Da lontano il paesaggio si dissolve in una trama astratta, un reticolo di segni che sembra cancellare perfino l’immagine stessa; da vicino riaffiorano invece la pelle, la carne, le pieghe della materia, le tracce fragili dell’umano. È dentro questa oscillazione continua tra visibile e invisibile che si muove la fotografia di Mario Giacomelli, protagonista della mostra Così lontano, così vicino – in programma dal 22 maggio al 12 giugno – negli spazi della Galleria La Nuvola in via Margutta, 41 a Roma. Curata da Alessandro Sarteanesi e Alice Falsaperla, l’esposizione evita il tono celebrativo dell’antologica per concentrarsi invece sul nucleo più radicale e poetico della ricerca del fotografo marchigiano: il rapporto tra la materia del reale e ciò che, nel reale stesso, continua a sfuggire.

Non a caso il titolo richiama una delle definizioni più celebri di Walter Benjamin, quella di aura come “apparizione unica di una lontananza, per quanto essa possa essere vicina”. Una formula che sembra aderire perfettamente allo sguardo di Giacomelli, sempre sospeso tra prossimità fisica e distanza interiore, tra concretezza e dissolvenza. Le sue fotografie chiedono infatti un continuo cambio di fuoco: osservate da lontano diventano geometrie, campiture, segni quasi informali; da vicino tornano invece materia viva, dettaglio epidermico, esperienza tattile.

Giacomelli non fotografa il mondo per descriverlo. Lo attraversa piuttosto come una superficie da incidere, trasformare, quasi trasfigurare. I campi arati delle Marche, le superfici del mare, i volti, le lenzuola disfatte, i muri corrosi dal tempo smettono così di appartenere esclusivamente al dato documentario per diventare segni, strutture ritmiche, apparizioni. La fotografia si fa luogo di un disvelamento che tiene insieme concretezza e mistero.


È questo il principio che regge l’intero percorso espositivo. Le circa venti opere selezionate, provenienti da serie differenti, sono accostate a coppie per creare rimandi visivi e concettuali inattesi. Non esiste un’immagine isolata: ogni fotografia continua idealmente nella successiva, costruendo una rete di corrispondenze tra vicino e lontano, astratto e figurativo, corpo e paesaggio.
In una delle coppie più riuscite della mostra, le linee verticali di Storie di terra dialogano con una natura osservata da vicino: il solco agricolo diventa incisione astratta, mentre la superficie organica sembra assumere la consistenza di un paesaggio visto dall’alto. Altrove, una fotografia della serie degli ospizi si confronta con un’immagine marina: le pieghe delle lenzuola sul capezzale di una donna anziana si trasformano nelle onde e nelle spume del mare, creando un cortocircuito poetico tra il fluire della vita, il tempo del corpo e quello della natura.

Anche nelle immagini dedicate a Lourdes o alla Corsa dei Ceri di Gubbio il dato documentario viene progressivamente superato. Le folle religiose diventano masse compatte, organismi pulsanti, quasi figure senza identità individuale. I corpi si fanno oggetti, manichini, presenze sospese. È una fotografia che non cerca mai l’aneddoto, piuttosto una vibrazione universale dell’esistente.
La povertà che attraversa l’opera di Giacomelli non è mai sociologica né documentaria. Non interessa il racconto realistico del mondo contadino, né una rappresentazione pietistica degli ultimi. È una povertà che nasce piuttosto da un amore assoluto per la materia: la terra, la pelle, il ferro, le stoffe, i muri consumati. Un’adesione fisica al reale che assume progressivamente una dimensione spirituale. Come scrive Alice Falsaperla nel testo curatoriale, Giacomelli “ricerca nella spiritualità il mistero celato nell’ordinario, restituendo il soprannaturale al naturale, il simbolo al fatto”.



Più che simbolista, dunque, Giacomelli appare come un autore capace di “mettere insieme” — nel senso etimologico della parola ‘simbolo’— elementi apparentemente inconciliabili: la presenza e l’assenza, il corpo e il paesaggio. È qui che emerge il concetto di “spazio poetico”, quella soglia invisibile in cui l’immagine smette di limitarsi a rappresentare qualcosa e comincia invece a evocare.
In molte opere il paesaggio sembra perdere consistenza fotografica per avvicinarsi alla pittura informale. Del resto, Giacomelli ha sempre guardato ai pittori con una sorta di reverenza, considerandoli depositari dell’“arte vera”. Centrale il legame con Alberto Burri, a cui dedicò anche una fotografia (L’ombra del 1994, esposta alla Galleria La Nuvola) e con il quale condivise una sensibilità profondamente materica. Non sorprende allora che le sue immagini, spesso rielaborate direttamente in fase di stampa, assumano la consistenza di superfici graffiate, corrose, quasi incise. I campi marchigiani ripresi dall’alto sembrano tele astratte, le texture dei muri ricordano alveari o incisioni: in questo modo la materia fotografica si trasforma continuamente in pittura mentale.

Eppure, dentro questa tensione verso l’astrazione, il dato umano resta sempre centrale. I corpi di Giacomelli partecipano dello stesso destino della natura: si consumano, si fondono con il paesaggio e si accordano al ritmo dei suoi cicli temporali. L’essere umano perde centralità individuale per entrare in un flusso più ampio, dove vita, morte e trasformazione convivono nella stessa immagine.

A venticinque anni dalla scomparsa del fotografo marchigiano, Così lontano, così vicino restituisce così tutta la contemporaneità di uno sguardo che continua a sottrarsi alle definizioni. In un presente dominato dalla rapidità compulsiva delle immagini digitali, Giacomelli impone ancora una pausa, un tempo lento della visione. Le sue fotografie non chiedono semplicemente di essere guardate: chiedono di essere attraversate.


