Querelle politiche, padiglioni aperti solo su invito e contestazioni pubbliche: in questo clima la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia ha aperto le proprie porte, e con essa la mostra all’Arsenale concepita da Koyo Kouoh, scomparsa prematuramente nel pieno del progetto. Proprio in memoria della curatrice ha preso il via la conferenza stampa: «The dead are not gone», ha affermato Marie Hélène Pereira, tra i membri del team selezionato da Kouoh che ha portato avanti In Minor Keys. In apertura della mostra, realizzata in un anno di lavoro corale, è stato infatti collocato un estratto di un poema senegalese in omaggio alle origini della curatrice, che aveva immaginato un’esposizione incentrata su un regime percettivo all’insegna delle frequenze basse, delle relazioni invisibili.

All’Arsenale, In Minor Keys prende forma come una composizione atmosferica che prende le distanze da una mostra tradizionale. Nelle sue intenzioni, Koyo Kouoh rifiutava infatti l’impianto enciclopedico che negli ultimi anni ha spesso caratterizzato le grandi rassegne internazionali, scegliendo invece una costruzione per risonanze, attraversamenti e stati emotivi. Le lunghe navate dell’ex cantiere veneziano non vengono saturate da opere e dichiarazioni, ma trasformate in uno spazio di ascolto. A scandire il ritmo dei passaggi, i grandi drappi indaco progettati dallo studio Wolff Architects, che rallentano la visita, modificano la percezione della luce e del tempo.
La mostra si muove secondo una logica quasi musicale, coerente con il titolo scelto da Kouoh: le “chiavi minori” diventano un modo di abitare il presente attraverso intensità sotterranee e frequenze basse, lontane dalla retorica spettacolare dell’arte globale. Insomma, In Minor Keys costruisce relazioni: le opere dialogano per affinità intuitive, genealogie diasporiche, memorie condivise e tensioni spirituali, intrecciando pratiche provenienti da Dakar, Beirut, Salvador, San Juan o Johannesburg senza trasformare la geografia in un dispositivo identitario.



Uno dei nuclei più forti dell’esposizione è quello dedicato alla “processione”, concetto che Kouoh riprendeva dalle culture carnevalesche afro-atlantiche e che qui assume una dimensione insieme politica e sensoriale. Il pubblico viene infatti trascinato dentro un flusso collettivo fatto di corpi, suoni, immagini e ritualità: in questa sospensione delle gerarchie si inseriscono pratiche che riscrivono archivi coloniali, destabilizzano narrazioni dominanti e riattivano memorie sommerse attraverso linguaggi trans-storici e speculativi.
Al tempo stesso, la mostra introduce una dimensione rara nel sistema delle grandi biennali contemporanee: quella del riposo. Cortili, oasi multisensoriali, spazi di contemplazione e ambienti immersivi interrompono deliberatamente il sovraccarico visivo tipico delle esposizioni globali, sottraendo la mostra all’economia della performance permanente e aprendo invece a una temporalità meditativa. È qui che In Minor Keys trova una delle sue posture più radicali: nel rifiuto dell’urgenza come linguaggio dominante.



A emergere con forza è soprattutto il metodo curatoriale di Kouoh, costruito sul dialogo e sulla dimensione collettiva. Dopo la sua scomparsa, il team composto da Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira, Rasha Salti, Siddhartha Mitter e Rory Tsapayi ha portato avanti il progetto mantenendone intatta la struttura concettuale. Il risultato non è una mostra postuma: quella dell’Arsenale è un’esposizione attraversata dalla presenza della curatrice, dal suo pensiero e dalla sua idea di arte come pratica relazionale.


