Peggy Guggenheim e Londra: a Venezia la mostra sulle origini di una grande collezionista

Un’esposizione alla Collezione Peggy Guggenheim ripercorre l’esperienza londinese della mecenate tra il 1938 e il 1939, quando la galleria Guggenheim Jeune sfidò le convenzioni artistiche del tempo

La figura di Peggy Guggenheim è indissolubilmente legata a Venezia e al suo celebre palazzo affacciato sul Canal Grande, ma una parte decisiva della sua formazione come collezionista affonda le radici nella Londra di fine anni Trenta. È proprio questo capitolo, spesso trascurato, a essere al centro della mostra Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista, visitabile fino al 19 ottobre 2026 alla Collezione veneziana a lei intitolata.

Curata da Gražina Subelytė e Simon Grant, l’esposizione rappresenta il risultato di oltre sei anni di ricerche e ricostruisce i diciotto mesi in cui Guggenheim, al numero 30 di Cork Street, diede vita alla galleria Guggenheim Jeune. Un progetto ambizioso che, tra il 1938 e il 1939, si impose come spazio di rottura in un contesto culturale britannico ancora diffidente verso le avanguardie. Il percorso riunisce circa cento opere e restituisce l’atmosfera di una Londra attraversata da tensioni contrastanti: da un lato la vitalità creativa dell’arte moderna, dall’altro l’ombra imminente del conflitto mondiale. In un ambiente istituzionale spesso ostile all’astrazione e al Surrealismo, Guggenheim — sostenuta anche da figure come Marcel Duchamp e Samuel Beckett — scelse di promuovere linguaggi innovativi, convinta della loro urgenza espressiva.

L’allestimento segue con rigore le tappe di questa breve ma intensa esperienza, durante la quale la galleria organizzò ventuno mostre. Si parte dalle prime esposizioni dedicate all’astrazione e al Surrealismo, per poi attraversare eventi cruciali come le personali di Wassily Kandinsky e Jean Cocteau, fino alla controversa rassegna di scultura contemporanea che vide opere di artisti come Constantin Brancusi e Henry Moore fermate alla dogana, incapaci — secondo alcuni funzionari — di rientrare nella definizione tradizionale di arte.

Uno dei punti più originali della mostra è l’attenzione riservata a figure meno convenzionali, tra cui spicca Marie Vassilieff. Le sue creazioni, tra maschere e bambole-ritratto, testimoniano una pratica artistica capace di superare i confini tra discipline e gerarchie culturali. Non meno significativa è la sezione dedicata all’arte infantile, dove compare anche un’opera giovanile di Lucian Freud, che già lascia intravedere una sensibilità fuori dal comune.

Completano il percorso le sezioni dedicate ad artisti e realtà centrali per quella stagione, come Charles Howard, Heinz Henghes e lo Studio 17, oltre a un focus su Abstract and Concrete Art con lavori di Piet Mondrian, Sophie Taeuber-Arp e Theo van Doesburg.

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