miart 2026, nuove traiettorie per una fiera in trasformazione

Il direttore artistico Nicola Ricciardi descrive un'edizione che guarda al jazz e rilancia il ruolo della fiera come spazio di relazioni, memoria e futuro

Nel panorama delle fiere d’arte contemporanea, miart continua a distinguersi per la capacità di ripensare sé stessa senza perdere il proprio asse identitario. L’edizione 2026, significativamente intitolata New Directions: miart but different, si muove, non a caso, proprio in questa direzione: un invito a esperire il progetto, ci anticipa il direttore artistico Nicola Ricciardi, «come un percorso tra diversi modi di intendere la sperimentazione, il tempo, e il dialogo fra linguaggi». A partire dal riferimento al jazz di John Coltrane, chiave di lettura di quest’anno, la kermesse milanese in programma dal 17 al 19 aprile e recentemente trasferita nella South Wing di Allianz MiCo, matura attorno a idee di ascolto, trasformazione e libertà strutturata. Ne emerge così una manifestazione ambiziosa in uno dei contesti più dinamici da cui osservare i cambiamenti in atto nel sistema dell’arte contemporanea, che da anni si conferma straordinaria nel mettere in dialogo generazioni diverse, insistendo nel voler restituire al visitatore un’esperienza stratificata, fatta di attraversamenti, risonanze e scoperte non sempre così scontate.

Il titolo di questa edizione, New Directions, rende omaggio all’omonima raccolta di John Coltrane, nel centenario della nascita del musicista. In che modo l’idea di improvvisazione, ricerca e apertura a nuove traiettorie ha influenzato il concept curatoriale di miart 2026?

New Directions è per noi molto più di un titolo, è un metodo. Il riferimento a Coltrane ci interessava non soltanto in quanto omaggio a lui e a Miles Davis nel centenario dalla loro nascita, ma anche e soprattutto perché racchiude tre qualità che sentiamo profondamente vicine all’identità di miart: l’ascolto, la sfida e la capacità di trasformare una struttura in uno spazio aperto alla possibilità. Nel costruire miart 2026 abbiamo infatti cercato di mantenere una struttura chiara e leggibile, ma allo stesso tempo abbiamo lavorato perché quella struttura non fosse troppo rigida, ma capace di accogliere deviazioni e novità. Come nel jazz, l’idea di improvvisazione, in questo senso, non coincide con l’assenza di forma, ma celebra piuttosto la possibilità di generare incontri inattesi, di mettere in dialogo modernità e contemporaneo, ricerca emergente e posizioni già storicizzate, medium e linguaggi che appartengono a tempi o contesti diversi. Anche la nuova configurazione della fiera va in questa direzione, con un percorso più fluido, articolato su tre livelli, pensato per dare un ritmo nuovo e una nuova intensità.

Se un visitatore volesse attraversare miart seguendo il filo delle “nuove direzioni” suggerite dal tema di quest’anno, quali stand o progetti non dovrebbe assolutamente perdere?

Io suggerirei innanzitutto di non pensare la visita come una sequenza di stand ma come un percorso tra diversi modi di intendere la sperimentazione, il tempo, e il dialogo fra linguaggi. Partirei, come da tradizione, da Emergent, che quest’anno si amplia ulteriormente. È una sezione fondamentale perché restituisce quella dimensione di rischio e di ricerca che una fiera deve saper difendere. Poi inviterei a salire al secondo piano per esplorare Established Anthology, che è una delle novità più importanti di questa edizione. È qui che le celebrazioni per la trentesima edizione di miart si manifestano in modo più esplicito, attraverso progetti che riflettono sulla temporalità, sulla memoria, sulla metamorfosi, sulla ciclicità, sull’attesa e sull’immaginazione del futuro. Infine, segnalerei Movements, il progetto speciale dedicato all’immagine in movimento nato in collaborazione con il St. Moritz Art Film Festival. È un tassello molto coerente con il tema curatoriale, perché introduce in fiera una riflessione sul ritmo, sulla durata, sulla risonanza tra suono e immagine.

La nuova sezione Established Anthology sembra voler costruire un dialogo più articolato con la storia dell’arte. Che tipo di narrazione volete proporre attraverso questi progetti?

