Guardare come un bambino, l’esperienza estetica oltre l’interpretazione

Tra childlike gaze e mindfulness, ecco come lo sguardo infantile diventa una pratica critica nella fruizione contemporanea

Il modo in cui guardiamo, prima ancora di osservare, modula la dimensione estetica nel suo svolgimento più autentico. Nell’arte contemporanea, progressivamente organizzata attorno a strategie fenomenologiche, sceniche, contestuali, lo sguardo assume funzione strutturale. Molte opere non si configurano come meri oggetti di lettura, ma come vicende da sperimentare; il filtro ordinario tende a catalogare, riconoscere rapidamente e attenersi a criteri convenzionali, impedendo di lasciar esperire la ricchezza gnoseologica che una postura più esplorativa e ingenua potrebbe rendere manifesta. Il concetto di childlike gaze instaura dunque una prassi empatica aperta e provvisoria, volta ad accogliere indeterminatezza e contingenza.

ROSE NOLAN, Big Words – GIVE OR TAKE, 2017, Monash Uni­ver­si­ty Caulfield Library, Monash Uni­ver­si­ty Pub­lic Art Commission, Pho­to Andrew Curtis, Courtesy Anna Schwartz Gallery


È un’attitudine a scrutare intensamente, con sincera curiosità, custodendo la contesa tra avvertire e comprendere: si nutre quindi della sospensione del giudizio freudiana, che lascia emergere all’inconscio e ai ricordi mnestici un margine nel contatto con il visibile. Il quadro si converte in una superficie di significanti dove index (segno che punta a un referente) e symbol (segno tradizionale) coesistono, restituendo tensioni invisibili e memorie accumulate. John Berger asserisce: “Non rileviamo mai solo una cosa; rileviamo sempre il rapporto tra le cose e noi stessi.” Questa dialettica si palesa pienamente quando la contemplazione rimane fluida, scevra da orientamenti ermeneutici consolidati. Maurice Merleau-Ponty sottolinea che “il mondo non è ciò che penso, ma ciò che vivo”: la lente puerile trasmuta l’apprensione sinestetica come risonanza incarnata, elevando la vista a coinvolgimento.

La mindfulness rappresenta un approccio affine per leggere e vivere le forme del sentire. Secondo Kabat-Zinn ed Ellen Langer, consiste nell’accorgersi intenzionalmente nel qui ed ora, notando elementi nuovi e ampliando la capacità di connotare le cose che vediamo. Molte opere odierne esplicitano questa modalità discernente. In The Artist is Present di Marina Abramović, la durata e la permanenza costringono lo spettatore a congelare qualsivoglia esplicitazione precipua, rigenerando l’intuizione in evento cosciente, esecutivo e intersoggettivo. Installazioni immersive e ludiche di artisti come Sehgal, Eliasson e Höller causano accadimenti meditativi in cui il significato affiora dall’atto stesso di partecipare, attivando un’attenzione libera da finalità e trasformando la visione infantile in strumento operativo.

Marina Abramović, The Artist Is Present, 2010, Installation view Museum of Modern Art New York, poto Jonathan Muzikar Courtesy MoMA

Nicolas Bourriaud descrive l’arte di oggi come “stato di incontro”. Claire Bishop rammenta che la condivisione esige consapevolezza: la nitidezza osservativa calibra la densità dell’esperienza. L’infanzia teorizzata attraverso lo spazio potenziale di Donald Winnicott indica una zona intermedia tra realtà e immaginazione dove avviene la creatività; molte opere abitano questo scenario, traslando la ricezione in indagine intenzionale — in senso husserliano — la sensibilità in dinamica di gioco, l’atto motorio in espressione riflessiva.


In un’epoca di accelerazione e sovrastimolazione, la lentezza acquista valore: è un atto di ribellione contro il ritmo imposto dalla società, un gesto per preservare la profondità della percezione e della fruizione. Artisti come Rose Nolan creano opere che richiedono presenza e interesse totale. L’arte rivela un principio essenziale: la competenza percettiva è condizione per il denotativo. Come scrive Rainer Maria Rilke: “Cerca di amare le domande stesse.” In un tempo di apprezzamenti immediati, l’arte si mostra come uno dei pochi terreni in cui imparare a ammirare, trattenere il tangibile, abitare l’incertezza e scoprire possibilità inattese.