One Drop: quando l’acqua diventa immagine, memoria e conflitto

Dalla crisi idrica alle tensioni geopolitiche, l'artista Alessandro Puccia e la curatrice Clelia Patella raccontano il progetto presentato a MIA Photo Fair

L’acqua, una risorsa quanto mai preziosa, che divide il mondo. La sua presenza è sinonimo spesso di agiatezza, privilegio, igiene, energia, cura e chi non ne ha un accesso diretto soffre per tale condizione di carenza.  Per tale motivo non ci si stupisce di come questa fonte di vita venga strumentalizzata in stato di guerra per fiaccare l’antagonista. 450 impianti nel Golfo Persico tengono in vita numerose nazioni. Eppure, USA e Israele da una parte, Iran dall’altra, stanno colpendo proprio le strutture di potabilizzazione, minacciando la salute di intere popolazioni. Ecco che l’acqua viene “manipolata” e, da sorgente esistenziale, viene trasformata in arma di ricatto. Dal 19 al 22 marzo 2026 si è tenuta a Milano MIA Photo Fair, in questa occasione abbiamo incontrato Alessandro Puccia che ha presentato One Drop, a cura di Clelia Patella, all’interno della sezione Focus Latino curata da Rischa Paterlini. Abbiamo intervistato artista e curatrice.

One Drop cade in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua, ricorrenza delle Nazioni Unite che quest’anno affronta il tema Where water flows, equality grows. Quali sono i capitoli precedenti e in che modo nelle tue opere tratti l’acqua, intesa come struttura biologica e veicolo di memoria?
Alessandro Puccia: L’acqua attraversa tutto il mio lavoro come materia di osservazione e come strumento per leggere ciò che normalmente resta invisibile. Ho iniziato molti anni fa a studiare le sue superfici, i movimenti e le variazioni che normalmente sfuggono allo sguardo. Con il tempo questa attenzione si è trasformata in un metodo, raccolta dei campioni, indagine al microscopio, selezione delle immagini. Where water flows, equality grows nasce proprio da questo passaggio, quando l’acqua smette di essere solo oggetto di indagine e diventa un punto di accesso a questioni più ampie, legate ai territori e alle condizioni in cui questi campioni vengono raccolti. One Drop prosegue in questa direzione, ampliando il lavoro verso una dimensione condivisa. Nel 2023, in relazione al tema “Accelerating Change”, ho esplorato campioni provenienti da territori in cui la crisi idrica globale è particolarmente intensa, cercando di osservare e rendere visibile questa condizione. Nel 2024, con il tema “Water for Peace”, ho lavorato su campioni raccolti in luoghi attraversati da confini, come fiumi e laghi condivisi tra più nazioni, riflettendo sull’acqua come elemento di connessione ma anche di possibile divisione.
Nel 2025, infine, il mio lavoro si è concentrato su campioni legati ai ghiacciai, in dialogo con il tema “Glacier Preservation”, osservando da vicino una delle trasformazioni più evidenti e delicate del nostro pianeta. Qual è il processo che porta alla realizzazione dell’opera? Dall’osservazione al microscopio alla stampa su tela… Il lavoro inizia sempre dalla raccolta dei campioni, che viene fatta da me personalmente e da molte persone che me le inviano da ogni parte del mondo. Ogni acqua arriva da un luogo e porta con sé condizioni ambientali, geografiche, sociali, emozioni e memorie. Alcune goccie vengono prelevate dal campione e poi congelate e osservate al microscopio nel momento del passaggio tra stato liquido e solido, una fase in cui la materia genera forme instabili e irripetibili.
L’osservazione al microscopio è il momento centrale del processo, perché è lì che si costruisce l’immagine. Non si tratta di registrare in modo neutro, ma di scegliere, tra molte possibilità, ciò che risuona in me. Le immagini che seleziono vengono quindi tradotte in fotografia, mantenendo il più possibile la relazione con il processo che le ha generate. La stampa finale chiude il lavoro, restituendo un’immagine che è sempre legata a un momento preciso e non replicabile. Scelgo la stampa a sublimazione su tela perché è un processo pulito, non utilizza acqua nella fase di stampa, non genera scarichi né inquinamento. Gli inchiostri sono a base acqua e vengono impiegati in quantità minime, mentre il trasferimento avviene tramite calore, senza l’uso di sostanze chimiche.
La tela, inoltre, è il supporto che rende in modo più fedele i colori originali.

Com’è nata la volontà di supportare UN-Water, organismo di coordinamento creato dall’ONU per affrontare l’emergenza idrica globale?

