Art Gender Gap, una mostra con pratiche di resistenza e riscrittura del canone

A Monte San Savino quaranta artiste attraversano il divario storico di genere nell’arte. Tra le opere in mostra, quelle di Veronica Montanino

Non è una mostra tematica, ma una presa di posizione articolata nel tempo e nelle forme: Art Gender Gap, ospitata fino all’8 maggio alla Galleria Andrea Sansovino di Monte San Savino, riunisce 51 opere di 40 artiste, mettendo in evidenza una frattura storica che non è stata solo culturale ma strutturale. Per secoli, infatti, l’accesso delle donne al sistema dell’arte è stato limitato da condizioni materiali e simboliche che ne hanno ostacolato formazione, visibilità e riconoscimento.

Il progetto curatoriale insiste su questo punto: il divario non è stato un semplice ritardo, ma un dispositivo di esclusione radicato nelle istituzioni e nei modelli di potere. In risposta, il percorso espositivo costruisce una genealogia alternativa, attraversando pratiche che hanno progressivamente scardinato gerarchie e stereotipi, fino a rendere oggi improponibile una distinzione di valore fondata sul genere.

All’interno di questa trama ampia e stratificata, il lavoro di Veronica Montanino si impone per la sua capacità di attivare lo spazio come organismo vivente. L’installazione Memorie, concepita per la cisterna rinascimentale, si presenta come un ambiente immersivo in cui scultura e architettura entrano in una relazione fluida.

Rami bianchi, apparati radicali e strutture ramificate emergono da piattaforme scure come isole sospese, costruendo un paesaggio ambiguo, sospeso tra botanico e corporeo. Le forme si slanciano verso l’alto ma al tempo stesso si torcono, evocando una tensione interna che richiama tanto la crescita vegetale quanto il movimento di un corpo. Questa ambivalenza è centrale: Montanino lavora su una soglia in cui le categorie si destabilizzano, rendendo impossibile una lettura univoca.

L’acqua della cisterna introduce un elemento decisivo. Il movimento continuo, quasi impercettibile, genera una vibrazione costante delle sculture, che sembrano respirare nello spazio. Non si tratta di un’interazione conflittuale con l’architettura storica, ma di una interferenza sottile che ne altera la percezione: la centralità prospettica rinascimentale si dissolve in favore di un campo dinamico, policentrico, in cui lo sguardo è costretto a ridefinire continuamente i propri punti di riferimento.

Nel complesso, Art Gender Gap costruisce un percorso articolato che intreccia figure storiche e pratiche contemporanee, restituendo una mappa non lineare dell’esperienza artistica femminile. Dalle sperimentazioni ambientali di Carla Accardi alle tensioni ottiche e cromatiche di Sonia Delaunay, fino ai cortocircuiti simbolici di Meret Oppenheim, la mostra evidenzia come ogni ricerca abbia inciso su un sistema di regole implicite.

Le opere di Mona Hatoum e Tracey Emin portano il privato sul piano politico, mentre Pipilotti Rist e Sophie Calle lavorano sulla narrazione e sulla percezione, ampliando il campo dell’esperienza. Ancora, ORLAN e Kiki Smith interrogano il corpo come costruzione culturale, mentre Maria Lai introduce una dimensione relazionale e comunitaria. Accanto a queste presenze, il dialogo si estende a figure come Louise Bourgeois, Chiharu Shiota, Marlene Dumas, Candida Höfer e Vanessa Beecroft, fino alle voci italiane contemporanee – da Luisa Rabbia a Paola Pezzi, da Letizia Battaglia a Monica Mazzone – componendo un insieme eterogeneo che non cerca sintesi, ma evidenzia la pluralità dei linguaggi e delle posizioni.

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