Atchugarry torna a Roma: alla GNAMC la scultura si fa luce e ascesa

Una grande retrospettiva al museo romano ripercorre oltre trent’anni di ricerca dello scultore uruguaiano che ha fatto del marmo di Carrara il suo materiale d'elezione

Pablo Atchugarry, Scolpire la Luce
dal 19 maggio al 21 giugno 2026
Opening: 18 maggio 2026 (solo su invito)
Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea – viale delle Belle Arti, 131, Roma

A distanza di anni dalle sue più significative apparizioni italiane, Pablo Atchugarry torna a Roma con una mostra che ne riafferma la centralità nel panorama della scultura contemporanea. La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea accoglie Scolpire la Luce, a cura di Gabriele Simongini, un progetto espositivo che attraversa oltre tre decenni di lavoro, restituendo la coerenza e l’evoluzione di una pratica fondata sul dialogo radicale tra mano e materia.

Nato a Montevideo ma profondamente legato all’Italia, Atchugarry incarna una continuità con la grande tradizione plastica occidentale, quella che Michelangelo sintetizzava nella celebre idea del “levare”. Il marmo, in particolare lo statuario di Carrara, diventa per l’artista non solo materiale d’elezione, ma interlocutore privilegiato di un processo che si configura come esperienza insieme fisica e interiore. Scolpire, per Atchugarry, significa interrogare la forma fino a sfiorarne il limite spirituale: un atto che si avvicina alla preghiera, alla tensione verso un altrove non definibile.

Le opere in mostra rivelano una grammatica formale riconoscibile e al tempo stesso in continua metamorfosi. Le superfici si aprono in fenditure ritmate, la massa si alleggerisce, la verticalità diventa impulso ascensionale. Le sculture evocano presenze archetipiche — alberi, fiamme, colonne, panneggi — senza mai cedere alla rappresentazione diretta. Piuttosto, suggeriscono, alludono, accompagnano lo sguardo verso l’alto, attivando una dimensione contemplativa che coinvolge il corpo e la percezione.

Come osserva la direttrice della GNAMC, Renata Cristina Mazzantini, il lavoro di Atchugarry sembra operare una trasformazione interna alla materia: il marmo, pur nella sua durezza, si anima di un ritmo di luci e ombre che ne dissolve la compattezza. Ne emerge una qualità ambigua e affascinante, in cui rigore strutturale e leggerezza visiva convivono, generando una sorta di eleganza trattenuta, mai decorativa. A questa lettura si affianca quella del curatore Simongini, che individua nelle sculture una spinta dinamica latente, una tensione che sembra proiettarle oltre se stesse, come organismi pronti a espandersi nello spazio.

La mostra riunisce circa cinquanta opere, articolando un percorso che include, accanto ai celebri marmi, lavori in legno — spesso ricavati da ulivi secolari —, alabastro, bronzo smaltato e acciaio. Ogni materiale apre a una diversa possibilità espressiva: dalla dimensione organica e quasi intima dei tronchi scolpiti alla forza aerodinamica dei bronzi, fino alle grandi strutture in acciaio che instaurano un dialogo diretto con l’ambiente, la luce e l’aria.

Particolarmente significativo è l’inserimento di alcune sculture all’interno della collezione permanente del museo. Qui, il lavoro di Atchugarry entra in risonanza con figure cruciali del Novecento come Jean Arp, Lucio Fontana, Alberto Giacometti e Henry Moore, dando vita a un confronto silenzioso ma incisivo. Non si tratta di semplici accostamenti, ma di una riflessione implicita sulla continuità della ricerca plastica, sulla possibilità che la tradizione resti uno spazio vivo, attraversabile, capace di generare nuove relazioni. A suggellare questo dialogo con l’istituzione, l’artista ha donato alla GNAMC Splendore (2026), un’imponente scultura in marmo di Carrara realizzata appositamente per l’occasione.