In occasione della Biennale di Venezia 2026, Palazzo Marin ospita Do U Dare!, la nuova trilogia filmica di Shirin Neshat, promossa da Associazione Genesi e Banca Ifis e curata da Ilaria Bernardi e Bartolomeo Pietromarchi. Il progetto prende avvio dalla vicenda di Nasim Aghdam, figura complessa e controversa, per sviluppare una riflessione più ampia su identità, esilio e desiderio di riconoscimento.
Girata a New York, l’opera si articola in tre episodi ambientati in contesti socioeconomici differenti, costruendo un racconto frammentato che oscilla tra realismo e dimensione visionaria. Nel primo capitolo, ambientato in un quartiere di immigrati, emerge con forza il tema dello sradicamento: la città appare distante, segnata da marginalità e indifferenza, e il sogno americano si incrina in una realtà fatta di isolamento e silenziosa disperazione.

Il secondo episodio si sposta nel cuore finanziario di Manhattan, dove la folla si muove in modo meccanico e impersonale. Qui la protagonista si trasforma in performer, capace di catturare lo sguardo collettivo: è una riflessione sulla visibilità come forma di potere, ma anche come costruzione fragile, alimentata dal bisogno di essere riconosciuti.

Nel terzo capitolo, più intimo, Nasim si ritrae nello spazio domestico e dà vita ai propri contenuti digitali, moltiplicando identità e ruoli. Attraverso performance ironiche e disturbanti, emergono le contraddizioni della società americana: dalla spettacolarizzazione del corpo femminile alle disuguaglianze strutturali che convivono con la retorica della libertà.
In linea con la poetica di Neshat, la trilogia lavora sul confine incerto tra realtà e immaginazione, restituendo una condizione mentale segnata da instabilità e perdita di appartenenza. L’esperienza migratoria diventa così anche una frattura interiore, in cui identità e percezione si disgregano.
Senza mai ridursi a racconto biografico, Do U Dare! si configura come una meditazione intensa sul rapporto tra visibilità e vulnerabilità, tra espressione artistica e rischio di dissoluzione, confermando la capacità di Neshat di attraversare le tensioni del presente con uno sguardo lucido e profondamente critico.


