Parte l’Asian Film Festival tra Cina e Filippine

Dall’intenso Girl di Shu Qi al noir Moonglow di Isabel Sandoval, il festival racconta il presente attraverso storie intime e cinematografie in evoluzione

È martedì 7 aprile e la luce primaverile ormai resiste piacevolmente fino alle sette di sera, ma gli spettatori in attesa a Campo dei Fiori non vedono l’ora di trovarsi nel buio della sala cinematografica: ha infatti inizio l’Asian Film Festival, che fino al 15 aprile ha luogo al Cinema Farnese di Roma. Ad aprire le danze è Floating clouds obscure the sun (2024), film non in concorso del cinese Shen Tao.

Le tenebre sono calate anche all’esterno quando prende avvio la cerimonia di apertura: Antonio Termenini, direttore artistico del festival, coglie l’occasione per ringraziare tutte le ambasciate – Filippine, Indonesia, Thailandia, Corea del Sud, Giappone e Malesia – che hanno reso possibile la 23ª edizione. Nel presentare i lungometraggi che aprono il festival Termenini ne ricorda le origini: nel 2002 infatti la manifestazione era nata proprio come Taiwan Film Festival. Il ruolo preminente della cinematografia cinese nella genesi dell’evento è celebrato attraverso le proiezioni della prima giornata, in particolare con il film in concorso di Shu Qi, Girl (2026).

L’esordio alla regia di Shu Qi

La taiwanese Shu Qi, attrice e modella di fama mondiale nel panorama cinematografico, viene celebrata con un breve montaggio che ripercorre i suoi ruoli più inconfondibili: segue la proiezione della sua prima composizione registica, intitolata Girl.

Il film, premiato come miglior regia al 30° festival di Busan, esplora l’universo intimo di un’indigente famiglia cinese attraverso gli occhi di due personaggi in particolare: la bambina Hsiao-lee, schiacciata dalle pressioni della spinosa situazione domestica, e sua madre, vittima a sua volta di una società caratterizzata da sfruttamento lavorativo e controllo patriarcale. Tra la rabbia della moglie e l’alcolismo del padre, il film si carica fin da subito di una forte tensione emotiva che esplode grazie a un mirato utilizzo delle scene – ad esempio, un docile ragno osservato da Hsiao-lee a inizio film, diventa un crudele cacciatore nelle sequenze finali. Nonostante lo sguardo principale sia diviso tra due figure femminili, il titolo è posto al singolare, facendosi rappresentante di una condizione femminile univoca che intercorre generazioni diverse, da madre a figlia.

Focus sulle Filippine: Moonglow

Un percorso di formazione in piena evoluzione è anche al centro del film Moonglow (2025) di Isabel Sandoval. Per la prima volta nella storia del festival, una giornata è dedicata interamente alla cinematografia filippina: la nuova collaborazione è suggellata dalla presenza dal vivo di Isabel Sandoval – attrice, regista e sceneggiatrice originaria di Cebu City – che introduce al pubblico il suo ultimo film, un coinvolgente noir che si sviluppa con l’affascinante sinuosità del fumo di una sigaretta nell’aria.

La storia si svolge negli anni ’70 a Manila, capitale delle Filippine, dove una detective è divisa tra la propria morale e un insistente passato che riaffiora quando deve lavorare al fianco di un vecchio partner. Amore, politica ed etica professionale si intrecciano nel lungometraggio: ce lo racconta proprio Isabel Sandoval, che in occasione della proiezione ha risposto ad alcune domande dei giornalisti e di Termenini. L’intervista, svoltasi in inglese, è riportata in italiano. 

Qual è il suo rapporto con la cinematografia italiana?
È stata davvero molto importante negli anni della mia formazione, specialmente i film di Fellini con sua moglie Giulietta Masina, come Le Notti di Cabiria e La Strada. Sono stati fondamentali per lo sviluppo della mia sensibilità drammatica: l’umanità che emerge in personaggi visti come outsiders, fatti oggetto di ridicolo ed esclusione da parte della società, li rende speciali e credibili. Faccio tesoro di questo senso di compassione presente nei film di Fellini.

Il film ha l’atmosfera onirica di un’opera di Wong Kar-wai, mentre sono molte le persone che vi hanno visto delle somiglianze con Secret Agent (2025) del brasiliano Kleber Mendonça Filho. Cosa pensa a riguardo?
Sono cresciuta guardando i film di Wong Kar-wai, è stato davvero formativo per la mia cinefilia. Ma sento che la sua influenza è stata così profonda che è diventata un tutt’uno con il mio DNA, così ora questa influenza emerge inconsciamente. Per quanto riguarda Secret Agent, entrambi i film hanno a che fare con le ramificazioni politiche che possono scaturire da una storia, anche se il messaggio in Secret Agent è più propriamente politico che in Moonglow: sono atmosfere cinematiche diverse, il primo è un thriller politico mentre il mio film è un melodramma romantico visto attraverso il noir.

Perché ha scelto di ambientare il film proprio negli anni ’70?
I miei film sono sempre situati in specifici momenti storici, e in effetti si svolge sotto la dittatura di Marcus. Questo è il mio secondo film ambientato in quegli anni: il primo, Aparisyon (2012), parlava di cattolici durante la legge marziale e ho voluto rivisitare questo momento nella storia filippina, ma con un approccio formale diverso. 

Come riesce a conciliare diversi generi, culture e influenze nel film?
Nei miei primi film sono stata fedele a un realismo sociale, in questo invece è la prima volta che porto un’idea di cinema come artificio. In superficie tutte le premesse lo fanno sembrare un noir, un crime drama: ma non ha un genere preciso, è una meditazione sul crescere e sull’invecchiare. Parla di persone che da giovani erano idealiste ma che poi si ritrovano in un sistema corrotto, molto diverso da quello che si era immaginato e per cui si era combattuto, dando vita a una forte disillusione. Di proposito ho voluto rielaborare una classica atmosfera hollywoodiana, perché attraverso questi generi, e in quel periodo, l’America divenne una superpotenza globale e Hollywood era il suo principale motore, una fabbrica di miti e sogni. Quello che è più importante in questo film è porsi invece agli estremi dello schermo, per scoprire quanto questi limiti possano essere superati.