No Need to Sparkle, il Padiglione Malta alla Biennale come spazio di dubbio e resistenza

Da Virginia Woolf alle proteste per Gaza, il progetto intreccia archivio, identità postcoloniale, migrazione e critica al potere attraverso le opere di Raphael Vella, Adrian MM Abela e Charlie Cauchi

Tra i padiglioni più politici della Biennale Arte 2026 c’è il Padiglione Malta all’Arsenale. Il titolo della mostra, No Need to Sparkle, è tratto da una frase di Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé: “Non c’è bisogno di brillare”. Una frase pronunciata durante la descrizione del contrasto tra gli ambienti maschili e femminili dell’università — da una parte l’opulenza, dall’altra l’essenzialità — che qui diventa una dichiarazione politica e poetica. Il sottotitolo, Experiments in Love and Revolution, introduce invece il cuore del progetto: una riflessione sul dubbio, sulla vulnerabilità e sulla possibilità di immaginare forme diverse di convivenza in un’epoca segnata da polarizzazione politica, aggressività e rumore mediatico.

Secondo la curatrice, il padiglione nasce proprio come reazione ai tempi contemporanei: uno spazio-palizzata, quasi un meccanismo di difesa contro l’eccesso di conflitto. “No need to sparkle” diventa un invito, indirizzato al proprio Paese, a sottrarsi alla necessità continua di dimostrare qualcosa: un sentimento che, nel contesto postcoloniale maltese, assume un significato particolare. Come se Malta, storicamente sospesa tra influenze e dominazioni esterne, sentisse ancora il bisogno di sovra-performare per legittimarsi.

Il concetto di dubbio attraversa tutto il progetto. Non un dubbio cinico o paralizzante, ma un dubbio produttivo, capace di aprire possibilità. Dubitare come gesto critico e insieme umano, come alternativa alle certezze assolute e alle ideologie rigide.

Raphael Vella: memoria politica e protesta

All’interno del padiglione, il lavoro di Raphael Vella costruisce una narrazione stratificata della storia politica e sociale maltese attraverso il disegno, l’archivio e la memoria collettiva. Molte immagini nascono da fotografie trovate negli archivi nazionali: proteste di ogni tipo, avvenute davanti i palazzi del potere de La Valletta, rivendicazioni di ogni colore politico e umore che si sono succedute. Da quelle antisocialiste degli anni Cinquanta e Sessanta organizzate dalla Chiesa, cortei guidati dall’arcivescovo Mikiel Gonzi, manifestazioni contro il Partito Laburista in un periodo in cui la paura del comunismo attraversava profondamente il Paese, alle proteste per il diritto alla casa, contro la violenza di genere, in favore di un mondo arcobaleno LGBT, lotte per il riconoscimento dei diritti agli immigrati sino agli ultimi cortei per Pro-Pal e contro il sionismo, il genocidio di Gaza e le guerre infami portate avanti da Israele.

E sembra come se il padiglione avesse letto nel futuro, considerate le proteste durante i giorni di preview a causa della mancata esclusione di Israele e Russia dalla manifestazione: dalle Pussy Riot con fumogeni rosa ai manifestanti che hanno aderito alla marcia per la Palestina fino alla chiusura di molti padiglioni come Austria, Belgio, Olanda, Gran Bretagna, Giappone. Lo slogan è questo: We stand with Palestine because we know by now that the destruction of Palestine is the destruction of the world.

La pratica di Vella è lenta e meticolosa ma cattura il flusso dell’attualità: ogni elemento viene disegnato, ritagliato e stratificato manualmente. Alcuni frammenti richiedono poche ore, altri giorni interi di lavoro. Il risultato è una sorta di racconto per immagini che ricorda il linguaggio del fumetto o dello storyboard cinematografico, pur provenendo da una formazione strettamente legata alle belle arti.

Il riferimento alla protesta contemporanea è la costante: una delle opere richiama l’articolo 42 della Costituzione maltese, dedicato alla libertà di assemblea pacifica. Nel finale la pioggia disegnata dall’artista cade sui manifestanti: l’idea è che, nonostante tutto — il maltempo, la pressione politica, la stanchezza — si continui a resistere e far valere la propria voce, occupando lo spazio pubblico. Il padiglione affronta così, anche se indirettamente, alcuni dei nodi controversi della Malta contemporanea: la speculazione edilizia, il rapporto opaco tra politica e grandi interessi economici, la trasformazione aggressiva del territorio.

