Al via, a Torino, il 9 aprile, la terza edizione del festival EXPOSED, con il tema “Mettersi a nudo”, sotto la guida esperta di Walter Guadagnini, nuovo faro della manifestazione torinese. Se non fosse che, dopo nemmeno un mese, il 30 aprile prende avvio anche la XXI edizione di un altro festival fotografico molto importante nello scenario della fotografia italiana, FOTOGRAFIA EUROPEA, che quest’anno segue lo specifico focus “Fantasmi del quotidiano”. Cosa accomuna le due kermesse, oltre alla fotografia ovviamente? Walter Guadagnini, direttore artistico della prima e co-curatore della seconda, insieme a Tim Clark, Arianna Catania e Luce Lebart. L’abbiamo intervistato per approfondire la progettualità e la storia dei due festival e per farci raccontare anche altri passaggi importanti della sua carriera.
La fine del 2025 è stato un momento concitato per la sua carriera: si è concluso il suo mandato come direttore di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, ma è stato anche nominato nuovo direttore del festival EXPOSED di Torino. Come si è verificato questo cambiamento?
Partiamo da un dato professional-biografico: sia come Direttore della Galleria Civica di Modena, sia come Presidente della Commissione Scientifica del progetto “UniCredit e l’Arte”, sono rimasto in carica per dieci anni. A mio avviso, e per il mio carattere, è il tempo giusto e necessario per creare una progettualità definitiva e riconoscibile, senza annoiarsi e senza annoiare. Sono arrivato a CAMERA nel 2016, quindi più o meno il tempo è quello. Penso che per dare corpo a questa progettualità serva freschezza di idee e di sguardo, che probabilmente dopo dieci anni, fisiologicamente, diminuisce. La stessa Istituzione, dopo un lasso di tempo così ampio, ha bisogno di un rinnovamento. Insomma, era semplicemente il momento giusto per farlo, concludendo nel migliore dei modi la mia esperienza come direttore di CAMERA con due mostre emblematiche come Henri Cartier-Bresson e l’Italia nella sede di Torino e come quella di Letizia Battaglia che abbiamo prodotto con il Jeu de Paume e portato con grande successo ad Arles, in occasione dell’ultima edizione del festival Les Rencontres d’Arles.

Come mission del suo lavoro come direttore, mi parlava di “progettualità riconoscibile”. Qual è l’identità che è riuscito a trasferire a CAMERA?
CAMERA è riconosciuta come spazio espositivo di grandi mostre storiche, realizzate con rigore scientifico e ricerca di materiali d’archivio inediti; ma a parte questo lavoro maggiormente visibile, c’è stato un impegno quotidiano di diffusione della cultura fotografica, un lavoro constante sull’accessibilità, che ha avuto il suo apice nella progettazione di uno spazio dedicato alla storia della fotografia accessibile a tutti (compreso un percorso per visitatori non vedenti o ipovedenti) e una ricerca continuativa sui giovani fotografi (ci tengo a ricordare, a riguardo, la partecipazione alla piattaforma europea FUTURES Photography, che sarà protagonista anche ad EXPOSED) o su figure meno note al grande pubblico. Durante la mia direzione ho voluto coniugare l’appetibilità della proposta espositiva con la continuità della ricerca, cercando di inserire CAMERA in un circuito internazionale.
Pensa che, a EXPOSED, ci siano le premesse per mantenere fede alla sua idea di direzione decennale?
Diciamo che per una questione anagrafica la vedo dura [ride N.d.R.], ma sicuramente farò in modo di lavorare al massimo per mantenere fede alla mia idea di progettualità. Per il festival ho lavorato portando avanti un’identità non dissimile da quella elaborata a CAMERA, con cui ho continuato a dialogare in virtù del suo ruolo di organizzatore di EXPOSED. Ovviamente ci sono anche delle enormi differenze, a partire dal fatto che il festival è un evento concentrato in due mesi. Vorrei che, nel tempo, fosse considerato un momento nel quale non solo si possano vedere delle mostre, ma dove potersi incontrare, un luogo del confronto, che può avvenire sia in una conferenza che al tavolo di un bar.