Con Established Anthology volevamo proporre una diversa modalità di leggere la storia dell’arte dentro la fiera. Non una storia lineare né una successione cronologica di maestri e discendenti, ma piuttosto un racconto fatto di ritorni, fratture, anticipazioni, permanenze e slittamenti. La narrazione che ci interessa è quella di un tempo complesso, stratificato, in cui il moderno e il contemporaneo non si limitano a convivere ma si interrogano a vicenda. Questa metasezione, come detto, è anche un modo per celebrare i trent’anni di questa bellissima progettualità voluta e sostenuta da Fiera Milano, non guardando al passato in chiave commemorativa, ma attivandolo come strumento critico per leggere il presente. Mi sembra importante che una fiera come miart continui a rivendicare questa specificità, che continui a essere un luogo in cui il contemporaneo non viene isolato in un eterno presente, ma messo in relazione con genealogie, ritorni e anticipazioni.

Il trasferimento nella South Wing di Allianz MiCo segna una nuova fase per miart. Quali esigenze, logistiche, curatoriali o strategiche, hanno portato a questa scelta?

Il trasferimento nella South Wing di Allianz MiCo nasce dall’incontro tra esigenze pratiche e una precisa visione curatoriale e strategica. Con il suo sviluppo su tre livelli e con la sua relazione diretta con il parco e l’area di CityLife, il nuovo padiglione ci è sembrato da subito una sede capace di accompagnare una nuova fase di miart. È uno spazio contemporaneo, più dinamico, che ci permette di articolare le sezioni, di valorizzare i progetti curatoriali e di costruire un percorso meno dispersivo e più intenzionale. In questo senso, il cambio di sede è anche un gesto simbolico. C’era la volontà di presentarsi con un’identità rinnovata, non per rottura rispetto alla propria storia, ma per continuità evolutiva. La South Wing rappresenta proprio questo: una nuova cornice che ci consente di rendere più evidente la vocazione della fiera a tenere insieme consolidamento e sperimentazione, memoria e futuro.

Le fiere sono spesso accusate di standardizzare l’esperienza dell’arte contemporanea. Quali strategie può adottare una fiera come miart per evitare questa omologazione e mantenere uno spazio di scoperta reale?

Ogni fiera corre il rischio di diventare un dispositivo troppo prevedibile, dove il formato commerciale finisce per appiattire la complessità delle opere e delle ricerche. La sfida, allora, non è negare questa tensione, ma lavorare perché la fiera resti uno spazio di intensità culturale oltre che di incontro professionale. Per farlo, credo siano decisive alcune strategie. La prima è investire nella qualità curatoriale del format, cioè costruire sezioni che non siano semplici tassonomie di mercato ma veri dispositivi di lettura. La seconda è far sì che la stessa vena curatoriale esca dal padiglione e contamini le istituzioni della città, offrendo al visitatore che giunge a Milano per la fiera un’esperienza coerente e corale. La terza è favorire dialoghi reali tra epoche, linguaggi e generazioni di artisti, perché spesso la scoperta nasce proprio da un accostamento inatteso, e miart in questo si è sempre voluta distinguere dalle altre realtà nazionali – proprio con l’obiettivo di interrompere l’uniformità dello sguardo e restituire al visitatore un’esperienza fatta di soglie, deviazioni e sorprese.

Negli ultimi anni le giovani gallerie stanno affrontando sfide sempre più complesse. Che ruolo può avere miart nel sostenere queste realtà?

Le giovani gallerie oggi si muovono in un contesto molto impegnativo, caratterizzato da costi crescenti, maggiore competizione internazionale, tempi di consolidamento più lenti, e la necessità di sostenere ricerche artistiche spesso ancora instabili dal punto di vista del mercato. In questo scenario, una fiera non può risolvere tutto, ma può certamente creare condizioni più favorevoli. Per miart il sostegno passa innanzitutto dal riconoscere che sono un elemento strutturale dell’ecosistema, non una presenza accessoria. Emergent, soprattutto negli ultimi anni, non è una sezione laterale ma il vero e proprio punto di accesso – simbolico e logistico – della fiera. Fare il giusto scouting (grazie all’imprescindibile lavoro della curatrice Attilia Fattori Franchini), ampliare di anno in anno il numero di gallerie, dare visibilità a progetti sperimentali significa offrire a queste realtà non solo accesso al mercato, ma anche riconoscimento e possibilità di costruire relazioni durature. Volgiamo essere una piattaforma credibile di accompagnamento, dove una pratica ancora emergente possa essere letta con la dovuta attenzione, non soltanto misurata in termini di immediata performance commerciale. Sostenere le giovani gallerie, in fondo, significa investire nella capacità stessa del sistema dell’arte di rinnovarsi.