Accademia sono stati i Garden Live Acts, una serie di performance musicali, letture e interventi dal vivo che hanno accompagnato il pubblico nel corso della serata. Tra i protagonisti figuravano il compositore Oswald Huỳnh, con un’esecuzione affidata al Trio Sheliak, gli scrittori David Keplinger e Maya Binyam, intervenuti con alcune letture, l’artista Chuna McIntyre e i compositori Lembit Beecher e Marta De Pascalis, che hanno trasformato il giardino in un luogo di ascolto e sperimentazione sonora. Più che una mostra collettiva, gli opera studios si confermo come un’occasione privilegiata per entrare nei processi della ricerca contemporanea.