Il modo in cui guardiamo, prima ancora di osservare, modula la dimensione estetica nel suo svolgimento più autentico. Nell’arte contemporanea, progressivamente organizzata attorno a strategie fenomenologiche, sceniche, contestuali, lo sguardo assume funzione strutturale. Molte opere non si configurano come meri oggetti di lettura, ma come vicende da sperimentare; il filtro ordinario tende a catalogare, riconoscere rapidamente e attenersi a criteri convenzionali, impedendo di lasciar esperire la ricchezza gnoseologica che una postura più esplorativa e ingenua potrebbe rendere manifesta. Il concetto di childlike gaze instaura dunque una prassi empatica aperta e provvisoria, volta ad accogliere indeterminatezza e contingenza.

È un’attitudine a scrutare intensamente, con sincera curiosità, custodendo la contesa tra avvertire e comprendere: si nutre quindi della sospensione del giudizio freudiana, che lascia emergere all’inconscio e ai ricordi mnestici un margine nel contatto con il visibile. Il quadro si converte in una superficie di significanti dove index (segno che punta a un referente) e symbol (segno tradizionale) coesistono, restituendo tensioni invisibili e memorie accumulate. John Berger asserisce: “Non rileviamo mai solo una cosa; rileviamo sempre il rapporto tra le cose e noi stessi.” Questa dialettica si palesa pienamente quando la contemplazione rimane fluida, scevra da orientamenti ermeneutici consolidati. Maurice Merleau-Ponty sottolinea che “il mondo non è ciò che penso, ma ciò che vivo”: la lente puerile trasmuta l’apprensione sinestetica come risonanza incarnata, elevando la vista a coinvolgimento.
La mindfulness rappresenta un approccio affine per leggere e vivere le forme del sentire. Secondo Kabat-Zinn ed Ellen Langer, consiste nell’accorgersi intenzionalmente nel qui ed ora, notando elementi nuovi e ampliando la capacità di connotare le cose che vediamo. Molte opere odierne esplicitano questa modalità discernente. In The Artist is Present di Marina Abramović, la durata e la permanenza costringono lo spettatore a congelare qualsivoglia esplicitazione precipua, rigenerando l’intuizione in evento cosciente, esecutivo e intersoggettivo. Installazioni immersive e ludiche di artisti come Sehgal, Eliasson e Höller causano accadimenti meditativi in cui il significato affiora dall’atto stesso di partecipare, attivando un’attenzione libera da finalità e trasformando la visione infantile in strumento operativo.

Nicolas Bourriaud descrive l’arte di oggi come “stato di incontro”. Claire Bishop rammenta che la condivisione esige consapevolezza: la nitidezza osservativa calibra la densità dell’esperienza. L’infanzia teorizzata attraverso lo spazio potenziale di Donald Winnicott indica una zona intermedia tra realtà e immaginazione dove avviene la creatività; molte opere abitano questo scenario, traslando la ricezione in indagine intenzionale — in senso husserliano — la sensibilità in dinamica di gioco, l’atto motorio in espressione riflessiva.


In un’epoca di accelerazione e sovrastimolazione, la lentezza acquista valore: è un atto di ribellione contro il ritmo imposto dalla società, un gesto per preservare la profondità della percezione e della fruizione. Artisti come Rose Nolan creano opere che richiedono presenza e interesse totale. L’arte rivela un principio essenziale: la competenza percettiva è condizione per il denotativo. Come scrive Rainer Maria Rilke: “Cerca di amare le domande stesse.” In un tempo di apprezzamenti immediati, l’arte si mostra come uno dei pochi terreni in cui imparare a ammirare, trattenere il tangibile, abitare l’incertezza e scoprire possibilità inattese.


