Le fotografie di Camilla Postiglione restituiscono la percezione fragile di un’esistenza che continua a cercare un luogo a cui appartenere, pur intuendo che quel luogo forse non esiste più. I suoi soggetti non cercano tanto uno spazio fisico quanto la possibilità di riconoscersi in qualcosa che non sia frammentato. È la sensazione persistente di trovarsi sempre altrove: attraversare ambienti che sfuggono a una piena coincidenza con sé stessi, vivere in un tempo già trascorso o non ancora avvenuto. Spesso colti di spalle e sospesi in attese silenziose, i protagonisti delle opere perdono progressivamente la propria identità individuale per trasformarsi in presenze universali, figure nelle quali chiunque può riconoscersi pur avvertendo un profondo senso di estraneità. Sono corpi fragili, ombre senza radici né approdo, attraversate da una solitudine che, prima ancora di essere fisica, assume una dimensione ontologica. Anche i paesaggi partecipano di questa sospensione: le case immerse nella vegetazione, i sentieri che sembrano interrompersi, le stanze vuote o i margini dell’acqua. E ciò che emerge dal suo archivio personale perde progressivamente la propria dimensione privata per trasformarsi in un’immagine universale e rarefatta. La presenza umana, quando affiora, appare sempre transitoria e incapace di sostare davvero nel mondo che percorre. È uno sguardo perturbante che intercetta una sensibilità generazionale fatta di precarietà, movimento e continua ricerca di significato. Dentro questa vulnerabilità emerge l’intensità più autentica del lavoro dell’artista: le sue immagini custodiscono il desiderio umano di sentirsi parte di qualcosa, di trovare una forma di vicinanza con il tempo, con lo spazio e con gli altri.
Ciò che sembra emergere nei tuoi lavori è una forte dimensione di sospensione e ambiguità. Quanto è importante per te lasciare l’immagine aperta a più interpretazioni?
Per me è fondamentale. Non penso alla fotografia come a qualcosa che debba chiarire o tradurre un significato preciso. Ritengo che un’immagine perde parte della sua forza nel momento in cui viene completamente spiegata. Alcune cose, semplicemente, devono restare aperte, perché è proprio in quella zona indefinita che continuano ad agire. Non cerco l’ambiguità come artificio formale, ma come possibilità di trattenere simultaneamente percezioni contrastanti: familiarità e inquietudine, quiete e tensione, memoria e nostalgia. Le immagini che sento più vicine sono quelle che non si lasciano
esaurire in una lettura lineare. Cerco sempre un equilibrio fragile tra ciò che sembra riconoscibile e ciò che invece continua a sfuggire. Mi interessa quel momento in cui un’immagine appare stranamente familiare ma allo stesso tempo indecifrabile.

Il concetto figurativo di presenza/assenza è una costante della tua poetica. Da cosa nasce questo interesse? E come scegli quando un’immagine entra davvero a far parte della tua ricerca?
Penso che questo interesse nasca da una riflessione sulla condizione umana nel contemporaneo e sulla crescente difficoltà di decifrare il mondo che si abita, rendendolo in questo senso una presenza/assenza: è un corpo che è fisicamente nel mondo, ma che allo stesso tempo ne perde continuamente la lettura, come se non riuscisse più a coincidere pienamente con ciò che lo circonda. È un processo molto intuitivo. Mi capita di attraversare luoghi o spazi e di avere la sensazione che certe immagini esistano già, come se fossero lì in attesa di manifestarsi. Non parto quasi mai da una costruzione rigida o da una ricerca programmata delle location; spesso è il luogo stesso a imporsi improvvisamente al mio sguardo. Ci sono momenti in cui percepisco qualcosa di difficile da spiegare razionalmente, una sorta di presenza latente che emerge solo in determinate condizioni. In quei casi ho la sensazione di non stare “costruendo” un’immagine, ma piuttosto di starla riconoscendo nel momento in cui si rivela.

