Bernhard e Hilla Becher. L’oggettività della visione

Alla Fondazione MAST di Bologna la retrospettiva sui coniugi Becher racconta il pensiero metodologico e tipologico di due autori che hanno fatto scuola

L’Accademia di Düsseldorf li fece incontrare negli anni ’50, come studenti; sempre all’Accademia di Düsseldorf, dagli anni ’70, Bernhard e Hilla Becher, diedero vita a un insegnamento che avrebbe influenzato la storia della fotografia e avrebbe segnato le origini di autori del calibro di Andreas Gursky, Thomas Struth, Candida Höfer e Thomas Ruff, conosciuti anche, per l’appunto, come membri della “Scuola di Düsseldorf”, o più affettivamente e semplicemente, della “classe dei Becher”. Linee rigorose, chiarezza e oggettività prospettica, oltre al grande formato, sono caratteristiche che accomunano tutti questi grandi fotografi, figli di un pensiero visionario nato in Germania, da una moglie e un marito che hanno elevato la classificazione tipologica attraverso la fotografia ad arte concettuale.

Una retrospettiva, generosa e lucida, al MAST di Bologna fino al 27 settembre, omaggia il lavoro più che quarantennale dei coniugi tedeschi, con oltre 350 fotografie e molto materiale d’archivio. Bernd & Hilla Becher. History of a Method, a cura di Gabriele Conrath-Scholl, Max Becher e Urs Stahel, conduce per mano lo spettatore nella ricerca metodologica, stilistica ed estetica dei coniugi, un rigore oggettivo e tipologico nel ritrarre edifici industriali spesso in dismissione, dalla fine degli anni ’50 fino ai primi anni 2000, partendo originariamente dalla loro Germania, per poi spostarsi nel tempo, sempre con il loro immancabile furgoncino Volkswagen, nei Paesi del Benelux, in Gran Bretagna, Francia, Italia e successivamente negli Stati Uniti e in Canada.

Quando i Becher – spinti dalla storia personale di Bernd, familiarmente legato alla tradizione industriale tedesca, e dalla visione oggettiva di Hilla, che già in passato si era dedicata alla fotografia industriale documentando diverse strutture ferroviarie in Germania – si dedicarono al primo lavoro fotografico di documentazione industriale nella regione della Ruhr, nel 1959, l’industria in Europa era in rapida caduta: le fabbriche venivano chiuse, smembrate in singoli settori e rivendute a pezzi o spostate in Asia. La loro visione, quindi, andava di pare passo con la necessità di cogliere la traccia di un mondo che stava sparendo, un mondo che Bernhard aveva conosciuto fin dalla sua infanzia.

Alla base del loro lavoro soggiace un’opera, tassonomica e sistematica, di inventariato, una ricerca consapevole e mirata di quegli edifici industriali che erano prossimi all’oblio della storia, ma senza intenti romantici, senza connotare quelle forme industriali come rovine in decadimento, ma una riproduzione autentica e oggettiva. Come testimonia anche il figlio, il loro intento, originariamente l’approccio più di Hilla che di Bernd, era quello di mostrare questi edifici con il massimo della chiarezza, volendo che chi li vedeva per la prima volta capisse subito al primo sguardo. Ma dall’intenzionalità classificatoria e scientifica, i Becher hanno poi spinto la propria ricerca a una visione più artistica e concettuale che ha fatto storia, che valica il valore documentario delle loro immagini. I ritratti alle miniere, alle torri d’estrazione, alle torri idriche e torri di raffreddamento, ai gasometri, ai bunker per il carbone, agli altiforni e silos per i cereali, assumono la chiara definizione di “sculture”, o meglio come le chiamavano loro “sculture anonime”.

Talmente era evidente la carica plastica e contaminata delle loro immagini che, nel 1990, la Biennale di Venezia conferisce loro il Leone d’Oro per la scultura. La complessità del loro sguardo e del loro pensiero visivo la si riscontra nelle loro famose “griglie” tipologiche, installazioni multi immagini, che mettono a confronto più edifici con le stesse caratteristiche, ritratti, in tempi diversi, dalla stessa posizione frontale e aventi le stesse condizioni di ripresa e di luce. Questa modalità allestitiva conferisce alle immagini il potere collettivo della storia, quella industriale, architettonica, ma anche socio-politica ed economica, oltre a concettualizzare il senso compositivo della coppia come un ulteriore approfondimento simbolico e artistico dello spaccato storico raccontato dai Becher.

Oltre alle monumentali installazioni a griglia e alle “sculture anonime”, al MAST di Bologna, in esposizione, anche i paesaggi industriali che fanno comprendere l’ambientazione del loro lavoro, lo spaccato da cui nasce la loro visione. Prima di avvicinarsi in maniera prossimale ai loro mastodontici soggetti, i coniugi, infatti, facevano un’indagine approfondita e topografica del luogo, fermandosi poco prima con il loro furgoncino per avere uno sguardo che abbracciasse l’insieme e cogliesse anche il contesto industriale. Da quell’ampio sguardo, che si sarebbe poi reso più stretto e concettuale, avvicinandosi fisicamente, nascono i loro paesaggi industriali.

A Bologna, inoltre, è possibile essere spettatori del metodo di indagine visiva dei Becher, che oltre che frontalmente, vivisezionavano l’edificio in questione da più prospettive, fotografandolo anche lateralmente e da più angolazioni, restituendoci anche il movimento fisico che i coniugi compivano rispetto al loro soggetto. Ad accompagnare la parte della loro ricerca più storica e conosciuta anche un’illuminante sezione dedicata alle loro origini, ancora quando il loro sodalizio visivo non era così fortemente fuso da non distinguerne più le due identità singole.

Qui si può venire a conoscenza dell’interesse di Hilla per la macro fotografia applicata alla natura, ai liquidi, alla loro conformazione oggettiva e scientifica, e della visione avanguardistica di Bernd nella produzione di collage fotografici, di dipinti e litografie. Due animi che si completavano e che, uniti insieme, hanno dato origine a una visione sull’immaginario del XX secolo che ancora fa lezione.

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