AP: I miei progetti a supporto di UN-Water si inseriscono nel percorso che sto portando avanti da tempo. L’acqua, tema centrale del mio lavoro, è sempre stata per me un punto di accesso ai territori e alle condizioni in cui questi si trovano, quindi il confronto con un organismo che opera su scala globale è avvenuto in modo naturale. Questo ha ampliato il contesto del progetto, mantenendo però il linguaggio dell’immagine e la sua autonomia. One Drop si muove su questo equilibrio, tra ricerca artistica e attenzione a una realtà concreta. Tutto nasce anche da un’esperienza personale, vivendo a lungo in Africa e viaggiando tra paesi come Etiopia e Madagascar, ho capito che, prima ancora dell’istruzione, la vera priorità era l’acqua. Senza accesso all’acqua non è possibile costruire una scuola, garantire servizi igienici, creare le condizioni minime per una comunità. Ho vissuto direttamente situazioni di scarsità idrica. In alcuni casi avevo a disposizione una sola bottiglia d’acqua per lavarmi, mentre vedevo quotidianamente persone, soprattutto donne, percorrere chilometri per raccogliere acqua, spesso non potabile. Queste esperienze hanno segnato profondamente il mio sguardo e hanno reso evidente quanto l’acqua sia una risorsa fondamentale, ma allo stesso tempo fragile e accessibile in modo disomogeneo.
Da qui nasce anche l’esigenza di portare il lavoro fuori dagli spazi espositivi, entrando nelle scuole e coinvolgendo i giovani attraverso incontri e laboratori, per condividere consapevolezza su un tema che spesso diamo per scontato, in linea con le iniziative di sensibilizzazione promosse a livello internazionale.


Nella scelta dei Paesi latinoamericani per la sezione Focus Latino di Mia Photo Fair, ti sei focalizzato sulle acque di Colombia, Brasile, Cile, Ecuador e Perù.

AP:Questi Paesi erano perfetti per la sezione Focus Latino della fiera, quando abbiamo deciso di partecipare ho inoltre valutato la possibilità di lavorare su contesti in cui il rapporto tra acqua, territorio e comunità è particolarmente evidente. In queste aree l’acqua incide in modo diretto sulle condizioni di vita, sull’organizzazione sociale e sugli equilibri ambientali, e questo rende ogni campione portatore di una complessità che va oltre la sua dimensione fisica. Mi interessava costruire una mappa fatta di luoghi reali, in cui ogni raccolta fosse legata a un’esperienza precisa. In questo modo l’acqua diventa un punto di accesso a una serie di relazioni che riguardano ambiente, cultura e identità, mantenendo sempre un legame diretto con i contesti da cui proviene.

Tramite il LED wall in fiera il visitatore, attraverso un QR code, ha potuto attivare una goccia d’acqua. In che modo corrisponde alla storia di uno dei Paesi latinoamericani?

AP:Ogni goccia attivata dal visitatore corrisponde a un campione reale raccolto in uno dei Paesi coinvolti nel progetto. Il legame con il territorio è quindi diretto, ma non passa da un racconto esplicito.
L’immagine restituisce una forma che nasce da quella materia e dalle condizioni in cui è stata raccolta. L’attivazione tramite il QR code permette di entrare in relazione immediata con quel campione, senza mediazioni. La “storia” non viene raccontata, ma è contenuta nell’immagine stessa. Inoltre ho sentito la necessita di condividere con il pubblico lo stesso mio gesto artistico, ognuno aveva la possibilità di fermare l’immagine dell’acqua dal video da me registrato in fase di osservazione al microscopio e portare con sé un ricordo di quella esperienza.

Circa 2,1 miliardi di persone nel mondo vivono senza accesso all’acqua potabile. Questo progetto rappresenta il punto di partenza per un tour nelle scuole realizzato dall’artista. Su quali punti verterà e come vuoi sensibilizzare gli studenti su una tematica così cruciale?
AP:
Il lavoro nelle scuole nasce come prosecuzione del progetto, con l’obiettivo di portare questa ricerca in un contesto educativo, partendo da un’esperienza concreta. L’osservazione di una goccia diventa il punto di partenza per aprire una riflessione sul ruolo dell’acqua nella vita quotidiana e sulle condizioni in cui questa risorsa è distribuita, rendendo il tema accessibile e vicino all’esperienza degli studenti.
Parto anche dalla mia esperienza diretta in contesti dove l’acqua scarseggia e cerco di coinvolgere gli studenti rendendoli parte attiva di questo percorso, non solo come ascoltatori ma come protagonisti. Il momento centrale è proprio questo: alla fine dell’incontro chiedo a ciascuno di loro di prendere un impegno concreto per l’anno, legato al risparmio dell’acqua. Questi impegni vengono scritti su piccole gocce che vanno a comporre una grande installazione all’interno della scuola. È un gesto semplice ma molto potente, perché rende visibile un impegno collettivo. Si crea così un senso di condivisione e di stimolo reciproco, in cui i ragazzi si influenzano positivamente tra loro. Spesso sono proprio loro a sorprendere, trovando soluzioni che noi adulti non immaginiamo. Alla fine dell’anno scolastico, tutti questi impegni diventano parte di una mostra condivisa tra le scuole, in cui gli studenti possono vedere il risultato del loro lavoro e prendere consapevolezza di quanto, insieme, sia possibile fare.

Si parla di custodia delle risorse comuni in un momento in cui si fa la guerra per controllare giacimenti di petrolio e gas, in cui si guarda allo scioglimento dei ghiacciai in Groenlandia come un’opportunità per accaparrarsi le risorse minerarie. Come i leader della terra controllano la disponibilità di acqua? C’è il rischio che la situazione possa aggravarsi in futuro?

