Machiavelli scriveva “Tutti li tempi tornano”: un’espressione nata per descrivere la storia degli uomini, ma che sembra adattarsi perfettamente anche all’arte e alla moda. Proprio perché in entrambe non esistono soggetti che spariscono davvero: cambiano forma, attraversano epoche, mutando insieme allo sguardo della società, per poi ritornare ancora. La natura morta, forse più di tutti, sembra riflettere questa logica.
Frutta abbandonata su una tavola, fiori in un vaso, bottiglie stappate. Oggetti semplici, quasi scontati nella vita di tutti i giorni, ma che l’arte ha osservato con ossessione per secoli ed ha tramutato in simboli: abbondanza, lusso, desiderio e decadenza. Nelle case romane il cibo dipinto sulle pareti non era soltanto decorazione, ma promessa di abbondanza, la traccia di un benessere che si voleva fissare nel tempo. Era già, in qualche modo, un tentativo di trasformare il quotidiano in qualcosa che resistesse alla sua stessa fine. Con l’arrivo del Barocco la natura morta non si limita più a suggerire: insiste, mostra, mette in scena. Nelle opere di Caravaggio una canestra di frutta racconta della decadenza, di una bellezza che inevitabilmente si deteriora. Le foglie accartocciate, i piccoli difetti della buccia, la maturazione imperfetta diventano dettagli drammatici.

Ma ogni epoca rilegge il soggetto secondo la propria sensibilità. E così, se nel Barocco gli oggetti quotidiani erano spettacolo visivo ed emotivo, secoli dopo Giorgio Morandi svuota questa tradizione di ogni teatralità. Le sue bottiglie, le scatole, i vasi polverosi sembrano immobili, sospesi in un silenzio quasi metafisico. L’artista non cerca l’abbondanza né il virtuosismo: cerca l’essenza. Gli oggetti smettono di essere semplici cose e diventano presenze. Da questa ricerca silenziosa e introspettiva si arriva gradualmente all’arte contemporanea, che passa dal rappresentare del cibo, a rendere il cibo stesso un’opera. Quando Maurizio Cattelan attacca una banana al muro con del nastro adesivo, il gesto sembra ironico, provocatorio, quasi assurdo. Eppure Comedian – diventata virale durante Art Basel Miami – dialoga perfettamente con la storia della natura morta. La banana è il simbolo contemporaneo della deperibilità, del consumo rapido, dell’ossessione per l’immagine. Un frutto che esiste per poco tempo, destinato inevitabilmente a marcire. Proprio come l’uva di Caravaggio o i fiori delle vanitas seicentesche.


La differenza è che oggi il processo passa anche attraverso la cultura pop, i social media e il mercato globale dell’arte. La banana di Cattelan è stata fotografata, condivisa, “memeificata”. È diventata un oggetto mediatico prima ancora che artistico. Forse è proprio da questo desiderio che la natura morta scivola e si inserisce naturalmente nel mondo della moda. Perché gli stessi elementi che per secoli sono stati dipinti sulle tele oggi vengono trasformati in status simbol, oggetti di un lusso spesso inaccessibile. Negli ultimi anni sempre più brand hanno trasformato alimenti in accessori esclusivi: Loewe ha realizzato una clutch a forma di pomodoro, mentre Moschino, con il suo linguaggio ironico e teatrale, ha creato una borsa fatta di mele confezionate, provviste addirittura di un’etichetta che recita “Data di scadenza: quando decidi tu” e “Importo: fuori budget”. Due affermazioni sarcastiche che ci risvegliano dall’illusione e ci riportano nella realtà: una mela vera marcisce dopo pochi giorni; una in pelle artigianale è eterna.


E in un momento storico in cui il costo del cibo aumenta vertiginosamente, vederlo trasformarsi in accessorio rende tutto ancora più paradossale. In fondo però, nei dipinti fiamminghi erano i limoni esotici, le aragoste e i bicchieri preziosi a raccontare il privilegio di una classe sociale. Oggi sono le passerelle e gli accessori a fare lo stesso. Cambiano i linguaggi e le epoche, ma la stessa ossessione per gli oggetti e ciò che rappresentano rimane.



