Quella di Emilio Vedova è la parabola di un uomo che comprese precocemente che l’arte non poteva restare un esercizio contemplativo mentre il mondo crollava sotto il peso della dittatura. Così, quando la Storia chiamò alle armi, il giovane artista nato a Venezia nel 1919 e cresciuto frequentando gli ambienti antifascisti nelle periferie della città, nel 1943 non esitò a scegliere la via della montagna prendendo parte alla Guerra di liberazione nelle file della Resistenza romana e diventando il partigiano “Barabba”. Un nome che in realtà gli calzava a pennello, per via della folta barba che gli avrebbe incorniciato il volto per tutta la vita e per la fisicità che lo rendeva alto e possente accentuandone la presenza.


ph Alberto Grifi, Roma


Negli anni partigiani rimase ferito durante un rastrellamento nazifascista e riuscì a salvarsi dalla cattura solo grazie a una fuga rocambolesca che sembrava uscire da uno dei suoi futuri quadri, dove lo spazio è sempre una collisione di forze opposte. Cresciuto studiando il dinamismo drammatico di Tintoretto e Tiziano, trasferì quella forza barocca e tormentata direttamente nella lotta politica, lasciando alla pittura l’irruenza e l’orgoglio di chi il mondo lo stava salvando: questa traiettoria, tesa tra etica e segno, trova la sua consacrazione internazionale nel 1960, quando proprio la sua Venezia gli ha tributato il Gran Premio per la pittura alla Biennale. In quel periodo di clandestinità e pericolo, il maestro dell’Informale non abbandonò mai la sua vocazione, affidando ai suoi diari e alle sue carte, una resistenza fatta di immagini. «Quante frequenze più volte con la testa nei sassi, in un sempre peggio… fra un odore di fumo, di estate, di latte abbrustolito, nelle malghe vuote. Ma anche le giornate di vivide forze, di nervi e presenze più forti, di una sempre più chiara coscienza», scriveva, descrivendo una vita sospesa tra l’orrore del conflitto e la lucidità della scelta politica.

Quello che chiamava «sacco partigiano» divenne così un archivio vivente di resistenza estetica. «Lo scendere a valle, lo scontrarsi e rovesciare il calendario degli incubi. Dovrei elencare troppe cose, i rastrellamenti, le ferite, le fughe, i giorni tragici… Col mio sacco partigiano riportai una cartella di disegni, presto quasi tutta dispersa, dai quali trassi però una serie di tempere». Questi lavori, nati nel fango e nell’impellenza, erano cronache embrionali di una pittura che avrebbe rifiutato ogni ordine prestabilito. Per Vedova, il pittore non poteva restare neutrale: «Il pittore è contemporaneità, ha due occhi di lupo che guardano per odiare e amare. I simboli nel quadro sono di lotta: coltelli, furia del cavallo allucinato, braccia spezzate, urli di madre come sirene di cantiere in allarme».



La definitiva visione violenta esplose a Milano nel febbraio 1946 con il Manifesto del Realismo di pittori e scultori (Oltre Guernica), che sancì il definitivo divorzio dell’arte italiana dal fascismo e dalle sue estetiche di regime. L’impegno dell’artista non si placò con la fine delle ostilità; la sua produzione di denuncia contro il regime di Francisco Franco nei primi anni Sessanta e i suoi iconici Plurimi, strutture esplose che uscivano dalla cornice per invadere lo spazio fisico dello spettatore, furono la prosecuzione ideale della sua militanza partigiana con altri mezzi.

Ogni sua opera divenne un campo di battaglia dove il nero e il bianco si scontrano in un’eterna lotta tra oppressione e riscatto, tra la cenere del passato e la scintilla della democrazia. Vedova è morto il 25 ottobre del 2006 e ricordarlo oggi, alla vigilia del 25 aprile, significa riconoscere in lui l’incarnazione di un’arte che si fa sentinella dei diritti umani e “vigile allerta della coscienza”. La sua preziosa eredità rimane un segno profondo inciso nella carne del tempo, una lezione che parte dai fogli dispersi del suo diario partigiano per arrivare all’astrazione totale, dimostrando che il compito dell’artista non è quello di arredare il mondo, ma di restare eternamente in guardia contro le sue storture.