Nel progetto fotografico ANEMOIA i corpi appaiono spesso di spalle, immobili, quasi assorbiti dal paesaggio. È una scelta legata all’identità o alla relazione con lo spazio?
Entrambe le cose. La figura di spalle mi interessa perché interrompe l’identificazione immediata e impedisce una lettura troppo psicologica del soggetto. Non mi interessa raccontare la storia di un individuo specifico, ma lavorare su presenze più archetipiche, quasi dei simulacri. I corpi diventano figure essenziali, proiezioni attraverso cui osservare una condizione più ampia e collettiva. In ANEMOIA queste presenze sembrano spesso assorbite dal paesaggio o dall’architettura perché mi interessa l’idea di un essere umano che tenta continuamente di orientarsi dentro qualcosa che gli sfugge. Credo ci sia una componente profondamente esistenziale in questo: il mondo resta sempre solo parzialmente decifrabile, nonostante il bisogno costante di attribuirgli senso. È una sensazione che oggi percepisco ancora più forte. Viviamo immersi in un flusso continuo di immagini, informazioni e trasformazioni che procede molto più velocemente della nostra capacità di comprenderlo davvero. I miei lavori nascono anche da questa frattura: dal tentativo, inevitabilmente incompleto, di abitare il contemporaneo senza riuscire mai ad afferrarlo del tutto.

Le architetture che fotografi sembrano sospese tra abitazione e abbandono. Cosa rappresenta per te il tema della casa?
In realtà non mi interessa il tema della casa in senso stretto. Mi interessa piuttosto il momento in cui qualcosa di estremamente familiare e riconoscibile (e che culturalmente, in questo caso, associamo a rifugio, protezione, stabilità) smette di essere del tutto leggibile e diventa una presenza enigmatica. Nelle immagini di ANEMOIA le architetture emergono spesso solo parzialmente, quasi trattenute o occultate dalla natura. In quel processo la casa perde la sua funzione rassicurante e assume qualcosa di più ambiguo, a tratti perturbante. Mi interessa proprio questa trasformazione: quando un luogo che dovrebbe essere vicino e decifrabile comincia invece a generare distanza, estraneità, inquietudine. Non vedo la natura come una forza distruttiva contrapposta all’architettura, ma come qualcosa che lentamente la riassorbe e la ridefinisce. È una condizione che per me parla anche del nostro rapporto contemporaneo con i luoghi: sempre più instabile, fragile, difficile da abitare davvero.

Le immagini del progetto sono attraversate da una quiete sospesa, ma anche da una tensione latente. Quanto conta per te costruire atmosfere in cui il silenzio diventa una forma di racconto?
Conta moltissimo. Il silenzio, per me, non è mai assenza di contenuto ma una condizione di sospensione, uno spazio in cui l’immagine può continuare a generare qualcosa senza dichiararlo apertamente. Cerco immagini che non impongano un ritmo narrativo troppo esplicito, ma che trattengano qualcosa in maniera quasi sotterranea. Mi interessa lavorare su tensioni minime, situazioni in cui sembra che qualcosa sia appena accaduto o stia per accadere. Credo che il silenzio permetta all’immagine di respirare e al fruitore di entrarci dentro in modo più personale. È una forma di ascolto visivo.


Tra archivi familiari, memoria personale e immagini trovate, le tue ricerche sembrano interrogare continuamente il modo in cui costruiamo il nostro sguardo sul passato. Da cosa scaturisce tutto questo?
Nasce probabilmente dal tentativo di capire quanto la memoria sia una costruzione visiva prima ancora che narrativa. Molti dei nostri ricordi non esistono più come esperienza diretta, ma come immagini sedimentate, fotografie, racconti incompleti. Mi interessa il punto in cui il documento perde la sua funzione puramente testimoniale e diventa qualcosa di più ambiguo, quasi instabile. Gli archivi familiari o le immagini trovate hanno questa capacità di generare una vicinanza emotiva anche quando non ci
appartengono realmente. In fondo ANEMOIA nasce anche da questo: dalla sensazione di provare nostalgia per qualcosa che non abbiamo vissuto direttamente, ma che continuiamo comunque a percepire come intimamente familiare.




