Dante Ferretti a Roma. Lo scenografo: «Devo tutto a Pasolini»

Ai Musei di San Salvatore in Lauro quaranta opere raccontano il genio visivo del tre volte premio Oscar tra Fellini, Pasolini, Scorsese e Tim Burton

Fino al 19 luglio 2026 è in corso la mostra dal titolo Dante Ferretti. Con i miei occhi. I segreti del maestro della scenografia ai Musei di San Salvatore in Lauro a Roma, a cura di Raffaele Curi. Quaranta opere tra bozzetti, studi, lavori pittorici e materiali raccontano di uno degli scenografi più importanti al mondo: vincitore di tre premi Oscar, inizia la sua avventura proprio a Roma studiando al Centro Sperimentale di Cinematografia, e cominciando a lavorare nel cinema italiano agli inizi degli anni Sessanta.

Il primo ad accorgersi del suo talento è stato Pier Paolo Pasolini con cui ha lavorato per Il Vangelo secondo Matteo a soli 19 anni. Ferretti racconta: «A lui devo tutto, è stato il primo ad accorgersi di me. Con il mio libro Bellezza imperfetta. Io e Pasolini si è ricominciata a rivalutare la sua figura. Tra un po’ di mesi vi sarà una mostra dedicata solo al mio rapporto con il bolognese». In mostra gessetti, carboncini colorati, talvolta collage, che rivelano la sua sapienza tecnica. Fa dei suoi bozzetti delle opere d’arte autonome che nascono ancora prima della resa dal vero; è pittura che si trasforma in cinema restituendo profondità di campo, luce, ombra, tensione narrativa, vivacità e originalità intellettuale e fattuale.

Le sue fonti di ispirazione possono cominciare dal trecentesco Giotto, per proseguire con il quattrocentesco Piero della Francesca, il cinquecentesco El Greco, il secentesco Caravaggio, e i fiamminghi Bosch e Bruegel, solo per citarne alcuni. Leonardo Di Caprio lo ha indicato come «lo scenografo più emblematico e rappresentativo della sua epoca, forse il migliore di tutti i tempi» e, ritornando a Pasolini, dalle parole del regista: «un genio». Ferretti ha attraversato generi, epoche e linguaggi cinematografici tra i più disparati eccellendo in tutti, come mai è stato fatto da uno scenografo.

Alla sesta candidatura degli Academy Awards (premi Oscar) vince la sua prima statuetta per The Aviator di Martin Scorsese del 2004; racconta: «Stavamo girando Shutter Island con Scorsese vicino Boston. Dopo sei nomination non volevo andare alla serata degli Oscar, ma Martin ha convinto me e Francesca Lo Schiavo, mia moglie, a partecipare. E, questa volta, per The Aviator, abbiamo vinto. Non avevamo nemmeno i posti nelle prime file. Quando Halle Berry ci ha proclamato vincitori non ci volevamo credere, non avevamo preparato neanche il discorso, questa volta, siamo andati un po’ a braccio e abbiamo ritirato il premio». Poi racconta: «ho conosciuto Martin con Isabella Rossellini. Stavamo girando con Fellini La città delle donne del 1980. Avevamo ricostruito un bordello e Fellini disse a Scorsese: “io so che ti sposeresti con Isabella però questo non mi pare il posto migliore per passare la luna di miele… dentro un bordello!”».

In The Aviator Ferretti costruisce Hercules, l’aereo con la maggiore altezza dal suolo mai costruito. Per E la nave va di Federico Fellini del 1983 Ferretti aveva costruito una scenografia maestosa, racconta: «nella sceneggiatura vi era una scena dove tiravano su un rinoceronte che stava nella parte inferiore della nave e ho ricostruito la scena. È stato fatto tutto nel teatro 5 di Cinecittà. Per il finale è stata ricostruita una enorme pedana basculante che piaceva tanto a Federico che, però, soffriva il mal di mare e quindi non poteva stare lì sopra. Allora ho costruito una torretta vicino alla scena e lui dirigeva da lì, così mentre la nave si muoveva lui stava fermo». A proposito de Le avventure del Barone Münchausen di Terry Gilliam del 1988, racconta lo scenografo: «Ha avuto un riscontro molto importante negli Stati Uniti per quanto riguarda le scenografie ed è stato anche candidato agli Oscar, la mia prima candidatura».

Per Hamlet di Franco Zeffirelli del 1990 ha ricevuto la sua seconda candidatura e il bozzetto qui presentato riflette il clima tragico della storia. Per L’età dell’innocenza, di nuovo con Martin Scorsese, del 1993 ha ricevuto la candidatura ai premi Oscar ed è la prima collaborazione ufficiale tra Scorsese e Ferretti. Per Kundun di Martin Scorsese del 1997 ha ricevuto ancora la candidatura. Titus di Julie Taymor del 1999 è stato girato quasi tutto al Colosseo Quadrato di Roma e Ferretti racconta: «Julie voleva girare il film al Colosseo, ma passando vicino al Colosseo Quadrato dall’aeroporto di Fiumicino di Roma le ho detto che sarebbe stato più bello farlo lì, l’idea gli è piaciuta moltissimo, e così è stato».

Ripley’s Believe it or not di Tim Burton è un film mai realizzato del 1999, il commento dello scenografo è particolare: «Eravamo stati due mesi in Cina per girarlo. Tornati a Londra di sabato eravamo rimasti d’accordo che ci saremmo visti lunedì mattina. Arrivato il giorno Tim è venuto in ufficio tutto vestito di nero e mi ha detto che il produttore non voleva più fare il film, ma che si sarebbe potuto fare un altro film più piccolo: era Sweeney Todd – Il diabolico barbiere di Fleet Street” del 2007 con cui ho vinto il secondo Oscar».

Gangs of New York” di Martin Scorsese del 2002 è stato candidato agli Oscar e Ferretti ricorda: «È stato filmato tutto a Cinecittà. Non si poteva fare a NY perché la storia si svolgeva a fine 800 e NY è tutta moderna. Ho convinto Scorsese a farlo a Cinecittà così: da Venezia dove stavamo anche con mia moglie, ci ha accompagnato a Roma con il suo aereo privato e l’ho portato a mangiare, era domenica, al ristorante di fronte agli studi. Dal ristorante ho chiamato Cinecittà e siamo andati a visitarla, anche se lui già la conosceva. Dopo la visita, mi ha detto che si poteva fare e di cominciare a disegnare. Ho portato tutti i bozzetti e i modellini in America ed è andata bene».

Sul faro di Shutter Island – film sempre di Martin Scorsese del 2010 – di cui è esposto il bozzetto, lo scenografo dice: «È dedicato a Fellini perché lo chiamavamo il faro». Hugo Cabret”, ulteriore collaborazione con Scorsese del 2011 è il suo terzo Oscar. Narra la storia di un orfano dodicenne, Hugo, che vive nascosto nella stazione di Parigi Montparnasse negli anni Trenta e si occupa degli orologi. Oltre a questi film, tanti altri sono raccontati in questa mostra organizzata da Il Cigno Arte in collaborazione con Vertigo Syndrome.