The World is Sleepwalking: arte e AI nella deriva della post-realtà

Alla Filodrammatica Gallery di Rijeka, un progetto curato da Re:humanism e dalla curatrice Daniela Cotimbo indaga l’immaginario algoritmico contemporaneo tra allucinazione, controllo e produzione sintetica del reale

Negli ultimi anni, più che di crisi della rappresentazione, si potrebbe parlare di saturazione della percezione. Non tanto perché le immagini mentono, lo hanno sempre fatto, ma perché arrivano prima di qualsiasi possibilità di verifica, sedimentandosi come esperienza immediata. In questo slittamento, dove il riconoscimento precede il giudizio, si gioca una parte significativa dell’immaginario contemporaneo. The World is Sleepwalking, progetto espositivo e discorsivo ospitato alla Filodrammatica Gallery di Rijeka nell’ambito del festival MINE, YOURS, OURS, prende avvio da questa riflessione. Curato da Re:humanism e promosso da Drugo more, il programma — che affianca mostra e public talks — lavora su una condizione sempre più ricorrente: quella di una realtà vissuta come trance algoritmica, sospesa tra veglia e simulazione.

Il punto non è tanto denunciare l’intelligenza artificiale come tecnologia, quanto riconoscerne il ruolo strutturale nella produzione culturale. I modelli generativi, addestrati su archivi vastissimi e ridondanti, non si limitano a imitare il reale: ne amplificano le ricorrenze, producendo un’estetica in cui alta definizione e cliché convivono senza attrito. È qui che si inserisce una delle questioni implicite della mostra: se le mitologie contemporanee emergono da processi algoritmici estrattivi, chi ne detiene davvero l’autorialità? Le opere in mostra rispondono evitando soluzioni illustrative. La trilogia The Future Is Weird AF di Silvia Dal Dosso costruisce una forma di cronaca deformata, dove il presente appare già come archivio ricombinato: un paesaggio narrativo in cui la voce sintetica (ispirata ad Adam Curtis) attraversa scenari saturi di iper-realtà mediale, abitati da influencer virtuali, celebrità postume, relazioni uomo-macchina.

Con The Bastard Field, il collettivo Most Dismal Swamp spinge invece questa logica verso una dimensione ambientale: un ecosistema visivo instabile, dove l’eccesso digitale si traduce in paesaggio e la psiche sembra adattarsi alla stessa grammatica della generazione automatica. Non c’è opposizione tra naturale e artificiale, ma una zona intermedia in cui entrambi collassano.

Più esplicitamente ideologico è il lavoro di Zach BlasIUDICIUM, che legge l’intelligenza artificiale attraverso un immaginario apocalittico e quasi teologico. Richiamando tanto il Giudizio Universale quanto l’estetica della cultura horror, Blas intercetta le derive messianiche della Silicon Valley, mostrando come la promessa tecnologica si fondi spesso su una retorica salvifica che riduce la complessità del reale a sistema predittivo.

Il collettivo Malpractice introduce una deviazione più sottile: AI Fatigue Rehab Agent si presenta come interfaccia conversazionale, ma agisce come dispositivo critico sul burnout cognitivo prodotto dall’esposizione continua a sistemi generativi. Non una denuncia, quanto un tentativo di abitare il problema, trasformando l’overload in materiale operativo. La mostra evita sia la fascinazione che il rifiuto. Piuttosto, costruisce un campo di tensione in cui l’intelligenza artificiale appare per quello che è già diventata. Se siamo davvero in uno stato di sonnambulismo collettivo, come suggerisce il titolo, il problema non è svegliarsi, ma capire chi sta scrivendo il sogno.

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