Attraverso forme libere e sensi di vuoto, l’arte di Antony Gormley rimane profondamente radicata nella presenza umana. Le creazioni dell’artista britannico, solenni e austere, raccontano una storia di relazioni che sopravvive nel continuo mutare delle cose. What Holds Us è il progetto che Galleria Continua gli dedica, aperto al pubblico fino al 13 settembre 2026. La mostra indaga ciò che nel consueto modo di pensare l’arte e il mondo come realtà opposte, rimane normalmente invisibile e diventa il vero centro dell’esperienza. È lo stesso meccanismo che attraversa, se vogliamo, Le città invisibili di Italo Calvino. Se lo scrittore costruisce un universo in cui ciò che appare marginale si rivela essenziale alla forma del pensiero umano, Gormley compie un’operazione analoga nella scultura, rendendo centrale ciò che la tradizione ha sempre lasciato ai margini, ovvero la percezione interiore dello spazio.



Per secoli la scultura occidentale ha concepito il corpo come un oggetto pieno, da osservare dall’esterno. Con Gormley questa logica si rovescia, è al contrario: non gli interessa rappresentare il corpo, ma usare il corpo per rendere visibile l’ invisibile che lo circonda e lo attraversa. Le sculture restituiscono il “qui e ora” della forma come misura del luogo, skyline effimeri di città contemporanee in cui il corpo rischia di dissolversi dentro l’architettura, nella massa urbana e tecnologica. Le installazioni disseminate nelll’ambiente restituiscono vulnerabilità e coscienza e nulla coincide davvero con ciò che si vede: il senso si trova piuttosto in ciò che manca, in ciò che viene ricordato o immaginato, in quella critica implicita all’antropizzazione della modernità, che forse così implicita poi non è.

L’opera centrale, Innercity (2026), si espande nello spazio principale di Galleria Continua attraverso quindici gigantesche strutture in cartone che evocano sagome umane stilizzate e danno forma a un labirinto attraversabile, in cui lo spettatore è continuamente spinto tra aperture, ostacoli e possibilità improvvise di accesso. Il cartone, materiale fragile e quotidiano, diventa così il simbolo di una civiltà fondata sul consumo, sulla circolazione incessante delle merci e sulla precarietà del contemporaneo.
Uno dei nuclei più significativi dell’esposizione emerge nei Blockworks in basalto, dove Gormley interviene su un’immagine fondativa della tradizione scultorea occidentale: la cariatide. Nell’arte classica la cariatide è il corpo trasformato in sostegno, figura umana piegata alla funzione strutturale dell’edificio, incarnazione di equilibrio, misura e permanenza. L’artista opera un ribaltamento radicale di questo principio, ancora una volta agendo al contrario.



Le sue sculture non sostengono nulla ma anzi appaiono come presenze vulnerabili che trovano nell’architettura una possibilità provvisoria di equilibrio, come la monumentalità classica si trasformasse nell’immagine di un’umanità che non domina più il costruito, ma vi cerca rifugio. La stessa tensione ritorna nei Slabworks, dove blocchi di terracotta sovrapposti formano strutture inermi simili a castelli di carte. “Di una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”, scriveva Calvino. E What Holds Us sembra costruirsi interamente attorno a questo principio: cosa può ancora sostenere l’uomo dentro il paesaggio instabile del contemporaneo?


