miart, l’importante è partecipare

Durante la principale fiera milanese, segnata quest’anno dalla coesistenza con Paris Internationale e MEGA, le gallerie interrogano il senso della manifestazione oggi

Paris Internationale, MEGA, miart. Quest’anno sono per la prima volta tre gli eventi di mercato che si concentrano a Milano nel giro di pochi giorni, inquadrati in una densissima Art Week. Un dato che fa della fiera un campo sospeso tra due tensioni opposte: da un lato il rafforzamento, inteso come capacità di consolidare relazioni, dall’altro il rischio di saturazione di un comparto che vede le piccole gallerie tentare di resistere a un sistema corporate. Insomma, se la densità può trasformarsi in energia condivisa, capace di rendere la città un polo magnetico per il collezionismo internazionale, resta aperta la domanda su quanto questo equilibrio sia sostenibile. Ne abbiamo parlato con alcune gallerie presenti a miart, che ci hanno spiegato perché oggi vale la pena partecipare nonostante il rischio e l’insostenibilità dei costi.

Fiere e art week: «Sono eventi complementari»

«Di solito gli eventi di qualità arricchiscono». Così Vistamare (Pescara), pure presente a Paris Internationale oltre che a miart, si esprime sulla coesistenza di più manifestazioni. Dello stesso parere la milanese C + N Gallery CANEPANERI: «La compresenza è un vantaggio. Fiera e Art Week sono complementari e si rafforzano a vicenda: chi arriva per una finisce spesso per visitare anche l’altra. Sono elementi che dialogano bene tra loro». Un fatto, per CANEPANERI, che riguarda anche lo svolgersi di tre manifestazioni contempornaeamente: «Si crea un circuito che tende a rafforzarsi. A volte si è più stimolati a vedere più cose piuttosto che una sola: è un dato di fatto».

Sulla questione abbiamo sentito anche IPERCUBO (Milano), che ha sottolineato come tutto dipenda dalla qualità delle proposte. «In questo periodo, ad esempio, ci sono eventi come Paris Internationale, che ha appena debuttato qui, o altre iniziative nate negli ultimi anni – spiegano – un collezionista realmente interessato ha comunque la possibilità di visitarle tutte. Esistono anche diverse tipologie di collezionisti: alcuni sono più inclini a esplorare contesti alternativi rispetto alle fiere più istituzionali come miart». «È chiaro però – aggiungono – che, in molti casi, sono le fiere più piccole a beneficiare della presenza di un evento consolidato come miart, più che il contrario».

Una città, tre fiere: «Sovrapposizione negativa»

C’è chi individua un potenziale dispersivo nell’insieme di eventi che popolano le Art Week. Su questo si è espressa la Galleria Paola Verrengia (Salerno): «Non vedo una reale necessità di operazioni di questo tipo. Per quanto riguarda le fiere, la situazione di quest’anno è piuttosto insolita, tuttavia non credo che abbia danneggiato una manifestazione come miart». «Penso che non sia un bene avere troppe fiere. Milano, tra l’altro, non è una megalopoli: ha senso – si chiedono – concentrare così tante iniziative?».

Più netta la posizione della romana Ex Elettrofonica: «Avere tre fiere contemporaneamente crea una sovrapposizione negativa. Diverso è il discorso del gallery weekend: che la città si attivi intorno a una fiera è naturale e positivo, perché significa che una parte significativa del sistema contemporaneo la sostiene, rendendola più attrattiva». Diversa la prospettiva nei confronti dell’Art Week: «Dovrebbe essere un elemento attrattivo, soprattutto per il collezionismo internazionale. Quando una città si presenta con un programma ricco, diventa più interessante da visitare: si viene per la fiera, ma anche per le altre mostre e iniziative. Naturalmente non parliamo della cittadinanza locale, ma di un pubblico globale. Sta poi agli organizzatori fare in modo che questa ricchezza non penalizzi la presenza in fiera. È una sfida, ma se funziona è sicuramente positiva».

Essere in fiera: «Vale la pena partecipare»

Se la saturazione divide, il motivo stesso della partecipazione alle fiere continua invece a raccogliere un consenso più compatto. Per molte gallerie, l’evento resta innanzitutto un dispositivo di accesso: «è l’unico momento in cui possiamo esporci a collezionisti che non conosciamo» afferma CANEPANERI, sottolineando come il pubblico fieristico intercetti tanto i non frequentatori locali quanto i visitatori internazionali. Una funzione ribadita anche da Verrengia, per cui la manifestazione «rappresenta un’occasione unica per mostrare il nostro lavoro a un pubblico ampio e qualificato», soprattutto per chi, come nel caso della galleria salernitana, opera lontano dai grandi centri.

A questa dimensione si aggiunge quella relazionale e strategica: per Ipercubo «non si tratta solo della possibilità di incontrare nuovi collezionisti, ma anche di entrare in contatto con istituzioni, curatori», fino a configurare la fiera come uno spazio di «posizionamento nel mercato», dove si costruisce visibilità e riconoscibilità. Anche Ex Elettrofonica insiste su questa centralità, pur con cautela: «resta sicuramente un momento importante», sebbene «non tutte le fiere riescono ad avere lo stesso potere attrattivo».

Tra i temi, anche i costi di partecipazione: «L’impegno economico iniziale è alto e rientrare non è facile» ammette CANEPANERI, sintetizzando una condizione diffusa: la partecipazione è un investimento rischioso, il cui ritorno non è mai garantito. Eppure, nonostante la moltiplicazione delle fiere e la competizione crescente, la presenza continua a essere percepita come necessaria: «vale comunque la pena partecipare», si ribadisce, anche quando i margini sono incerti. Insomma, una sorta di passaggio obbligato, che a Milano porta le gallerie a confrontarsi con i rischi di un mondo in proliferazione.

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