Nella steppa l’orizzonte è continuo, non essendoci elementi verticali (come alberi) a segnare il paesaggio è difficile percepire la profondità spaziale. In questo spazio smisurato, “anche un unico elemento verticale può diventare asse del mondo”, come afferma la curatrice Geraldine Leardi. Nel Tengrismo quest’asse è il Temir Kyzyk — il “palo di ferro” che connette il cielo, Tengri, alla terra. Non è solo un simbolo cosmologico: è una misura, un orientamento, la spina dorsale che tiene ancorata la nave a cielo e terra insieme. È questa immagine che ci aiuta a leggere “BELEK”, il progetto di Alexey Morozov, ospitato nell’ex chiesa di Santa Caterina, per il Padiglione del Kirghizistan alla Biennale di Venezia. Belek significa dono, ma il dono non è mai neutro: è trasmissione, peso, sacrificio.



Identità come stratificazione, non come origine
Morozov parte dalla propria identità e radici – la sua famiglia ha vissuto in Kirghizistan da cinque generazioni – ma trasforma il dato personale in una riflessione più ampia sulla continuità dei popoli. Contro una certa narrativa che separa passato e presente, distinguendo, ad esempio, gli italiani contemporanei dagli antichi romani, l’artista ribalta la questione: i popoli non si estinguono, non interrompono la propria discendenza, bensì si stratificano e si trasformano in qualcosa di nuovo in cui tuttavia rimane traccia dell’antico: non c’è cultura senza tradizione. Non sono i nobili o le élite a definire una continuità, ma il corpo collettivo. “Siamo ciò che mangiamo”: non solo in senso culturale, ma quasi biologico. La terra assorbe generazioni, e ciò che cresce – pane, vino, olive – restituisce quella memoria sotto forma di materia. Nutrirsene significa incorporare una storia. Questa idea di identità come metabolismo ritorna nella sua stessa figura: un artista nomade con una formazione architettonica, formato tra Kirghizistan, Russia ed Europa, che porta in sé una doppia eredità – il “DNA kirghiso” e l’intelligencija russa – sulla quale si innescano i costumi, la cultura, l’arte di matrice italiana — Alexey vive e lavora, infatti, da anni a Lucca.


Il dono: acqua e gioco, patrimonio materiale e immateriale
Il cuore concettuale del padiglione si struttura attorno a due poli: l’acqua, in qualità di patrimonio materiale, il kok börü, patrimonio immateriale. L’acqua è il vero belek. Il Kirghizistan, paese montuoso (oltre il 90% del territorio), possiede immense risorse idriche che vengono però in gran parte donate ai paesi vicini dell’Asia centrale. Durante l’epoca sovietica, un sistema integrato rendeva sostenibile questo scambio: energia in cambio di acqua. Dopo il 1991, con l’indipendenza, questo equilibrio si rompe. Le infrastrutture – dighe monumentali di impronta brutalista – restano, ma il loro peso grava su uno stato molto più piccolo. Le dighe diventano così altari dell’acqua: simboli di un dono che è anche sacrificio.
A questo livello materiale si sovrappone quello simbolico del kok börü, antico gioco equestre in cui due squadre si contendono la carcassa di un caprone decapitato. Nato dalla caccia al lupo nelle società nomadi, il gioco si trasforma nel tempo, la necessità di salvaguardare il raccolto dal lupo diventa un rituale e infine si trasforma in un gioco comunitario che è ora sport nazionale. Nel kok börü avviene una fusione fondamentale: uomo e cavallo diventano un’unica figura, quasi un’entità mitologica – incarnata dal centauro -, l’empatia e l’ascolto tra essere umano e questo particolare animale sono tratti distintivi del popolo kirghiso. La carcassa del capro (ulak) – animale quasi offerto in sacrificio in nome della tradizione – pesante e priva di vita, diventa il centro di una contesa tra più “cavalieri” che devono raccogliere l’ulak da terra e non farlo prendere dall’avversario per aggiudicarsi la vittoria. Morozov trasforma il gioco in allegoria: il peso dell’ulak è il peso del dono. A livello formale, l’artista crea enormi sculture in terra cruda – materiale costruttivo di molte antiche abitazioni kirghise – che sembrano delle versioni-automa dell’antica figura del centauro. Gli arti snodabili somigliano invece a parti di un robot assemblato in un’industria hi-tech.

