Nel cuore della laguna nord di Venezia, lontano dai flussi turistici e dalle rotte più battute, l’isola di San Giacomo in Paludo torna a vivere dopo decenni di abbandono. A guidare questa rinascita è la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, che insieme ad Asja Energy ha trasformato un lembo fragile di terra sospeso tra acqua e vento in un nuovo avamposto culturale dedicato all’arte, alla ricerca ambientale e alla sostenibilità.
Quella che un tempo era una delle tante isole dimenticate della laguna — passata nei secoli da convento a presidio sanitario fino a deposito militare — oggi si presenta come un esperimento radicale di convivenza tra infrastruttura ecologica e produzione culturale contemporanea. Dopo quattro anni di lavori, il progetto promosso da Patrizia Sandretto Re Rebaudengo si propone come qualcosa di molto diverso da una tradizionale operazione museale o immobiliare. Centrale nell’iniziativa è infatti la costruzione di un ecosistema dove arte, energia, tutela ambientale e ricerca possano dialogare in modo permanente.

A rendere unico il progetto è soprattutto il rapporto con la vulnerabilità stessa del luogo. San Giacomo in Paludo è un territorio esposto ai cambiamenti climatici, all’erosione e all’innalzamento delle acque. Qui la sostenibilità non viene raccontata attraverso slogan, ma integrata direttamente nella struttura dell’isola: gestione energetica, sistemi di approvvigionamento, equilibrio ambientale e manutenzione diventano parte integrante dell’esperienza culturale.
L’arrivo sull’isola restituisce immediatamente la sensazione di trovarsi in uno spazio sospeso tra presente e futuro. Ad accogliere i visitatori è GONOGO, il grande razzo argentato realizzato da Goshka Macuga, una presenza quasi aliena che domina il paesaggio lagunare. L’opera sembra evocare un doppio scenario: da un lato la volontà di salvare e adattare il pianeta, dall’altro l’idea di una possibile fuga verso nuovi mondi abitabili.

L’ex polveriera militare ospita invece gli interventi di Matt Copson, che trasforma gli spazi in ambienti immersivi di luce e oscurità. Le sue installazioni laser lasciano tracce luminose sulle pareti fotosensibili come memorie temporanee, mentre sul tetto aquiloni a forma di occhi sorvolano l’isola creando un continuo gioco di controllo e osservazione, sospesi tra arte e sorveglianza. Di forte impatto anche Huff and a Puff di Hugh Hayden, una cappella inclinata che altera la percezione fisica dello spazio e richiama il tema della precarietà. L’opera si ispira alla favola dei Tre Porcellini, trasformando il soffio del lupo cattivo in metafora delle minacce contemporanee: crisi climatica, instabilità e fragilità sociale.
Lungo l’isola si incontrano poi altre installazioni simboliche: la sirena monumentale di Thomas Schütte che emerge dall’acqua come una figura sopravvissuta a un mondo sommerso, l’albero fluorescente di Pamela Rosenkranz che riflette sul rapporto tra natura e artificio, e il neon di Claire Fontaine Patriarchy = CO2, che collega dominio, guerra e crisi ambientale in una formula provocatoria.
All’interno della seconda polveriera trova spazio la mostra collettiva Don’t Have Hope, Be Hope!, costruita intorno ad alcune opere della collezione Sandretto Re Rebaudengo. Il percorso affronta temi come vulnerabilità, memoria, guerra e trasformazione attraverso artisti internazionali come Lucas Arruda, Mohammed Sami, Michael Armitage e Cecily Brown.



