Brian Eno a Parma e il tempo che si ascolta

Con SEED e My Light Years, l’artista britannico trasforma due luoghi simbolo della città in esperienze immersive tra suono, luce e percezione

L’immaginario sonoro e visivo di Brian Eno approda a Parma con un progetto artistico diffuso, tra i più significativi delsuo percorso creativo, in programma dal 30 aprile al 2 agosto. Il progetto assume anche una dimensione urbana. «L’idea era quella di scegliere l’arte contemporanea per valorizzare un luogo simbolico della città. Il fatto che l’arte sia funzionale aggiunge e crea significato. In questo caso, l’arte restituisce alla comunità un luogo simbolico: uno spazio silenzioso e meditativo, come un giardino segreto», spiega il curatore Alessandro Albertini.

Ai Giardini di San Paolo prende forma SEED, un’installazione sonora site-specific costruita su musica generativa. Le tracce, diffuse nello spazio, cambiano costantemente, dando vita a un ambiente sonoro in cui ogni visitatore costruisce la propria esperienza. Il paesaggio non è mai identico a se stesso: varia con il tempo, con i movimenti, con la presenza di chi lo attraversa. All’Ospedale Vecchio, negli spazi della Crociera, My Light Years raccoglie invece una selezione ampia delle opere audiovisive dell’artista. Installazioni luminose e lavori generativi si sviluppano in un contesto monumentale, dove il rapporto tra immagini, suono e architettura diventa centrale. Le opere non si presentano come sequenze finite, ma come sistemi aperti, in cui le combinazioni visive e sonore si trasformano continuamente.

«Molto spesso le persone non sono consapevoli che viviamo sommersi da un flusso continuo di messaggi. Io penso invece che l’arte debba dirti: pensa come vuoi; pensa agli uccelli che senti qui, se vuoi; pensa a stare seduto su una panchina. Voglio offrire uno spazio in cui nessuno ti dica cosa devi pensare e quando pensarlo. Creo spazi aperti e liberi, in cui poter essere se stessi.» ha affermato l’artista Brian Eno.

L’intervento di Eno si inserisce così in un percorso più ampio di riattivazione di spazi storici, trasformandoli in luoghi di esperienza e non solo di esposizione. Il pubblico non è chiamato semplicemente a osservare, ma a sostare, a muoversi, a costruire un proprio tempo all’interno dell’opera. Ne emerge un progetto che mette in discussione il modello tradizionale della mostra e propone un rapporto diverso con l’arte: meno immediato, più lento, fondato sulla durata e sulla trasformazione. Il suo lavoro infatti si fonda su un’idea precisa: l’opera non è un oggetto concluso, ma un processo in continua trasformazione. «Tutte le opere di questa mostra sono state pensate per richiedere tempo: per sostare a lungo, osservarle cambiare e tornarvi ancora. Non c’è un inizio né una fine; la numerazione non è funzionale. La mostra segue il tempo personale di chi la osserva». chiarisce il curatore.

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