Architettura come mediazione culturale
L’intervento nella ex chiesa di Santa Caterina non è una semplice installazione, ma una ricodificazione dello spazio. Morozov non tratta l’architettura come contenitore neutro (un “white cube”), ma come interlocutore. Il risultato è una “zona franca” in cui si incontrano il passato dell’Asia centrale, la tradizione gotica veneziana, un linguaggio contemporaneo che unisce ingegneria, scultura e identità culturale. Il Temir Kyzyk ritorna sotto forma di struttura scultorea: un asse verticale, irregolare, costruito in legno di pioppo – materiale tipico kirghiso – e culminante in una punta ispirata a una freccia orientale, effettivamente proveniente dal Giappone e arrivata in Kirghizistan attraverso la Via della Seta. La scultura è inserita simbolicamente nella posizione dove si trovava l’altare della chiesa sconsacrata. Il lavoro di Morozov è profondamente legato alla tecnologia. L’uso di modellazione 3D, superfici complesse e processi ingegneristici deriva da una formazione concreta – anche familiare – e si intreccia con materiali arcaici come la terra cruda.
Questa tensione attraversa tutto il progetto che riflette anche sull’architettura delle dighe che appaiono come stazioni spaziali incastonate in paesaggi primordiali. Le sculture dedicate a queste presenze colossali e quasi aliene del territorio kirghiso sono accostate con due dipinti che omaggiano la tradizione pittorica veneziana, in particolare Veronese. Nei dipinti, l’acqua riappare come principio ottico: riflessi, trasparenze, immagini filtrate attraverso un vetro — riferimento alla sapienza artigianale di Murano. Nella composizione sono dipinti dei panneggi, dei tessuti contorni e sovrapposti che rimandano sia a figure angeliche (presenze costanti nelle tele sacre) sia alla superposizione quantistica: materia e immagine, visibile e invisibile, coesistono grazie allo sguardo dell’osservatore. Il tessuto,inoltre, non è solo un appiglio visivo ma una struttura del reale: è il tessuto della pelle ma anche la rete neurale, ‘tessuto sociale’ e superficie dell’immagine. Il tessuto diventa il dispositivo che unisce materiale e immateriale, come nella fisica quantistica la realtà oscilla tra onda e particella. L’opera d’arte in generale cambia in relazione a chi la fruisce.
“Belek” non è infine celebrazione identitaria, ma riflessione sulla responsabilità. Donare acqua — composto chimico semplice, H2O, ma elemento indispensabile per gli organismi— significa sostenere interi sistemi di vita, ma anche sopportare il peso di questo gesto. Nel deserto, dove lo spazio è sconfinato, è necessario trovare delle coordinate: il Temir Kyzyk, oltre a essere un simbolo cosmico, incarna la necessità umana di orientarsi tra terra e cielo, tra corpo e pensiero, tra ciò che si riceve e ciò che si dà. Il padiglione del Kirghizistan è quindi un buon punto di partenza per riflettere sulle tradizioni e su come queste mutino, sull’equilibrio in una comunità e tra popoli diversi, sull’importanza del supporto reciproco e sulla natura del dono che, nonostante non chieda nulla in cambio, nasconde spesso un sacrificio da tenere in considerazione.
Commissario: Ambasciata della Repubblica Kirghisa in Italia;
Curatore: Geraldine Leardi;
Espositore: Alexey Morosov Sede: Ex Chiesa di Santa Caterina, Convitto Foscarini, Cannar