AP: Il tema dell’acqua oggi è legato a dinamiche che riguardano la gestione delle risorse, gli equilibri tra territori e le scelte politiche ed economiche. Si tratta di processi complessi, che operano su più livelli e che incidono in modo diretto sulla vita delle persone. Il mio lavoro non entra in questi aspetti in modo analitico, ma prova a costruire uno spazio in cui questa complessità possa emergere attraverso l’immagine. L’acqua diventa un punto di accesso, qualcosa che permette di avvicinarsi a questi temi senza semplificarli. Il rischio di un aggravamento esiste, ed è già visibile in molte aree del mondo. In questo contesto, il ruolo del lavoro artistico è quello di riportare l’attenzione su ciò che spesso rimane distante, rendendo percepibile una condizione che riguarda davvero tutti.



Quest’anno il tema è “Acqua e genere”, hai ricevuto i campioni di acqua da donne che hanno viaggiato e attraversato il Sud America e dalle studentesse che vivono nei paesi latino-americani, assistite dall’Istituto Figlie di Maria Ausiliatrice.
In che modo secondo te questo contribuisce a sensibilizzare anche sulla tematica della disuguaglianza di genere?
AP:
Il coinvolgimento delle donne nella raccolta dei campioni introduce un livello ulteriore nel progetto, legato alle esperienze e ai contesti in cui l’acqua viene vissuta quotidianamente. In molti territori, la gestione dell’acqua è direttamente connessa al ruolo delle donne, sia a livello domestico che comunitario.
Questa dimensione entra nel lavoro in modo concreto, attraverso i percorsi e le condizioni in cui i campioni sono stati raccolti. Si tratta di riconoscere una relazione già presente nei contesti coinvolti.
Il progetto non racconta questo in maniera esplicita, ma mantiene il legame con le esperienze reali da cui provengono.

Sei riuscita a cucire un nodo concettuale tra l’opera One Drop e il tema della Metamorfosi… Vuoi aggiungere qualcosa su questo argomento?
Clelia Patella
: Il tema della Metamorfosi non è stato introdotto a posteriori, ma era già inscritto nel lavoro e ha trovato una corrispondenza molto precisa con il tema della quindicesima edizione di MIA Photo Fair. Il progetto di Alessandro Puccia rende visibile un processo che avviene nella materia stessa, l’acqua attraversa un passaggio di stato, da liquido a ghiaccio, e in questa trasformazione emergono forme che vengono poi tradotte in immagini
Il lavoro curatoriale si è concentrato nel rendere leggibile questa continuità, lasciando emergere ciò che è già presente nel lavoro. La metamorfosi non riguarda solo la materia osservata, ma anche il modo in cui viene percepita e restituita. In questo senso, la fotografia è un momento di passaggio, in cui la materia cambia forma e acquisisce una nuova presenza.
All’interno della fiera, questo ha permesso di mettere in relazione il lavoro con un tema più ampio, evidenziando come la trasformazione sia una condizione che attraversa l’intero processo, dalla raccolta del campione fino all’esperienza del pubblico.

Cosa è emerso dall’incontro con Michele De Lucchi, Michela Rogora, Marta Pizzolante?
C.P: L’incontro ha reso evidente come uno stesso fenomeno possa essere affrontato da prospettive molto diverse, mantenendo però un punto di contatto. L’intervento di Michele De Lucchi ha riportato l’attenzione sulla difficoltà di lavorare con una materia come l’acqua all’interno del progetto architettonico, una materia instabile, che sfugge al controllo e che mette in crisi un’idea di forma definitiva. Il punto più interessante è stato però quando ha parlato di “fertilità”: non si tratta solo di consumare in modo responsabile, ma di far sì che ciò che utilizziamo resti fertile. In questo senso, l’acqua diventa centrale proprio perché deve rimanere in movimento, non ristagnare, ma continuare a scorrere. È in questa capacità di rigenerarsi che si misura davvero il rapporto tra progetto, ambiente e responsabilità.
Dal punto di vista scientifico, Michela Rogora ha spostato il discorso su un altro piano di lettura, mostrando come una goccia d’acqua contenga informazioni legate agli equilibri ambientali e ai sistemi naturali, di cui spesso non siamo consapevoli.
Il contributo delle neuroscienze, con Marta Pizzolante, ha introdotto un ulteriore livello, legato alla percezione. Di fronte a immagini che non sono immediatamente riconducibili a forme note, il cervello tende a cercare riferimenti, a costruire significati, attivando un processo interpretativo continuo.
Quello che è emerso con chiarezza è che il lavoro di Puccia si colloca esattamente in questo punto, tra la materia che si trasforma, lo sguardo che la osserva e un sistema di conoscenze che prova a interpretarla. Il confronto tra queste discipline ha reso più evidente la complessità del rapporto tra ciò che vediamo, ciò che sappiamo e ciò che ancora ci sfugge.