Emergono riferimenti alla famiglia Fenech e al caso di Daphne Caruana Galizia, la giornalista assassinata nel 2017 dopo anni di inchieste sulla corruzione maltese. La sua morte ha segnato profondamente il dibattito pubblico del Paese, diventando simbolo delle tensioni tra potere economico, politica e libertà d’informazione.

La questione edilizia è centrale: in un’isola dove lo spazio è limitato e ogni metro quadrato ha un valore enorme, la costruzione continua diventa motore economico ma anche causa di devastazione ambientale. Il paesaggio maltese — sempre più saturo di cemento — entra così nel padiglione come ferita aperta e come terreno di conflitto civile.

Adrian Abela: “Declaration of Dependence”

Con Declaration of Dependence, Adrian MM Abela ribalta il concetto di indipendenza nazionale. Se ogni stato moderno si fonda simbolicamente su una dichiarazione di indipendenza, Abela propone invece una “dichiarazione di dipendenza”, sostenendo che nessun individuo e nessuna nazione esistano realmente in autonomia.

L’opera prende forma attraverso la figura digitale di Melita — personificazione allegorica di Malta — generata tramite un sistema interattivo che combina modellazione 3D, linguaggio computazionale e intervento umano. Ogni volta che uno spettatore si avvicina all’installazione, il personaggio si anima e pronuncia un discorso diverso, composto da varianti generate in tempo reale. Non si tratta però di un’intelligenza artificiale completamente autonoma: il testo è stato costruito e modificato dall’artista insieme alla curatrice Margerita Pulè, creando una zona ambigua tra algoritmo e scrittura umana.

A un certo punto, Melita smette di rivolgersi direttamente al visitatore e sembra parlare a sé stessa, trasformando il discorso pubblico in un momento di autoanalisi. L’identità nazionale si sfalda così in una serie di domande: cosa significa appartenere a una nazione? Cosa significa essere cittadini? E cosa accade quando l’identità viene filtrata da sistemi burocratici, migrazioni e processi amministrativi?

L’esperienza personale dell’artista come migrante negli Stati Uniti attraversa tutto il progetto. La richiesta della green card, le procedure per ottenere la cittadinanza, le domande sulla propria “idoneità” diventano il punto di partenza per interrogare il concetto stesso di appartenenza.

Al centro dell’installazione compare anche una scultura cinetica composta da monete in rotazione continua: simboli economici e coloniali impressi l’uno sopra l’altro, impossibili da osservare pienamente a causa della velocità del movimento. Per Abela questa impossibilità di vedere chiaramente riflette il presente: viviamo troppo velocemente per comprendere davvero ciò che ci circonda.

Charlie Cauchi: Malta come set cinematografico permanente

L’opera filmica di Charlie Cauchi affronta invece la questione dell’identità nazionale attraverso il cinema e il rapporto tra realtà e finzione. Malta viene raccontata come un luogo che da decenni interpreta continuamente il ruolo di qualcun altro: Roma antica, Medio Oriente, Mediterraneo, paesaggio europeo o nordafricano a seconda delle necessità produttive.

L’artista unisce due immaginari cinematografici apparentemente lontani: La Dolce Vita di Federico Fellini e Il Gladiatore di Ridley Scott. Il punto di partenza è una gigantesca statua di cioccolato raffigurante Russell Crowe nei panni del gladiatore Massimo, realizzata per un festival locale del cioccolato e sopravvissuta per anni nel laboratorio di cioccolateria di Tiziano Cassar.

Nel film, la celebre scena iniziale de La Dolce Vita viene ricreata sostituendo il Cristo trasportato in elicottero sopra Roma con la statua di Russell Crowe che vola sopra i set artificiali costruiti per Gladiator. Il risultato è un cortocircuito surreale tra cultura popolare, monumentalità kitsch, industria cinematografica.

Cauchi costruisce inoltre sette false sceneggiature ambientate in luoghi diversi ma girate tutte nello stesso set maltese, mostrando quanto l’isola sia diventata una superficie malleabile pronta a trasformarsi continuamente in altro da sé. Gli stessi attori e le stesse comparse interpretano ruoli differenti in scenari differenti, generando una realtà instabile e continuamente riconfigurabile. Dietro l’ironia dell’opera emerge una riflessione più ampia sul modo in cui Malta continua storicamente a rappresentare qualcun altro prima ancora di rappresentare sé stessa.

The Malta Pavilion presents No Need to Sparkle; Experiments in Love and Revolution by Adrian MM Abela, Charlie Cauchi and Raphael Vella at the 61st International Art Exhibition – La Biennale de Venezia, commissioned by Arts Council Malta. 9 May – 22 November 2026