Mi pare che, se le intenzioni sono queste, Torino sia la città perfetta per attuarle, visto l’espansione capillare che ha avuto negli ultimi anni nel panorama fotografico…
Certo, nell’ultimo decennio Torino è diventata un punto di riferimento per la fotografia e per i suoi appassionati, con CAMERA e Gallerie d’Italia che fungono da fondamenta culturali e istituzionali. Ma altrettanto importanti sono o possono diventare un festival come EXPOSED o una fiera come The Phair, per non parlare della vivacità delle istituzioni museali e degli spazi indipendenti, degli editori, sia quelli più storici come Allemandi, ma anche le “giovani” realtà come Witty Books di Tommaso Parrillo, che anno dopo anno acquista autorevolezza anche sul piano internazionale. La consapevolezza che in città ci siano queste condizioni mi ha fatto accettare la direzione del festival con molto entusiasmo e altrettanto ottimismo.
La precedente direzione di EXPOSED, con Salvatore Vitale e Menno Liauw, aveva focalizzato il festival su un’idea contaminata di fotografia, più afferente all’arte contemporanea che alla sua accezione di documento. Per la programmazione di quest’anno ha avuto un approccio di continuità o di discontinuità con loro?
Per quanto riguarda la struttura logistica penso che quest’anno EXPOSED sarà meno dispersivo all’interno della città. Come dicevo prima, vorrei che Torino diventasse un luogo di incontro attorno alla fotografia e per farlo le sedi delle mostre è bene che siano per la maggior parte raggiungibili facilmente e in un tempo breve. Quindi, per riassumere a grandi linee, lo spazio di attività primario, che abbiamo voluto definire “il miglio della fotografia”, riguarda il perimetro che da CAMERA va, da una parte a Gallerie d’Italia e, dall’altra, all’Archivio di Stato. Inoltre, molte esposizioni sono anche outdoor, per vivere il festival anche in una dimensione “di strada”. Per quanto riguarda invece le scelte espositive, il festival si rifà maggiormente a un’idea classica della fotografia, più legata alla tradizione. Ovviamente poi tutto è declinato secondo diversi sguardi e interpretazioni, ricollegando la fotografia storica e d’archivio a quella contemporanea. È la fotografia stessa a “mettersi a nudo”, come recita il titolo di questa edizione. Tra le mostre, mi piace ricordare quelle di Toni Thorimbert nella Project Room di Camera e di Bernard Plossu al Museo Regionale di Scienze Naturali, ma anche quella di Yorgos Lanthimos, che ricollega la fotografia al cinema, nella Cripta di San Michele Arcangelo; poi Paola Agosti, con uno sguardo sulla nascita del movimento femminista italiano, al Museo del Risorgimento, Ralph Gibson all’Archivio di Stato e Diana Markosian alle Gallerie d’Italia. Per non parlare delle esposizioni outdoor, come il confronto tra la Contessa di Castiglione e Karla Hiraldo Voleau sotto il Portico di Palazzo Carignano, o gli “Acrobati” di Paolo Ventura lungo i portici di Piazza San Carlo, e mi piace citare i 26 billboard dislocati in giro per la città, anche in periferia, gigantesche immagini d’acqua che sorprenderanno torinesi e ospiti per due mesi.

© Toni Thorimbert
Janice Ragain, Los Angeles, 1988

© Yorgos Lanthimos
Poor Things 01_100, courtesy Yorgos Lanthimos studio
Dal 2018 al 2020 è stato direttore artistico unico di FOTOGRAFIA EUROPEA, precedentemente aveva condiviso il ruolo con Elio Grazioli e Diane Dufour e successivamente con Tim Clark, Luce Lebart e da quest’anno anche con Arianna Catania. Quale apporto ha dato alla visione del festival la collaborazione con altri curatori ed esperti?
Personalmente, trovo molto divertente e stimolante lavorare in team. Confrontandomi con i colleghi sia sulla fotografia che sulla visione del festival mi sono sicuramente arricchito. Inoltre, la collaborazione con Diane, Tim e Luce ha segnato una svolta per FOTOGRAFIA EUROPEA, una nuova dimensione internazionale, sia attraverso l’autorevolezza del loro nome, sia attraverso le proposte degli autori invitati a esporre. Non a caso, credo, nel 2022, a coronamento del nostro impegno e della nostra ricerca, FOTOGRAFIA EUROPEA ha ottenuto il Lucie Award come miglior festival fotografico dell’anno.
Lavorando da così tanti anni alla programmazione di FOTOGRAFIA EUROPEA, come le sembra che sia evoluta l’identità del festival?
La forza del festival sta anche, al di là della sua vena internazionale, nell’aver sempre mantenuto salde le sue radici nel territorio, attraverso il lavoro del Comune e di Palazzo Magnani. Il programma off di FOTOGRAFIA EUROPEA ne è un esempio. Gli abitanti di Reggio Emilia hanno sempre sentito la manifestazione come parte della loro identità e penso si tratti di un elemento fondamentale, che fa parte ormai della natura stessa del festival. Dal punto di vista della programmazione, come dicevo prima, FOTOGRAFIA EUROPEA ha, nel tempo, ampliato la sua dimensione di ricerca e di internazionalità. Inoltre, penso che le tematiche del festival abbiano sempre favorito la presentazione di immagini diverse, unite da una visione fortemente contemporanea.

© Bernard Plossu
Ile de Levanzo, 1988
A FOTOGRAFIA EUROPEA c’è sempre stato un forte dialogo tra la fotografia contemporanea e quella storica, specificatamente concretizzata nell’esposizione di un grande fotografo di fama internazionale. Lo scorso anno, ad esempio, c’era Daido Moriyama, negli anni precedenti Mary Ellen Mark o Susan Meiselas. Quest’anno questo tipo di esposizione non c’è. Perché?
L’assenza, in occasione di questa edizione di FOTOGRAFIA EUROPEA, della mostra della figura di fama internazionale dipende da una consapevole decisione di promuovere la fotografia portando in città, almeno una volta l’anno, una grande esposizione di un fotografo storicizzato, al di fuori del programma di FOTOGRAFIA EUROPEA. Quest’anno, infatti, da ottobre 2025 a febbraio 2026, i Chiostri di San Pietro hanno ospitato la mostra Margaret Bourke-White. L’opera 1930-1960, curata da Monica Poggi e realizzata proprio in collaborazione con CAMERA. Per mantenere, comunque, una parte storica in dialogo con la fotografia contemporanea, curerò una mostra a Palazzo Scaruffi, dal titolo 200×200. Due secoli di fotografia e società: una rassegna, spero anche divertente, che accompagna i duecento anni della fotografia. Non vuole essere la classica rassegna dei veri o presunti capolavori fotografici realizzati in due secoli, ma vuole invece mostrare come la fotografia abbia permeato questi duecento anni con il suo linguaggio, la sua tecnica e la sua stessa natura. 200×200. Due secoli di fotografia e società sarà puntellata dalle tappe importanti e più visibili del rapporto che la fotografia ha instaurato con la società, con le altre arti, con il mondo della comunicazione, con il mondo dello spettacolo o il mondo della scienza. Un viaggio nelle tante storie scritte dalle e con le fotografie, che sono molto più interessanti della storia della fotografia.


Archivio del Progetto Apollo
EXPOSED – III EDIZIONE
Mettersi a nudo
dal 9 aprile al 2 giugno 2026
sedi espositive: varie
www.exposed.to.it
FOTOGRAFIA EUROPEA 2026 – XXI EDIZIONE
Fantasmi del quotidiano
a cura di Walter Guadagnini, Arianna Catania, Tim Clark e Luce Lebart
dal 30 aprile al 14 giugno 2026
sedi espositive: Chiostri di San Pietro, Palazzo da Mosto, Palazzo dei Musei, Palazzo Scaruffi, Chiesa di San Carlo e gli spazi del Circuito OFF
www.fotografiaeuropea.it


